Anthilia Capital Partners ha acceso i riflettori sulle Pmi italiane, sul loro ruolo nell’economia e sulle sfide che ne condizionano il futuro. Lo ha fatto nel corso di un evento organizzato a Milano “Economia reale, leva di crescita per mercato e imprese” durante il quale ha presentato l’indicatore Growth Index, risultato dell’Osservatorio Pmi e finanza, condotto da Excellera. La ricerca è stata elaborata su un campione qualificato di 100 piccole e medie imprese italiane, combinando dati quantitativi di bilancio degli ultimi 10 anni – confrontati con un universo di circa 19.000 società – con dati raccolti attraverso interviste dirette agli imprenditori e ai decision maker aziendali. Il campione è stato costruito in maniera stratificata, selezionato in base a quote per fatturato annuo (imprese tra 20 e 250 milioni di euro), numero di dipendenti e area territoriale.
Le Pmi, motore della manifattura nazionale, mostrano fiducia nel futuro e mantengono una propensione agli investimenti, raggiungendo un Growth Index di 53/100, ovvero in area moderatamente espansiva (50 è la soglia che separa l’espansione dalla contrazione). Tuttavia, dall’indagine sono emersi anche gli ostacoli strutturali delle Pmi, dalla difficoltà di pianificazione finanziaria ai nodi della governance in vista del passaggio di consegne tra generazioni.
In questo articolo:
- I temi al centro dell’Osservatorio sulle Pmi italiane
- Pmi italiane ottimiste ma c’è il rischio inconsapevolezza
- Salto dimensionale o salto nel buio?
- La finanza alternativa è una leva, non un sostituto delle banche
I temi al centro dell’Osservatorio sulle Pmi italiane
“I dati dell’Osservatorio ci consegnano una fotografia che dobbiamo saper leggere nella sua doppia natura – ha introdotto Giovanni Landi, presidente di Anthilia Capital Partners -. L’Italia è infatti il terzo esportatore al mondo di tecnologia e manifattura: un risultato straordinario, frutto di decenni di imprenditorialità e capacità competitiva. Eppure le imprese che producono questo valore sono oggi più aggredibili di quanto sembri. Il tema generazionale, una distribuzione del capitale ancora frammentata, una governance spesso costruita su misura del fondatore sono fattori che, sommati, espongono una quota rilevante del nostro sistema produttivo al rischio di essere acquisita da capitali internazionali. Quando questo accade, non cambia solo l’assetto proprietario, ma il rischio è di trovarsi davanti ad una forma silenziosa di desertificazione industriale”. In questo contesto Anthilia, che si avvicina ai vent’anni di attività, il private debt e la finanza complementare possono diventare strumenti decisivi per accompagnare la trasformazione e la crescita delle Pmi italiane.
Pmi italiane ottimiste ma c’è il rischio inconsapevolezza
In uno scenario internazionale complesso, soprattutto perché colpisce il fattore energia, le Pmi italiane sono ottimiste sulla crescita. Il 45% degli interpellati si è detto molto fiducioso, il 44% fiducioso. Non è solo la risposta secca a una domanda a evidenziarlo ma anche la constatazione, sottolineata da Daniele Colantonio, partner e responsabile sviluppo prodotti di Anthilia sgr, che “c’è progettualità e voglia di rilanciare i modelli produttivi”.
Il 55% delle imprese prevede infatti di investire nei prossimi anni, in particolare in digitalizzazione, nell’ampliamento e ammodernamento degli impianti, nello sviluppo commerciale. In prima posizione per prospettive di investimento ci sono le aziende classificate come “avanguardiste” (17% del totale), le più preformanti in termini di marginalità, che hanno raggiunto un punteggio Pmi Growth Index (Pmi GI) superiore a 68, seguite dalle imprese “in evoluzione” (63%), solide e orientate alla continuità. Più complesso lo scenario per le imprese “fragili” (20%, Pmi IG inferiore a 38), con marginalità ridotta, crescita lenta e bassa produttività.
Il pericolo “inconsapevolezza” non riguarda però solo queste ultime, come ha spiegato Daniele Colantonio, partner e responsabile Sviluppo Prodotti di Anthilia sgr: “Il vero tema non è la crescita in sé, ma la capacità di cogliere le opportunità che il mercato offre. La trasformazione ha bisogno di essere governata con investimenti che non si limitino preservare l’esistente, ma che ridisegnino i modelli di business, le strutture di controllo, le forme di accesso al capitale. Le Pmi italiane hanno la forza per farlo. Quello che spesso manca è la consapevolezza delle soluzioni, la conoscenza di strumenti finanziari concreti e la relazione con partner adeguati che le accompagnino in questo percorso”.

Salto dimensionale o salto nel buio?
