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Price cap: cos’è e come funziona il tetto al prezzo del gas

Price cap: cos'è e come funziona il tetto al prezzo del gas

Uno dei principali effetti della guerra Russia-Ucraina è stata l’impennata furiosa dei prezzi delle materie prime, in particolare quelle energetiche. Tra queste a preoccupare in maniera speciale è il gas naturale europeo, quotato alla Borsa di Amsterdam. Il prezzo al Title Transfer Facility (TTF) è salito quest’anno del 122% al 7 ottobre, raggiungendo un massimo storico di 345 euro nel mese di marzo, ossia di oltre 100 volte i minimi del 2020. La ragione di un rally così poderoso si può spiegare con la stretta dipendenza dell’Europa dalle forniture russe. Il Paese guidato da Vladmir Putin soddisfaceva circa il 40% del fabbisogno energetico del Vecchio Continente prima del conflitto in Ucraina. A seguito delle sanzioni occidentali, Mosca ha sempre più ridotto l’approvvigionamento in segno di rappresaglia e oggi i flussi dal principale gasdotto Nord Stream 1 non superano il 20% della capacità produttiva dell’infrastruttura.

La riduzione dell’offerta ha quindi squilibrato il mercato, soprattutto di fronte a una domanda esorbitante. I prezzi al TTF sono di conseguenza saliti rapidamente, determinando un enorme problema per l’Europa, alle prese con un caro bollette che sta distruggendo economicamente imprese e famiglie. Da diverso tempo Bruxelles sta discutendo di fissare un prezzo al tetto del gas, senza ancora aver trovato una soluzione. Ma come funziona realmente il price cap? E può essere concretamente applicato senza creare distorsioni? Ancora, dovrà essere applicato solo nei confronti della Russia o esteso anche ad altri Paesi? Rispondiamo a questi quesiti con una guida che illustra tutto quello che c’è da sapere sul tema.

 

Price cap: cos’è e quali obiettivi si pone

Il price cap non è altro che un limite al prezzo del gas che viene stabilito dall’UE sulla quantità acquistata dai fornitori da parte delle compagnie energetiche europee. La soglia concordata non dovrà mai essere superata. Di quanto il massimale dovrebbe essere ci sono molte discordanze. La Commissione Europea ha suggerito di fissarlo al di sopra dei costi di produzione dei produttori e al di sotto dei prezzi di mercato, in modo da non scoraggiare le aziende a non vendere più all’Europa. Sulla base di questo ragionamento, il price cap potrebbe essere stabilito tra gli 80 e i 90 euro a megawattora. L’obiettivo è duplice: da un lato tagliare le entrate alla Russia che servono a finanziare la guerra contro l’Ucraina, dall’altro mettere un limite al costo delle bollette evitando che le imprese chiudano e i Paesi vadano in recessione.

Sulle modalità applicative, comunque, vi sono diverse soluzioni. Una è quella di imporre un tetto alle aziende come suddetto in maniera singola. Un’altra riguarda l’istituzione di un’entità unica europea che acquisti il gas a un determinato prezzo e poi allochi la quantità ai vari operatori sul mercato. Alcuni hanno avanzato anche l’ipotesi di stabilire un price cap temporaneamente per i Paesi più esposti al taglio delle forniture russe, attraverso un legame con il TTF, sebbene sussistano molti dubbi di carattere applicativo. Alcuni Paesi come Italia, Belgio, Grecia e Polonia hanno presentato la proposta di un corridoio dinamico di prezzi, ossia di un intervallo entro cui le quotazioni possono fluttuare intorno a un valore centrale.

 

Price cap: può funzionare davvero?

