Petrolio: per gli analisti a 130 dollari in caso di guerra Russia-Ucraina
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Petrolio: per gli analisti a 130 dollari in caso di guerra Russia-Ucraina

Petrolio: per gli analisti a 130 dollari in caso di guerra Russia-Ucraina

Lo spettro di una guerra tra Russia e Ucraina ha fatto risalire le quotazioni del petrolio, dopo un attimo di pausa in cui era sceso fino a 90 dollari. Adesso sia il Brent che il WTI stanno crescendo rapidamente e la soglia psicologica di 100 dollari al barile non è più considerata un miraggio. Sul mercato dell’oro nero si è registrata grande volatilità quando il Premier russo Vladmir Putin ha ordinato alle proprie truppe ammassate al confine di entrare in territorio ucraino, dopo aver riconosciuto le Repubbliche separatiste di Donetsk e Luhank, nella Regione del Donbass. La tensione si è infittita nel momento in cui gli Stati Uniti hanno risposto con una serie di provvedimenti che limitano le attività americane in quei territori autoproclamatisi indipendenti.

 

 

Petrolio: come il prezzo potrebbe arrivare a 130 dollari

Perché quanto succede al confine con l’Ucraina è così importante per il petrolio? La Russia è uno dei maggiori produttori mondiali del greggio. Infatti è il leader assoluto che guida l’OPEC allargato, insieme all’Arabia Saudita. L’influenza sul mercato dell’oro nero di Mosca la si è vista quando nel 2020 il Cremlino è stato protagonista di uno scontro interno proprio con Riad sul taglio alle forniture in piena crisi Covid-19. Episodio quello che ha generato uno shock senza pari, con i future del petrolio finiti in territorio negativo per la prima volta nella storia.

Adesso le preoccupazioni sono opposte, ossia che una dichiarazione di guerra faccia scattare le sanzioni dall’Occidente e Putin limiti l’output verso i Paesi importatori. Tutto ciò che effetti potrà avere sulle quotazioni del petrolio? Secondo Jeffrey Halley, analista di Oanda, è ormai inevitabile che il Brent tocchi presto quota 100 dollari, mentre sarà destinato a salire fino a 130 dollari qualora vi dovesse essere un’invasione russa su larga scala. A ruota sarebbe seguito dal WTI, aggiunge l’esperto.

Inoltre, a giudizio di Halley, l’inflazione che ne scaturirebbe da una crescita così ampia del greggio metterebbe le Banche centrali di fronte al problema di inasprire ulteriormente la politica monetaria, alzando più volte i tassi d’interesse. Paul Donovan, capo economista di UBS Global Wealth Management, ha affermato che vi è un rischio di perturbazioni economiche causate dalla permanenza per un lungo periodo di prezzi del petrolio alti, più che dal raggiungimento di un picco.

 

 

Petrolio: l’importanza delle decisioni dell’OPEC+

Una situazione del genere pone un problema di intervento in chiave OPEC+ per riequilibrare il mercato con un aumento dell’offerta, nella speranza di calmierare le quotazioni del petrolio. Il fatto è che alcuni membri importanti del cartello non vedono la necessità di essere troppo aggressivi nel pompare greggio, come ad esempio Iraq e Nigeria più propensi a una strategia di incremento graduale della produzione.

Il 2 marzo l’Alleanza si riunirà per decidere cosa fare per il mese di aprile. La tendenza è di continuare ad aggiungere 400.000 barili di greggio al giorno, ma riaffiora un certo pessimismo che i Paesi finiscano per essere tutti d’accordo nel proseguire con una linea comune.

L’Agenzia Internazionale per l’Energia ad esempio ha affermato la scorsa settimana che l’OPEC+ non sta mantenendo l’obiettivo dichiarato, pompando meno di 1 milione di barili al giorno. Quanto verrà deciso la prossima settimana potrà fare comunque da tampone o da acceleratore al rally del petrolio. Ma l’impressione che si ha è che presto o tardi la soglia dei 100 dollari verrà varcata senza problemi.

 

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