Paramount-Warner: stop temporaneo alla fusione, Netflix osserva da lontano

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Il matrimonio da 110 miliardi di dollari tra Paramount Skydance e Warner Bros Discovery si scontra con il suo primo vero ostacolo giudiziario. La giudice distrettuale californiana Araceli Martínez-Olguín ha firmato lunedì un’ordinanza restrittiva temporanea che congela per quattordici giorni ogni ulteriore passo dell’integrazione tra i due gruppi, accogliendo il ricorso presentato da una coalizione di procuratori generali statali guidata dal californiano Rob Bonta.

La decisione arriva a pochi giorni dalla scadenza fissata da Paramount per il closing dell’operazione, previsto per il 22 luglio, e riapre lo scontro tra la strategia di consolidamento voluta da David Ellison e le autorità antitrust statunitensi, in un dossier che dallo scorso febbraio porta con sé anche l’uscita di scena di Netflix dalla corsa.

 

In questo articolo:

 

  • Paramount-Warner, lo stop del tribunale di Oakland
  • Le accuse antitrust degli Stati
  • Il conto salato dei ritardi
  • Cosa prevede l’operazione tra Paramount e Warner
  • Un affare con la Casa Bianca sullo sfondo
  • Netflix, la sconfitta nell’asta e l’ipotesi di un ritorno in campo

 

Paramount-Warner, lo stop del tribunale di Oakland

Tutto nasce da un’udienza tenutasi venerdì scorso nell’aula del tribunale federale di Oakland, dove gli avvocati di Paramount e quelli della coalizione di Stati si sono confrontati sulla legittimità della fusione. Nel documento firmato lunedì, la giudice Martínez-Olguín ha ritenuto che i procuratori generali abbiano fornito prove solide del fatto che la società nata dalla fusione deterrebbe una quota di mercato rilevante nella distribuzione cinematografica su larga scala.

Durante l’udienza, i legali della società avevano offerto di posticipare il closing a metà agosto pur di evitare il blocco giudiziario, proposta che il tribunale ha comunque superato con l’ordinanza di sospensione. In una nota diffusa lunedì, un portavoce di Paramount ha definito il provvedimento un elemento che “preserva lo status quo mentre il tribunale esamina le questioni antitrust sollevate”, specificando gratitudine per la rapidità della decisione. Warner Bros Discovery ha scelto di non commentare la vicenda.

Trascorsi i quattordici giorni, gli Stati potranno comunque richiedere una nuova misura restrittiva o un’ingiunzione preliminare, allungando ulteriormente i tempi dell’operazione.

 

Le accuse antitrust degli Stati

La causa, promossa da undici Stati oltre alla California — tra cui Arizona, Colorado, Connecticut, Massachusetts, Minnesota, Nevada, New Jersey, New Mexico, New York, Oregon e Washington — si basa sul Clayton Antitrust Act, la normativa centenaria che vieta operazioni di concentrazione dagli effetti anticoncorrenziali. Il ricorso sostiene che l’operazione porterebbe la nuova entità a controllare quasi un terzo della produzione cinematografica e altrettanto della programmazione via cavo di base negli Stati Uniti, con un impatto diretto su sale cinematografiche, distributori via cavo e pubblico finale.

Il procuratore Bonta ha descritto la fusione come illegale, sostenendo che condurrebbe a prezzi più alti, qualità inferiore e una contrazione dell’offerta di contenuti cinematografici e televisivi. Gli Stati hanno inoltre contestato gli impegni annunciati da Ellison, giudicati privi di carattere vincolante e comunque insufficienti a impedire, in un mercato più concentrato, futuri rialzi dei prezzi o un peggioramento della qualità dei servizi.

Paramount ha replicato definendo l’operazione favorevole alla concorrenza, in una memoria depositata giovedì scorso in cui l’ordinanza restrittiva è stata definita “una delle contestazioni di fusione più deboli nella storia moderna dell’antitrust”. Secondo la società, l’integrazione con Warner Bros Discovery produrrebbe più contenuti di qualità, stimolerebbe gli investimenti nella produzione cinematografica con nuova occupazione, offrirebbe stabilità alla televisione via cavo di base indebolita dal fenomeno del cord cutting e rilancerebbe la produzione di film destinati alle sale.

 

Il conto salato dei ritardi

Il fattore tempo pesa ora sui conti dell’operazione. Un ritardo prolungato esporrebbe Paramount al pagamento della cosiddetta “tassa di mora” prevista dall’accordo, pari a 25 centesimi aggiuntivi per azione ogni trimestre destinati agli azionisti di Warner Bros Discovery qualora il closing non avvenga entro il 30 settembre, per un esborso stimato in circa 650 milioni di dollari a trimestre. A questo si aggiunge la penale di 7 miliardi di dollari che Paramount si è impegnata a versare nel caso in cui l’operazione naufragasse per ostacoli normativi.

Paolo Pescatore, analista di PP Foresight, ha definito la vicenda “la minaccia più credibile finora all’acquisizione di Warner Bros Discovery da parte di Paramount”, sottolineando che anche in caso di vittoria in tribunale i ritardi comporterebbero comunque costi rilevanti per la società. Un ulteriore slittamento potrebbe inoltre costringere Paramount a rinegoziare il finanziamento dell’operazione, complicando la tenuta stessa dell’accordo.

