Poste Italiane: il governo rinvia il decreto per la vendita delle azioni

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Il governo italiano avrebbe rinviato l’approvazione di un decreto che consentirebbe di cedere una parte della partecipazione detenuta in Poste Italiane. L’indiscrezione è stata riportata da Reuters, sulla base di riferimenti forniti da persone che hanno familiarità con la questione e che hanno deciso di rimanere anonimi. Poste Italiane è controllato dallo Stato con una quota complessiva del 64,3%, di cui il 29,3% attraverso il Ministero dell’economia e delle finanze (Mef); il 35% per mezzo di Cassa Depositi e Prestiti, sempre controllata dal Mef.

A gennaio di quest’anno il Tesoro aveva approvato un decreto per vendere tutta o una parte del pacchetto posseduto mantenendo la quota di Cdp. Tuttavia l’operazione aveva generato critiche in quanto Poste Italiane rappresenta un asset strategico. Una perdita di controllo dello Stato rischierebbe di innescare la chiusura degli uffici, mettendo a repentaglio i posti di lavoro, se un management privato mirasse esclusivamente alla redditività. A maggio, nell’incontro con i sindacati, il Mef ha deciso di rivedere il decreto in modo da collocare sul mercato una quota più piccola del 29,3%. L’idea è di liquidare al massimo il 13%, il che permetterebbe di conservare la maggioranza assoluta del 51% e impedire qualsiasi manovra di riorganizzazione del gruppo.

 

Poste Italiane: conviene davvero la cessione?

Poste Italiane attualmente vale quasi 16 miliardi di dollari. La cessione di una quota del 13% comporterebbe un introito per il governo di circa 2 miliardi di dollari, cifra che si aggiungerebbe ai 3 miliardi di dollari incassati nel 2015 quando lo Stato vendette il 35% dell’azienda nell’offerta pubblica iniziale che la valutò 8,8 miliardi di dollari. La vendita rientrerebbe nei piani del governo Meloni di ridurre l’enorme debito pubblico del Paese. In tale contesto, entro la fine dell’anno l’esecutivo venderà la sua quota del 27% in Banca MPS in modo da soddisfare i termini di ri-privatizzazione concordati con l’Unione europea al momento del salvataggio del 2017.

La cessione del 13% di Poste Italiane conviene davvero? L’azienda prevede di distribuire nei prossimi 4 anni 6,5 miliardi di euro sotto forma di dividendi. Mantenendo tutto il 29,3%, il Tesoro incasserebbe una cedola complessiva di 1,90 miliardi di dollari, di cui quasi 850 milioni di dollari per la parte relativa al 13%. Inoltre conserverebbe l’asset. C’è chiaramente un discorso di liquidità immediata che entra in gioco e che permetterebbe di gestire meglio il deficit per allinearsi con i parametri europei. Alcuni critici però sostengono che i risparmi sugli interessi sul debito derivanti dalla cessione sarebbero più bassi rispetto ai dividendi pagati da Poste nel tempo, il che renderebbe l’operazione una soluzione non proprio redditizia.

 

Il MEF coinvolgerà gli investitori retail nell’offerta?

Ad ogni modo, il governo starebbe pensando di coinvolgere un pubblico ampio nella vendita del 13% della quota detenuta presso l’istituto guidato da Matteo Del Fante. Il Tesoro vorrebbe fare un’offerta non solo ai fondi istituzionali, ma anche agli investitori retail. Almeno questo sarebbe nei programmi del ministro delle Finanze Giancarlo Giorgetti, stando ad alcune indiscrezioni giornalistiche. Tutto ciò significa che una vendita a blocchi come quella fatta nei confronti di MPS verrebbe esclusa, optando a quel punto per un modello di cessione unica.

Immagine di Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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