I prezzi del petrolio sono tornati a crescere dopo il nulla di fatto nei colloqui di questo fine settimana per raggiungere una pace definitiva in Medio Oriente. Il Brent e il West Texas Intermediate hanno superato abbondantemente quota 100 dollari, mentre si allontana la riapertura dello Stretto di Hormuz e ritorna lo spettro di una guerra lunga tra Stati Uniti e Iran.
In questo articolo:
- Usa: da Hormuz non si passa
- Petrolio: dove arriveranno i prezzi ora?
- Come se ne esce
Usa: da Hormuz non si passa
La comunità finanziaria era in fibrillante attesa per le trattative tra la delegazione americana, capitanata da JD Vance, vice di Donald Trump alla Casa Bianca, e quella iraniana. Le aspettative, però, sono rimaste deluse. È stato lo stesso Vance ad annunciare la “brutta notizia” di un mancato accordo. Il nodo della discordia è sempre lo stesso: la rinuncia al nucleare richiesta dagli Stati Uniti. Tale condizione è imprescindibile per porre fine al conflitto, ma l’Iran non intende fare un passo indietro.
Sebbene Trump abbia dichiarato che i colloqui stanno procedendo bene, con gran parte dei punti della bozza presentata dagli Usa che sono stati accolti, aumentano le preoccupazioni che, alla fine del periodo di tregua di due settimane, i bombardamenti possano riprendere. Intanto, il presidente americano ha annunciato il blocco navale dello Stretto di Hormuz: navi della Marina statunitense si posizioneranno all’ingresso della foce del Golfo per impedirne il transito.
La logica dietro tale mossa è chiara: se le navi nemiche dell’Iran non possono transitare, allora non devono farlo nemmeno quelle dei Paesi amici, tra cui cinesi, russe e indiane. Il rischio, a questo punto, è quello di una pericolosa escalation che coinvolga anche i principali attori globali, mettendo in agitazione i mercati finanziari. In ogni caso, una chiusura totale di Hormuz contribuirebbe a peggiorare la situazione sul fronte petrolifero, con prezzi destinati a una nuova impennata.
Petrolio: dove arriveranno i prezzi ora?
Se prima della tregua erano in parecchi a pronosticare prezzi del petrolio fino a 200 dollari, dopo l’interruzione temporanea dei bombardamenti per favorire i colloqui di pace le previsioni si erano ridimensionate. Il nuovo stallo diplomatico ha però riacceso i timori di un’ascesa dirompente del greggio.
Secondo Jorge Montepeque, managing director di Onyx Capital Group, “il livello dei prezzi visto questa mattina non riflette affatto ciò che potrebbe accadere se gli Stati Uniti decidessero davvero di procedere con questa interdizione”, riferendosi allo Stretto di Hormuz. “Non ha davvero senso. Dovrebbe essere a 140, 150 dollari”.
A suo avviso, il blocco rischia di trasformare un conflitto regionale in uno globale, comportando una perdita fino a 12 milioni di barili al giorno. “I trader hanno ritenuto ‘troppo folle’ che entrambi i lati dello stretto vengano bloccati, da qui la reazione relativamente contenuta dei prezzi durante la sessione asiatica”, ha aggiunto. Ciò che stanno facendo gli Stati Uniti è privo di senso, in quanto “sono così concentrati sull’Iran da perdere di vista le conseguenze per il resto del mondo. E il costo lo paga l’Asia, lo paga il Pacifico meridionale, lo paga chiunque dipenda dal petrolio”, ha proseguito.
Davide Tabarelli, numero uno di Nomisma Energia, ha parlato di un calo dell’offerta fino a 20 milioni di barili giornalieri, di cui solo poco più della metà potrebbe essere recuperata attraverso altri canali. Per il resto, si rischia uno shock tale da portare a conseguenze pesanti, come il razionamento energetico in stile anni ’70.
Secondo Malcolm Melville, gestore di fondi sulle materie prime presso Schroders, “il volume di navi che attraversano lo Stretto deve aumentare rapidamente nelle prossime due settimane affinché il mercato petrolifero sia convinto che la crisi sia finita. Se scende al 75% rispetto ai livelli prebellici, allora ciò rappresenta una quasi normalizzazione dei flussi, dato l’uso attuale di oleodotti che prima non funzionavano a piena capacità”.
Come se ne esce
Affinché i prezzi del petrolio tornino ai livelli pre-conflitto, è necessario che tutte le parti facciano un passo indietro. Vance ha lasciato trapelare un certo pessimismo, affermando che le autorità iraniane devono essere realmente intenzionate a concludere un accordo, cosa che finora non si è vista.
Trump, invece, è convinto che alla fine cederanno. “Credo davvero che torneranno al tavolo delle trattative, perché nessuno è così stupido da volere armi nucleari senza avere le carte”, ha detto domenica sera ai giornalisti. Tuttavia, ha raffreddato gli entusiasmi aggiungendo: “Se non tornano, per me va bene”.
I media iraniani, intanto, hanno riportato che il presidente Masoud Pezeshkian, durante una telefonata con il presidente russo Vladimir Putin, ha dichiarato che Teheran desidera “un accordo equilibrato ed equo” e che, “se gli Stati Uniti torneranno al quadro del diritto internazionale, raggiungere un accordo non è lontano”.









