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Quantitative tightening: cos’è e come funziona

Quantitative tightening: cos'è e come funziona

In un periodo in cui le Banche centrali stanno effettuando una politica monetaria restrittiva, assume maggiore significato il concetto di quantitative tightening. In pratica, si tratta di una serie di misure contrarie a quelle attuate nell’ultimo decennio con il quantitative easing, dove gli istituti centrali hanno cercato di aumentare la moneta in circolazione. Quindi, con il quantitative tightening l’obiettivo è quello di ritirare denaro per raffreddare l’economia. Entriamo quindi nel dettaglio, illustrando il significato di questa manovra, quale impatto ha sull’economia e come viene attuato da parte delle Banche centrali.

 

Quantitative tightening: cos’è e come influisce sull’economia

Il quantitative tightening consiste in un’operazione in cui una Banca centrale riduce la liquidità in circolazione con lo scopo di frenare la crescita economica. I canali attraverso cui attua questa misura sono fondamentalmente tre.

Con il primo, l’istituto monetario diminuisce l’acquisto di titoli pubblici o privati sul mercato. Per effettuare questo, ha due possibilità: o aspettare che i titoli che aveva precedentemente acquistato giungano a scadenza senza reinvestire il capitale e le cedole nel frattempo maturate; oppure vendere sul mercato i bond prima della scadenza naturale. In entrambi i casi,  la liquidità non viene ricreata e la quantità di moneta in circolazione diminuisce.

Con il secondo, la Banca aumenta i tassi d’interesse. In sostanza, gli istituti di credito che si rivolgono alla Banca centrale per ottenere finanziamento dovranno pagare un onere finanziario maggiore. Questo le disincentiva a chiedere liquidità da trasferire nell’economia reale attraverso i prestiti alle imprese e i mutui alle famiglie.

Con il terzo canale, l’autorità monetaria aumenta il coefficiente di riserva obbligatoria che le banche devono detenere presso la Banca centrale in una certa misura dell’attivo. Quindi, se queste sono costrette a depositare maggiore denaro presso l’ente centrale, avranno meno disponibilità liquide da movimentare.

Questi provvedimenti hanno uno scopo ben preciso: togliere denaro al mercato e fare in modo che la domanda di finanziamenti e di beni e servizi si attenui. Il quantitative tightening viene attuato solitamente quando l’economia sta crescendo troppo e in modo disordinato, con l’inflazione che va ben al di là degli obiettivi designati dalle Banche centrali. Queste ultime considerano un livello di crescita dei prezzi al consumo in genere intorno al 2%, perché indica la cifra per cui un’economia cresce in modo sano. Riducendo la moneta in circolo, le banche hanno meno risorse per foraggiare gli acquisti attraverso i finanziamenti, quindi la domanda si attenua e l’inflazione tende a scendere.

 

Quantitative tightening vs tapering: come vengono influenzate le attività finanziarie

Il quantitative tightening non va confuso con il tapering. Quest’ultimo consiste nella riduzione del ritmo del quantitative easing, ma quando viene attuato il bilancio della Banca centrale è ancora in una fase espansionistica. Il quantitative tightening invece riduce proprio il bilancio. Quindi, si può dire che il tapering si intermezza nella fase di passaggio da una politica monetaria espansiva a una restrittiva.

Quando viene attuata una stretta monetaria, l’impatto sulle attività finanziarie è ben preciso. Le azioni solitamente tendono a scendere, perché meno denaro nelle disponibilità delle banche significa che meno soldi si riverseranno in Borsa. Inoltre, quando aumentano i tassi d’interesse, aumenta il costo opportunità di tenere titoli rischiosi rispetto a quelli a reddito fisso, che rendono di più rispetto a prima.

Le obbligazioni traggono vantaggio dall’aumento dei tassi, riguardo quelle di nuova emissione, in virtù di un maggior rendimento. Viceversa, i titoli quotati sul mercato vedono scendere i prezzi, per allineare i rendimenti con quelli dei titoli a nuova emissione.

La valuta domestica tende a salire se c’è un restringimento monetario, perché l’aumento dei tassi rende più redditizio detenere quella divisa rispetto ad altre straniere. Se ad esempio la Federal Reserve alza il costo del denaro e la Banca Centrale Europea lo lascia inalterato, da quel momento il dollaro rende di più rispetto a prima, nel rapporto con l’euro. Di conseguenza, gli investitori acquistano più dollari e vendono più euro, facendo salire il prezzo del biglietto verde e scendere quello della moneta unica.

 

Le strategie di Fed e BCE

Il quantitative tightening della Federal Reserve è stato annunciato il 4 maggio 2022 nell’ambito degli sforzi per rallentare l’inflazione statunitense che stava crescendo in maniera forsennata. Durante la fase pandemica, il bilancio dell’istituto centrale americano era salito a circa 9.000 miliardi di dollari, attraverso l’acquisto sul mercato di titoli pubblici e privati con lo scopo di fronteggiare la crisi economica del Paese. La nuova strategia della Fed era quella di far maturare, a partire dal 1° giugno 2022, circa 1.000 miliardi di dollari di titoli senza reinvestimento nell’arco di 12 mesi. Nello specifico, i limiti venivano fissati per i primi tre mesi a 30 miliardi di dollari mensili per i titoli di Stato e 17,5 miliardi di dollari al mese per i mortgage-backed securities; successivamente tali limiti venivano aumentati a 60 miliardi di dollari per i Treasury e a 35 miliardi di dollari per i titoli garantiti da ipoteca.

Per quanto riguarda la Banca Centrale Europea, la strategia sul quantitative tightening è stata chiarita nell’ultimo meeting di dicembre. Nell’occasione, il Consiglio Direttivo ha esplicitato che “intende continuare a reinvestire integralmente il capitale rimborsato sui titoli in scadenza nel quadro dell’Asset Purchase Programme (APP) sino alla fine di febbraio 2023”. Dopo, l’Eurosistema reinvestirà solo in parte il capitale rimborsato sui titoli in scadenza, con un ritmo di riduzione di 15 miliardi di euro al mese fino alla fine del 2023, e successivamente “verrà determinato nel corso del tempo”. Per quel che riguarda il Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP), il reinvestimento dei titoli in scadenza sarà effettuato almeno sino alla fine del 2024 in maniera flessibile, per “contrastare i rischi per il meccanismo di trasmissione della politica monetaria riconducibili alla pandemia”.

Ricordiamo che l’APP era stato introdotto dalla BCE nel 2015 sotto la Presidenza di Mario Draghi, interrotto nel 2018, ripreso nel 2019 e rafforzato nel 2020 a causa della pandemia. Il PEPP fa parte di un imponente piano pandemico di 750 miliardi di euro, incrementato poi fino a 1.850 miliardi di euro per contrastare gli effetti pandemici sull’economia dell’Eurozona.

 

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