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Pensione integrativa, ecco perché favorirla fa crescere il Paese

Pensione integrativa, ecco perché favorirla fa crescere il Paese

Uno dei temi caldi che il governo appena insediatosi alla guida del Paese deve affrontare e quello della pensione, con un focus anche su quella integrativa. Tutti gli esecutivi hanno dovuto confrontarsi con l’annoso problema di come tenere in equilibrio il sistema previdenziale pubblico italiano senza condannare gli italiani al lavoro a vita. In particolare, per la squadra del primo ministro Giorgia Meloni l’imperativo è evitare che dal primo gennaio 2023 ritorni in vigore la legge Fornero. In tal caso gli italiani potrebbero andare in pensione a 67 anni di età con almeno venti anni di contributi, oppure dopo aver versato 42 anni e dieci mesi di contribuzioni. Si cerca quindi di sostituire Quota 102, in scadenza a dicembre, che prevedeva il pensionamento con 64 anni di età e 38 di contributi.

 

E la pensione integrativa?

Quella che al momento appare assente nel dibattito politico è la previdenza integrativa, di cui si parla ancora troppo poco con il risultato che per gli italiani rimane quasi una sconosciuta. Eppure il futuro non lascia strade alternative aperte. Secondo le stime della Nota di aggiornamento al Def (Nadef) elaborata dal governo Draghi, la spesa pensionistica quest’anno arriverà a 297,4 miliardi di euro, tra tre anni salirà a 349,8 miliardi e il suo peso sul Pil rimarrà costantemente oltre i 15 punti percentuali. Inoltre gli italiani potrebbero quasi dimezzarsi da qui alla fine del secolo: secondo l’Onu la popolazione del Belpaese si ridurrà al di sotto dei 40 milioni di abitanti.

Dunque il balletto sulle pensioni che tutti i governi hanno dovuto mettere in scena rischia di essere un esercizio inutile. Anche perché il dato finale, per gli italiani, rimane lo stesso: in pensione sempre più tardi e con meno soldi.
Secondo il Global Pension Index 2022 elaborato da Mercer è proprio la sostenibilità il punto debole del sistema pensionistico italiano. Sostenibilità intesa soprattutto come disponibilità di risorse nel momento in cui una persona termina la sua attività lavorativa. L’Italia è penultima su 44 regimi previdenziali analizzati con un punteggio di 23 in quanto a sostenibilità.

Per Marco Valerio Morelli, amministratore delegato di Mercer Italia, la debolezza dell’Italia deriva dalla concentrazione prevalente sul pilastro pubblico, che con le riforme attuate nel corso degli anni è stato messo in sicurezza dal punto di vista economico, ma non dal punto di vista dell’adeguatezza per la popolazione. In primo luogo perché il pilastro pubblico fa parte del bilancio dello Stato e quindi è esposto alle tensioni sul debito e all’andamento della crescita. In secondo luogo perché non si è sviluppata in maniera adeguata la gamba della previdenza complementare, sia individuale che collettiva. Favorire lo sviluppo della previdenza complementare è l’unica ricetta valida secondo Morelli, fino a renderla obbligatoria come già accade in alcune nazioni. “Per esempio nei paesi anglosassoni – ha spiegato l’AD di Mercer a Borsa&Finanza – nelle offerte di lavoro oltre al salario viene proposto anche il versamento di una quota alla previdenza integrativa e spesso le trattative convergono proprio su questo aspetto”. La conseguenza è che la consapevolezza della necessità di dover costruire uno zainetto di risparmi dedicati alla previdenza complementare è maggiore che in Italia.

 

La pensione complementare genera un circolo virtuoso

Quali potrebbero essere le strade per rendere più solida la gamba della previdenza integrativa? Secondo Morelli una potrebbe essere aumentare la defiscalizzazione dei contributi versati, attualmente limitata a 5.164,57 euro annui. Avrebbe un costo per le casse dello Stato ma le risorse potrebbero essere trovare sfoltendo la selva di bonus che sono stati messi in campo negli ultimi anni. Inoltre si potrebbe destinare alla previdenza integrativa parte del cuneo fiscale tra salario lordo e netto che in Italia è più elevato che in altri paesi. Ridurre il cuneo fiscale è basta rischierebbe di generare solo un aumento delle risorse disponibili al consumo. Il Global Pension Index di Mercer indica in particolare quattro interventi che potrebbero migliorare il giudizio complessivo sul sistema pensionistico italiano (ora a 55,7 su 100):

 

  • aumentare la copertura dei lavoratori con gli schemi pensionistici alternativi;
  • incrementare l’età lavorativa;
  • restringere i benefit ottenibili prima del pensionamento;
  • ridurre il debito statale.

 

Di questi il meno costoso è il primo, come ha sottolineato Morelli: “Il governo deve continuare la strada già intrapresa e dettata dalla Covip di spingere sulla previdenza complementare, collettiva e individuale. Tra l’altro il beneficio sarebbe doppio. Da un lato una maggiore sicurezza previdenziale per l’individuo nel momento del pensionamento. Dall’altro la possibilità di rafforzare il sistema dei fondi pensionistici i quali potrebbero investire nell’economia italiana con un orizzonte di investimento tipicamente di lungo periodo”. La costruzione di un grande investitore istituzionale che ancora manca in Italia ma è presente per esempio nei paesi anglosassoni, aiuterebbe la crescita. È lo stesso Morelli a ricordare, in conclusione, che “il più grande investitore istituzionale europeo è un fondo di previdenza integrativa, il fondo sovrano norvegese”.

AUTORE

Alessandro Piu

Alessandro Piu

Giornalista, scrive di economia, finanza e risparmio dal 2004. Laureato in economia, ha lavorato dapprima per il sito Spystocks.com, poi per i portali del gruppo Brown Editore (finanza.com; finanzaonline.com; borse.it e wallstreetitalia.com). È stato caporedattore del mensile Wall Street Italia. Da giugno 2022 è entrato a far parte della redazione di Borsa&Finanza.

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