Il titolo Paramount ha comunque chiuso la seduta di Wall Street successiva alla notizia della causa con un rialzo dell’1,49%, segnale di un’incertezza che finora non si è tradotta in una vendita diffusa da parte degli investitori. 

 

Cosa prevede l’operazione tra Paramount e Warner

L’operazione, che riunirebbe gli storici studi Paramount e Warner Bros, la rete televisiva CBS, un ampio portafoglio di canali via cavo che include CNN, TNT, MTV e BET, e i servizi di streaming Paramount+ e HBO Max, ha già superato diversi passaggi regolatori.

A giugno la divisione Antitrust del Dipartimento di Giustizia statunitense ha dato il via libera alla fusione, escludendo criticità a livello federale, e l’accordo ha ottenuto l’approvazione di diverse giurisdizioni internazionali. Resta invece in corso la revisione da parte dell’Unione Europea e del Regno Unito, che hanno fissato al 22 luglio una nuova scadenza provvisoria.

Paramount ha indicato la fine di settembre come orizzonte per la chiusura dell’operazione, un obiettivo che l’ordinanza della giudice californiana rende ora più incerto. L’avvocato principale di Paramount per il processo, Jeffrey Kessler, aveva dichiarato la scorsa settimana che la richiesta di misura restrittiva era arrivata dopo che la società aveva manifestato l’intenzione di concludere l’accordo già il 22 luglio, data in cui prevedeva di ottenere tutte le autorizzazioni normative necessarie.

 

Un affare con la Casa Bianca sullo sfondo

La partita per il controllo di Warner Bros Discovery si è intrecciata fin dal principio con la rete di rapporti tra la famiglia Ellison e la Casa Bianca. David Ellison, amministratore delegato di Paramount e figlio del cofondatore di Oracle Larry Ellison, ha incontrato più volte il presidente Donald Trump negli ultimi mesi e ha assistito al discorso sullo stato dell’Unione dello scorso 24 febbraio.

Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, David Ellison avrebbe assicurato a Trump che, in caso di acquisizione, l’emittente CNN sarebbe stata oggetto di cambiamenti significativi anche sul piano editoriale, mentre Larry Ellison avrebbe direttamente sollecitato il presidente sostenendo che l’offerta alternativa di Netflix avrebbe danneggiato la concorrenza nel settore.

Lo studio Skydance di David Ellison aveva già rilevato il controllo di Paramount lo scorso anno in un’operazione approvata dall’amministrazione Trump, successiva al pagamento di 16 milioni di dollari per la chiusura di una causa legata al programma “60 Minutes”. Ellison ha in seguito nominato Bari Weiss alla guida di CBS News, promettendo una linea editoriale più centrista, un precedente che alimenta interrogativi sul possibile riposizionamento di CNN in caso di completamento dell’operazione con Warner.

 

Netflix, la sconfitta nell’asta e l’ipotesi di un ritorno in campo

Alle spalle della contesa giudiziaria resta la lunga trattativa che a febbraio aveva visto Netflix uscire di scena. Il consiglio di amministrazione di Warner Bros Discovery aveva giudicato “superiore” l’offerta finale di Paramount Skydance, spingendo Netflix a rinunciare al rilancio e a ritirarsi da una gara per un’operazione tutta in contanti che valuta Warner 31 dollari per azione, sostenuta finanziariamente da Larry Ellison.

Il co-amministratore delegato di Netflix Ted Sarandos aveva incontrato Trump in forma riservata nello Studio Ovale lo scorso novembre, per poi tornare a Washington a illustrare la transazione ai vertici del Dipartimento di Giustizia. Il gruppo di streaming aveva inoltre tentato, verso la fine dello scorso anno, di acquisire la sola divisione cinematografica e streaming di Warner Bros Discovery, salvo poi abbandonare l’iniziativa.

Durante la presentazione dei risultati del secondo trimestre, chiusi con ricavi per 12,56 miliardi di dollari e un utile per azione di 80 centesimi, i vertici di Netflix hanno evitato di commentare le indiscrezioni sul dossier Warner. Il direttore finanziario Spencer Neumann ha ribadito che l’azienda resta “principalmente costruttrice, non acquirente”, mentre nella lettera agli azionisti Netflix ha specificato l’intenzione di continuare a dare priorità al reinvestimento organico, senza escludere acquisizioni e fusioni mirate, mantenendo al contempo un bilancio solido e ampia liquidità.

Lo stallo giudiziario che ora investe Paramount, unito ai rischi economici e regolatori descritti, riapre lo scenario di un dossier che formalmente Netflix considera chiuso, ma che il gruppo di streaming osserva da una posizione di attesa, forte di una capacità finanziaria che le consentirebbe di tornare in campo qualora l’operazione dovesse arenarsi definitivamente.

Immagine di Hillary Di Lernia

Hillary Di Lernia

Classe 1994 e laureata in scienze della comunicazione, si è specializzata in sociologia conseguendo successivamente un master in criminologia. Giornalista pubblicista, ha collaborato con diverse testate finanziarie tra cui Bluerating e Milano Finanza, occupandosi di risparmio gestito e approfondimenti sui mercati finanziari. Oggi svolge anche la professione di criminologa e giornalista d’inchiesta, con particolare attenzione alle dinamiche sociali, economiche e criminali.

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