Se in Europa ci fosse stata unanimità di consensi a quest’ora probabilmente un accordo per stabilire un tetto al prezzo del gas si sarebbe già trovato. In verità vi è una spaccatura, che non sempre risulta essere scevra da interessi personalistici di pura convenienza. Tra i principali oppositori a una soluzione di tale fattura vi è la Germania, dipendente più di ogni altra Nazione dell’UE dall’approvvigionamento russo. La locomotiva europea ritiene che una misura di tale portata rischi di distorcere il mercato della domanda e dell’offerta. Tuttavia, quelli più smaliziati reputano che Berlino voglia evitare che dal Cremlino giunga l’ordine di interrompere definitivamente le forniture, mettendo ancora di più nei guai il Paese, alle prese con l’oggettiva difficoltà a soddisfare il fabbisogno energico della popolazione. L’Olanda è sulla stessa posizione della Germania, anche perché il price cap rischia di ridimensionare il ruolo del TTF nella determinazione dei prezzi, che si trova proprio ad Amsterdam.

Al di là delle posizioni ostili, vi sono obiettivamente dei punti controversi che andrebbero analizzati e risolti. Il primo riguarda la questione su verso chi sarà attuato il price cap. L’obiettivo è quello di colpire la Russia; quindi, sicuramente un tetto al prezzo sarebbe rivolto al combustibile fornito dalle aziende russe. C’è da dire che, da quando Mosca ha tagliato i flussi verso l’Europa, la dipendenza del Vecchio Continente dal gas di Putin è scesa dal 40% al 9%. Questo significa che se il limite di prezzo dovesse riguardare solo la Russia, potrebbe non essere abbastanza per fermare l’ascesa delle quotazioni. Ma qui sorgono i problemi, perché se il tetto venisse applicato anche a fornitori importanti come Stati Uniti, Algeria, Egitto, Qatar, Libia e Azerbaijan, tali Paesi troverebbero conveniente esportare altrove, creando in questo modo una profonda crisi dell’offerta. Un altro punto critico riguarda i fornitori all’interno dell’Unione Europea come la Norvegia, che finora hanno tratto grande vantaggi dalle quotazioni alle stelle. Il Paese scandinavo, ad esempio, sarebbe riluttante a firmare un provvedimento che ostacoli il libero mercato in quanto ne verrebbe danneggiato.

Il price cap rischia inoltre di far tornare le lancette dell’orologio indietro di 20 anni. Il punto è che se si impone un tetto alla Russia, dal lato dell’offerta si ha un venditore che ha il monopolio, ossia Gazprom, ma sul fronte della domanda vi è un mercato liberalizzato dove operano numerosi acquirenti, vincolati da una serie di contratti di fornitura. A quel punto occorrerebbe costruire una sorta di mercato centralizzato europeo, dove si conferisce alla Commissione Europea il ruolo di acquirente unico per tutte le importazioni dalla Russia, che poi effettua un’allocazione dei quantitativi acquistati tra i diversi operatori nazionali.

Tuttavia, ci sarebbe un altro nodo da sciogliere, ovvero quello del controllo sui ricarichi che i singoli operatori poi farebbero sui clienti a cui fanno arrivare il gas naturale. La Commissione Europea dovrebbe in sostanza accertarsi che non vi siano poi speculazioni e che ciò che andranno a pagare le famiglie e le imprese nelle bollette non sia sproporzionato in rapporto al prezzo cappato di riferimento. Gli organi adibiti a fare in modo che tutto funzioni nella correttezza sarebbero le Autorità nazionali di regolazione dell’energia, nella fattispecie italiana l’ARERA.

Tutto questo comunque solleva un grosso punto interrogativo: la Russia accetterà mai di rinunciare a importanti entrate che alimentano la sua economia e soprattutto le permettono di finanziare lo sforzo bellico in Ucraina? Qui entra in gioco il potere negoziale tra le parti, aprendo ad altre domande. Nell’eventualità che Mosca non accetti una simile pretesa dalla sua principale controparte, l’Europa sarà in grado di fare a meno per un certo periodo del gas russo, senza dover ricorrere a pesanti razionamenti con il rischio di mandare in default un numero troppo elevato di imprese? Dall’altra sponda, la Russia riuscirà a trovare un’alternativa per compensare i mancati introiti che arrivano da Bruxelles, considerando le difficoltà logistiche di reindirizzare i flussi verso altri Paesi? Tali quesiti probabilmente sono destinati a rimanere senza una risposta certa, ma sarà solo possibile fare delle ipotesi e delle proiezioni che si prestano a un margine di errore non del tutto trascurabile.

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