Il petrolio ha aperto la settimana in calo sul mercato delle materie prime, con il Brent scivolato fino a circa 60 dollari al barile e il West Texas Intermediate sceso a circa 56 dollari. L’attacco statunitense alle infrastrutture petrolifere del Venezuela della scorsa settimana, culminato con l’arresto del presidente Nicolás Maduro, ha scosso il mercato, sebbene non abbia provocato grandi stravolgimenti, visto il peso limitato del Paese sudamericano nell’offerta globale di greggio. Nel frattempo, l’OPEC+ ha confermato ieri i piani di sospendere gli aumenti dell’offerta nel primo trimestre.
In questo articolo:
- Petrolio: come cambierà l’offerta venezuelana
- Quali effetti sul mercato nel breve e nel lungo termine
Petrolio: come cambierà l’offerta venezuelana
L’arresto di Maduro pone un tema cruciale: come e da chi sarà gestita l’offerta dell’industria petrolifera venezuelana. Fino a oggi, la produzione di greggio è stata appannaggio di Petróleos de Venezuela S.A. (PDVSA), la compagnia statale creata negli anni ’70 per nazionalizzare il settore. Nel 1997 la produzione venezuelana raggiunse il picco di circa 3,5 milioni di barili al giorno, ma da allora è crollata a circa 950 mila barili, di cui circa 550 mila esportati secondo i dati di Lipow Oil Associates. Tuttavia, il Venezuela detiene circa il 17% delle riserve globali di petrolio, pari a 303 miliardi di barili, secondo l’Energy Institute. Il problema è che anni di corruzione, sottoinvestimenti ed eventi negativi come incendi e furti hanno lasciato le infrastrutture in rovina. Ora si tratta di ricostruire tutto per riportare la produzione ai fasti di un tempo. Ma chi potrebbe svolgere questo ruolo delicato?
Chevron è l’unica grande compagnia petrolifera americana operativa nel Paese e rappresenta circa un quarto della produzione nazionale. L’azienda, con sede a Houston, opera grazie a licenze speciali del governo statunitense che le consentono di aggirare le sanzioni imposte dall’amministrazione Usa. Queste ultime vietano l’accesso ai mercati venezuelani e le transazioni con PDVSA a causa delle violazioni dei diritti umani, della corruzione e dell’assenza di democrazia in Venezuela. Chevron impiega attualmente circa 3.000 persone nel Paese ed esporta circa 150 mila barili al giorno di greggio pesante verso le raffinerie della costa del Golfo degli Stati Uniti, ha affermato Lipow.
Il nodo centrale resta chi prenderà il controllo del Paese ora che Maduro è stato estromesso. Gli Stati Uniti accoglierebbero favorevolmente la leader dell’opposizione Maria Corina Machado, che ha promesso un’apertura al capitale privato del settore petrolifero venezuelano. Tuttavia, prima di tornare a investire nel Paese, le aziende statunitensi vorranno probabilmente essere certe che il nuovo governo sia stabile. L’interesse, in ogni caso, è elevato. Il Segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha dichiarato che la domanda sarà enorme e, con essa, il desiderio di sfruttare il greggio pesante del Venezuela, fondamentale per le raffinerie americane.
Quali effetti sul mercato nel breve e nel lungo termine
Al momento la situazione è caotica e poco chiara, rendendo difficile prevedere come potrà essere ricostituita la produzione venezuelana e quali effetti ne deriveranno sul mercato petrolifero. “Poiché al momento non è chiaro chi sia al comando in Venezuela, potremmo vedere le esportazioni fermarsi completamente, poiché gli acquirenti non sanno a chi inviare il denaro”, ha affermato Lipow. A suo avviso, “se un nuovo governo guidato dalla leader dell’opposizione Maria Corina Machado venisse insediato molto rapidamente, le sanzioni potrebbero allentarsi e le esportazioni di petrolio potrebbero inizialmente aumentare, poiché il greggio immagazzinato verrebbe utilizzato per generare entrate”. Tuttavia, “un aumento nel breve termine potrebbe esercitare pressioni sui prezzi”, ha aggiunto.
Secondo gli analisti di JPMorgan Chase & Co., il Venezuela potrebbe portare la produzione a 2,5 milioni di barili al giorno nel prossimo decennio, dagli attuali 0,8 milioni. Nel breve periodo, però, “non è chiaro quanto petrolio il Paese sarà in grado di esportare a causa della transizione politica e se le forniture verso la Cina continueranno”.
A giudizio degli analisti di Goldman Sachs, i prezzi del Brent potrebbero attestarsi in media a 58 dollari al barile quest’anno, circa 2 dollari in più rispetto alla previsione di base della banca, pari a 56 dollari. Ciò nel caso in cui la produzione di greggio venezuelano dovesse scendere di 400 mila barili al giorno entro fine 2026. Viceversa, i prezzi potrebbero essere inferiori di 2 dollari se la produzione aumentasse della stessa entità, ha precisato il team guidato da Daan Struyven. “Insieme ai recenti risultati migliori del previsto della produzione russa e statunitense, una potenziale maggiore produzione venezuelana nel lungo periodo aumenta ulteriormente i rischi al ribasso per le nostre previsioni sui prezzi del petrolio dal 2027 in poi”, ha affermato Goldman. “Stimiamo un rischio di ribasso di 4 dollari al barile sui prezzi del petrolio al 2030 in uno scenario in cui la produzione venezuelana salga a 2 milioni di barili al giorno entro il 2030”, rispetto ai 900.000 barili al giorno previsti in precedenza nello scenario base della banca.