Trasformazione e consapevolezza sono le due parole chiave per interpretare il bivio che hanno davanti tutte le Pmi italiane. Trasformazione necessaria, che passa attraverso una crescita dimensionale necessaria per resistere a shock esterni divenuti più frequenti e forti. Consapevolezza degli strumenti necessari per arrivare a fare il salto dimensionale. In caso contrario, il rischio è quello di un salto nel buio, anche a fronte di un passaggio di consegne tra generazioni che si sta rivelando problematico.
“Per fare il salto – ha proseguito Colantonio – bisogna guardare anche agli investimenti trasformativi, ovvero di governance e management”, che però non appaiono nelle prime posizioni tra le preoccupazioni degli imprenditori, rispettivamente con il 14% e 10% delle citazioni. “Se non osi, più grande non ci diventi mai”, ha osservato il manager. E allora, perché le Pmi italiane non sono capaci di “osare”?
Tra le barriere individuate dalla ricerca emergono l’incertezza del contesto macroeconomico (47%), la complessità burocratica (30%), la difficoltà e il costo eccessivo per ottenere credito bancario (10%), l’insufficiente generazione di cassa (5%) e la mancanza di strumenti finanziari adeguati (4%).
Tolto il primo aspetto, che per quanto importante è congiunturale, Anthilia Capital Partners si concentra sulle altre barriere e sulla constatazione che l’83% delle imprese fatica a valutare con precisione i ritorni economici e finanziari dei propri investimenti. Secondo Landi, questo limite non dipende dalla mancanza di intuizione imprenditoriale, ma dalla scarsa diffusione di strumenti di controllo di gestione evoluti e da una managerializzazione ancora incompleta.
La prudenza emerge anche nelle modalità di finanziamento. Il 36% delle imprese ricorre prevalentemente all’autofinanziamento, mentre molte altre combinano risorse interne e credito bancario. Un approccio che riflette solidità, ma anche una certa cautela nell’utilizzo di capitale esterno, quello necessario alla crescita dimensionale e alla managerializzazione.
Colantonio ha spiegato che “esistono vari tipi di investimento: di mantenimento o sulla governance, come il finanziamento di una holding. Sono finanziamenti che accompagnano la parte industriale e che se non vengono pianificati bloccano il passaggio generazionale e la crescita. L’imprenditore piccolo e medio ne è a conoscenza ma non ha capito come affrontarlo e non ha pianificato un percorso per affrontarlo. Senza un assetto organico è molto difficile diventare molto più grandi, anche nel contesto di un’economia europea che non cresce così tanto”.
Se digitalizzazione e investimenti industriali dominano le priorità delle imprese, la governance resta il grande tema irrisolto. Il 46% delle aziende riconosce che la struttura proprietaria e organizzativa rappresenta una questione importante, ma pochi imprenditori la traducono in un piano concreto di investimento.
Il passaggio generazionale è in cima alle preoccupazioni, ma raramente viene affrontato con interventi strutturati. Secondo Anthilia, circa 3.200 Pmi italiane presentano oggi un leader con età avanzata, un dato che evidenzia l’urgenza del tema.

La finanza alternativa è una leva, non un sostituto delle banche
Secondo le stime di Anthilia, il fabbisogno complessivo di capitale per sostenere lo sviluppo delle Pmi italiane supera i 46 miliardi di euro. Troppi per essere coperti solo dai canali di finanziamento tradizionali e più utilizzati dalle Pmi, ovvero quello bancario e l’autofinanziamento, che insieme coprono il 71% del totale. “In questo contesto – riprende Colantonio – il private debt può fornire risorse stabili e non soggette alle oscillazioni del credito tradizionale, consentendo agli imprenditori di pianificare investimenti con un orizzonte di medio-lungo termine”.
Per Anthilia Capital Partners, il rafforzamento patrimoniale e organizzativo delle Pmi rappresenta una condizione essenziale per consentire alle imprese di crescere dimensionalmente e affrontare con maggiore solidità le sfide del mercato globale. In questo senso, la finanza complementare può aiutare le Pmi italiane a “prendere l’ascensore dal secondo al terzo piano”, trasformando il potenziale imprenditoriale in crescita strutturale.
“Tutte le categorie interessate dalla crescita economica del nostro Paese dovrebbero essere chiaramente coinvolte e adeguatamente stimolate verso questo percorso – ha dichiarato Landi ai microfoni di Borsa&Finanza -. Le aziende sono ancora troppo piccole in Italia. È già un successo che a livello culturale il ‘piccolo è bello’ stia sparendo dal lessico dell’imprenditore, ma sono ancora troppo piccole per garantire un approccio sistemico sui mercati internazionali. Inoltre il sistema del mercato dei capitali non è ancora maturo. Ci si sta iniziando ad avviare verso una fase di evoluzione con la fornitura di strumenti che non sono solo il credito bancario, ma che affiancano e sono complementari al credito bancario per fornire attività finanziaria alla crescita delle imprese. Ma anche in questo campo c’è un tema di organizzazione e di pianificazione è molto, molto importante”. L’Osservatorio nasce anche per costruire questa consapevolezza nel sistema.









