Pensioni: il sistema italiano è sempre in crisi, il peso della demografia

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Il sistema pensionistico italiano è al collasso? Da molto tempo si discute della crisi in cui versa il meccanismo delle pensioni in Italia, sollevando seri dubbi sulla sua sostenibilità. Da oltre trent’anni vari governi hanno effettuato delle riforme importanti, cercando quantomeno di mitigare una tendenza che potrebbe avere effetti disastrosi per le casse dello Stato. Tuttavia, nonostante si sia portata avanti l’età di pensionamento e contenuto l’importo da pagare in quiescenza, i fattori che hanno portato alla crisi del sistema sono rimasti e anzi si sono aggravati con il passare degli anni. In questo articolo:

 

  • Qual è il problema del sistema pensionistico italiano
  • Pensioni: trent’anni di riforme
  • Sistema pensionistico: qual è la soluzione per renderlo sostenibile?

 

Qual è il problema del sistema pensionistico italiano

In Italia, il sistema pensionistico è basato su un modello a ripartizione. Cosa significa? Il pagamento delle pensioni a chi termina l’attività lavorativa è effettuato utilizzando i contributi delle persone che lavorano. Tutto ciò funziona fino a quando la somma complessiva che l’Inps incassa periodicamente dai contributi dei lavoratori (e dei datori di lavoro) copre quella che dovrà sborsare per i pensionati. Se ciò non è sufficiente lo Stato dovrà ricorrere alla fiscalità generale o attuare riforme per eliminare il gap. Tali riforme si traducono inevitabilmente in un abbassamento delle pensioni o in un allungamento dell’età pensionabile. In ogni caso, si tratta di provvedimenti socialmente impegnativi e mal tollerati.

Arrestare il processo che porta al collasso il sistema pensionistico è un esercizio estremamente complicato. In Italia, il problema fondamentale è l’invecchiamento della popolazione. Secondo l’Istat, oggi circa un quarto dei residenti è di età pari o superiore ai 65 anni, ma le previsioni sono di arrivare a una percentuale di circa un terzo entro il 2050. Questo fenomeno è spiegato soprattutto da due fattori: il progresso della medicina che consente di allungare la vita delle persone e il tasso di natalità in costante diminuzione. Giocoforza, negli anni la popolazione è destinata a diminuire. L’istituto di statistica ha stimato che entro la metà del secolo il numero di residenti passerà da 59 a 54 milioni, per scendere sotto i 48 milioni entro il 2070. Contestualmente, se oggi per ogni 2 persone che percepiscono la pensione ci sono 3 lavoratori che pagano i contributi, nel 2050 tale rapporto sarà di 1 a 1.

Una popolazione sempre più vecchia è il principale fattore di rischio del sistema pensionistico, ma non è l’unico. La crisi del mercato del lavoro è un altro elemento rilevante. I salari sono rimasti stagnanti da decenni, ma il costo del lavoro per le imprese è elevato a causa del cuneo fiscale, tra i più alti in Europa. Tale meccanismo crea storture nel mondo del lavoro, con l’aumento di contratti alternativi all’assunzione. I contributi che arrivano alle casse dell’ente previdenziale si riducono, generando un problema in rapporto al pagamento delle pensioni.

Un’altra problematica che impatta in maniera deleteria sul sistema pensionistico è il debito pubblico elevato. Lo Stato italiano ha un indebitamento che ha superato la soglia dei 3.000 miliardi di euro, risultando rispetto al Pil (137%) il secondo in Europa alle spalle di quello della Grecia. Una cifra monstre che limita il Paese nel sostegno al sistema previdenziale. 

 

Pensioni: trent’anni di riforme

Quello della previdenza è un problema antico e ha spinto i governi italiani ad attuare alcune riforme negli ultimi tre decenni nel tentativo di mettere una pezza a una situazione che rischia sempre più di degenerare. Nel 1992 l’esecutivo di Giuliano Amato ha introdotto l’innalzamento dell’età pensionabile, estendendo il periodo contributivo per il calcolo della pensione. Tre anni più tardi è arrivata la riforma Dini, che ha cambiato radicalmente il modo in cui le pensioni vengono calcolate. La nuova legge ha sancito il passaggio dal metodo retributivo – in cui le pensioni venivano determinate sulla media delle retribuzioni percepite negli ultimi anni di carriera e sull’anzianità contributiva maturata – al metodo contributivo, dove il calcolo viene fatto sulla base dell’ammontare dei contributi versati durante l’attività lavorativa e tenuto conto dell’età di uscita dal mercato del lavoro.

