Pfizer punta sull’AI per scoprire nuovi farmaci, firmato l’accordo con Chai Discovery

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Servono in media dieci anni e oltre un miliardo di dollari per portare un farmaco dal laboratorio al mercato. È questa equazione, rimasta sostanzialmente invariata per decenni, che un numero crescente di startup di intelligenza artificiale punta a riscrivere. L’accordo di licenza tra Pfizer e Chai Discovery è l’ultimo di una serie di movimenti strategici che segnalano una trasformazione strutturale nel comparto biofarmaceutico: dall’ingresso di OpenAI nella biodifesa con il programma Rosalind alle partnership miliardarie tra Eli Lilly e Nvidia, l’integrazione dell’AI nei processi di ricerca sta ridisegnando le strategie competitive delle principali aziende del settore.

 

In questo articolo:

 

  • Chai Discovery e il modello su misura per Pfizer
  • Da Harvard agli uffici di OpenAI: le origini di Chai Discovery
  • Pzifer, l’AI entra nei laboratori farmaceutici

 

Chai Discovery e il modello su misura per Pfizer

L’operazione ruota attorno a Chai-3, un modello di intelligenza artificiale che ha segnato un punto di discontinuità nella progettazione di anticorpi. L’intesa tra le due società prevede, oltre l’accesso anticipato a Chai-3, lo sviluppo di un modello dedicato, calibrato sui dati e sui flussi di lavoro proprietari di Pfizer. Chai-3 rappresenta un avanzamento significativo rispetto al predecessore e registra un tasso di successo raddoppiato nella progettazione di anticorpi basata sull’intelligenza artificiale, con miglioramenti documentati nella sintesi di anticorpi terapeuticamente efficaci e nella capacità di agire su bersagli molecolari difficilmente aggredibili con i metodi convenzionali.

Chai-2 aveva già introdotto la progettazione di anticorpi zero-shot (senza esempi di addestramento specifici per ogni target) riducendo i tempi di scoperta da diversi mesi a poche settimane e consentendo la progettazione di molecole con caratteristiche farmacologicamente rilevanti. “La nostra partnership con Pfizer consiste nel mettere il software di Chai direttamente nelle mani di una delle principali organizzazioni al mondo per la scoperta di farmaci. Combinando la nostra piattaforma di intelligenza artificiale con la profonda competenza scientifica, i dati e le capacità di scoperta di Pfizer, vediamo l’opportunità di ampliare e accelerare ciò che è possibile realizzare nella scoperta di farmaci biologici e di aiutare Pfizer a perseguire obiettivi che i metodi tradizionali hanno faticato a raggiungere”, ha commentato Joshua Meier, co-fondatore di Chai Discovery.

L’accordo con Chai si inserisce in un periodo di intensa attività strategica per la multinazionale: la scorsa settimana Pfizer ha concluso un accordo di licenza e collaborazione globale con Innovent Biologics del valore massimo di 10,5 miliardi di dollari, focalizzato su un portafoglio di dodici farmaci oncologici in fase iniziale di sviluppo.

 

Da Harvard agli uffici di OpenAI: le origini di Chai Discovery

A sviluppare quella tecnologia è una startup nata appena due anni fa, le cui origini si intrecciano con alcune delle figure più influenti della Silicon Valley. Chai Discovery è stata formalmente costituita nel 2024 da Joshua Meier, Jack Dent, Matthew McPartlon e Jacques Boitreaud, con OpenAI tra i primi investitori. Le origini della società risalgono a circa sei anni prima: Meier aveva lavorato nel 2018 nel team di ricerca e ingegneria di OpenAI, mentre Dent, conosciuto durante i corsi di informatica ad Harvard, era all’epoca ingegnere per Stripe, anch’essa partecipata da Sam Altman tra i primissimi investitori. Fu Altman a proporre a Dent l’idea di avviare una startup nel campo della proteomica, focalizzata sulla progettazione e lo studio delle proteine. I quattro co-fondatori hanno sviluppato il progetto direttamente negli uffici di OpenAI nel quartiere Mission di San Francisco. “Sono stati così gentili da metterci a disposizione uno spazio ufficio”, ha rivelato Dent, con l’ambizione dichiarata di costruire una suite di progettazione assistita da computer per le biomolecole.

OpenAI, oltre ad aver sostenuto Chai fin dalle prime fasi, ha nel frattempo esteso la propria presenza nel settore biofarmaceutico e della difesa con il lancio di Rosalind Biodefense, un programma strutturato per la protezione della salute pubblica contro le minacce biologiche. In un comunicato ufficiale, la società ha dichiarato di ritenere che “l’intelligenza artificiale di frontiera debba offrire vantaggi concreti a chi si occupa di difesa biologica” e che “siano necessarie strutture di implementazione responsabili e modelli di accesso affidabili che mettano le capacità avanzate nelle mani di partner selezionati che stanno sviluppando nuove applicazioni, strumenti e iniziative di biodifesa per rafforzare la resilienza della società”. Il programma prevede l’accesso al modello GPT-Rosalind per enti governativi e partner statunitensi selezionati, con applicazioni che spaziano dalla modellazione epidemiologica allo sviluppo di contromisure mediche, in un contesto che include un accordo con il Dipartimento della Difesa statunitense.

A dicembre 2025, Chai ha completato un round di Serie B da 130 milioni di dollari, raggiungendo una valutazione di 1,3 miliardi di dollari in meno di due anni dall’incorporazione. Anche la società di venture capitalist General Catalyst figura tra i principali finanziatori; la ceo Elena Viboch ha dichiarato che “le aziende biofarmaceutiche che si muoveranno più rapidamente per collaborare con aziende come Chai saranno le prime a portare le molecole in fase clinica e a sviluppare farmaci di grande impatto“, precisando che avviare una partnership nel 2026 potrebbe tradursi nel vedere “farmaci innovativi entrare nella fase di sperimentazione clinica” entro la fine del 2027.

 

Pzifer e Chai, l’AI entra nei laboratori farmaceutici

L’accordo con Chai si inserisce in una strategia più ampia con cui Pfizer ha integrato l’intelligenza artificiale lungo l’intera filiera del farmaco: dalla drug discovery al supporto delle decisioni cliniche in ambito assistenziale. L’adozione sistematica di queste tecnologie ha consentito di ridurre sensibilmente i tempi di sviluppo, in alcuni casi quasi dimezzati rispetto agli standard storici. Un esempio concreto riguarda lo sviluppo dell’antivirale contro il Covid-19, il cui avanzamento è stato accelerato da modelli predittivi capaci di selezionare in poche settimane le strutture molecolari più promettenti. In parallelo, la multinazionale collabora con startup specializzate per impiegare algoritmi di chimica generativa nella progettazione di molecole innovative, ottimizzando efficacia e sintesi industriale.

“Una volta che sappiamo qual è il bersaglio da colpire, serve un farmaco per farlo. E l’intelligenza artificiale può progettare nuovi farmaci e molecole in grado di colpire quel target molto più rapidamente e meglio rispetto ai nostri metodi tradizionali”, ha sottolineato Albert Bourla, amministratore delegato di Pfizer in un intervento a Bloomberg TV. La multinazionale ha adottato il principio “Time is Life” come orientamento operativo: ogni giorno sottratto ai tempi di sviluppo tradizionali corrisponde a un anticipo nell’accesso del paziente alla terapia.

Il movimento però coinvolge l’intero settore: qualche mese fa l’azienda farmaceutica Eli Lilly ha formalizzato una propria partnership con Chai per lo sviluppo di nuovi biologici e siglato contestualmente un accordo separato con Nvidia da un miliardo di dollari per la realizzazione di un laboratorio di co-innovazione dedicato alla scoperta di farmaci tramite AI a San Francisco, che integrerà big data, risorse di calcolo e competenze scientifiche. Tuttavia, non potevano mancare alcune voci critiche che si ergono ogni qualvolta che una novità attraversa un settore: alcuni veterani ritengono che, data la complessità intrinseca dello sviluppo farmaceutico tradizionale, le nuove tecnologie difficilmente produrranno un impatto sostanziale sui tempi e sui tassi di successo della ricerca.

Immagine di Hillary Di Lernia

Hillary Di Lernia

Classe 1994 e laureata in scienze della comunicazione, si è specializzata in sociologia conseguendo successivamente un master in criminologia. Giornalista pubblicista, ha collaborato con diverse testate finanziarie tra cui Bluerating e Milano Finanza, occupandosi di risparmio gestito e approfondimenti sui mercati finanziari. Oggi svolge anche la professione di criminologa e giornalista d’inchiesta, con particolare attenzione alle dinamiche sociali, economiche e criminali.

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