Con la legge finanziaria del 2008, il governo Prodi ha introdotto il sistema delle “quote”, ossia la somma dell’età anagrafica e degli anni di contributi per l’accesso alla pensione di anzianità. Inoltre, ha previsto che i requisiti pensionistici dovessero essere adeguati in base all’aumento della speranza di vita delle persone. Quanto alla pensione di vecchiaia, l’età per accedervi è passata da 57 a 60 anni nel 2008, mentre sono stati elevati i requisiti contributivi per la pensione anticipata.

Nel 2010 il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Maurizio Sacconi ha innalzato l’età per la pensione di vecchiaia con riferimento alle dipendenti del pubblico impiego, ha adeguato i requisiti per il diritto alla pensione alla speranza di vita e ha modificato la decorrenza della pensione introducendo la “finestra mobile” dopo 12 mesi dalla maturazione del diritto.

Nel 2011, con il Paese in piena crisi a causa della tempesta finanziaria sul debito sovrano, è arrivata la discussa riforma della ministra Elsa Fornero. Le misure adottate sono consistite in: un innalzamento dell’età pensionabile, sia per la vecchiaia che per l’anzianità; modifica dei requisiti di accesso con l’introduzione di una maggiore contribuzione; posticipazione della decorrenza della pensione per gli esodati, ovvero per coloro che avevano cessato l’attività lavorativa o avevano accettato modifiche rilevanti nelle proprie mansioni in prospettiva dell’immediato pensionamento.

Il primo governo Conte, sotto la spinta della Lega di Matteo Salvini, ha introdotto per il periodo 2019-2021 “Quota 100”, una forma di pensionamento anticipato, dal momento che consentiva di andare in pensione una volta raggiunti almeno 62 anni di età e 38 anni contributi. Da alcuni studiosi esperti di pensioni, la legge è stata considerata un passo indietro nella ricerca della sostenibilità del sistema pensionistico. Nel 2024, infine, il governo Meloni ha introdotto “Quota 103“, che consente di andare in pensione a 62 anni con 41 anni di contributi.

 

Sistema pensionistico: qual è la soluzione  per renderlo sostenibile?

Tutte le misure prese da Palazzo Chigi in oltre 30 anni non hanno però risolto il problema fondamentale. Il sistema pensionistico non regge se non si inverte il processo disastroso dell’invecchiamento della popolazione e del crollo della natalità. Mentre il primo fenomeno è naturale e sembra inevitabile – ma è positivo che le persone vivano più a lungo – il secondo offre spazio allo Stato di intervenire con maggiore efficacia, ad esempio aumentando gli incentivi economici per le famiglie a fare più figli. Uscire da una situazione di insicurezza economica richiede per le coppie uno sforzo non indifferente, in un contesto in cui i salari sono molto più bassi rispetto ad altri Paesi europei come Germania, Francia, Svizzera e Gran Bretagna.

Una strada praticata da molti anni, ma che stenta a decollare, è quella della previdenza complementare. Se ormai è scontato che le pensioni saranno sempre più basse, rimpolparle con la previdenza integrativa permette di mantenere un tenore di vita dignitoso quando si smetterà di lavorare. Secondo la Covip, tra i cittadini nati dal 1965 al 1994 – oltre il 40% della popolazione italiana – solo il 26% ha aderito a un fondo pensione. Inoltre, l’uso del Tfr destinato a fondo pensione è esiguo. Dal 2007 al 2023, appena il 22% maturato è finito nella previdenza integrativa, mentre il resto è rimasto o in azienda o nel Fondo di tesoreria dell’Inps, che raccoglie il Tfr delle aziende con più di 50 dipendenti.

La riluttanza dei lavoratori ad aderire ai fondi pensione non è solo un fattore culturale. In realtà, per gran parte della popolazione, una volta tolte le spese di prima necessità, resta ben poco da destinare ai contributi per costruire una pensione complementare. In secondo luogo, considerando il Tfr, questi viene rivalutato ogni anno, mentre l’importo versato nei fondi pensione subisce gli effetti dell’inflazione. Infine, l’importo che si versa alla previdenza complementare viene investito e quindi è soggetto alle dinamiche di mercato. Un rischio che molti non hanno voglia di correre, pur risultando dai dati statistici una rivalutazione dei mercati decisamente superiore a quella del Tfr.

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Redazione

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