articolo aggiornato alle ore 17.30
Nuova svolta sul futuro della raffineria Isab di Priolo Gargallo, in Sicilia. Dopo l’indiscrezione rilanciata questa mattina sull’inserimento di un’importante fondo di private equity statunitense, il gruppo Ludoil, guidato dalla famiglia Ammaturo, e la società Goi Energy, veicolo controllato dal fondo cipriota Argus New Energy Fund e attuale proprietario della raffineria, hanno chiarito la situazione.
“Indipendentemente da eventuali iniziative provenienti da soggetti terzi, tra GOI Energy e Ludoil Energy è in essere un contratto di opzione in esclusiva, che disciplina in via vincolante il trasferimento delle partecipazioni in Isab in favore di Ludoil Energy, con acquisizione da parte di quest’ultima di una quota di controllo”, si legge nella nota congiunta delle due società, che aggiunge: “Le parti, nella piena e reciproca adesione all’accordo sottoscritto, stanno procedendo alla finalizzazione dei contratti di compravendita, la cui sottoscrizione è prevista nei prossimi giorni, al fine di procedere con l’iter autorizzativo necessario secondo le norme vigenti”.
Una presa di posizione chiarissima che non lascia spazio a interpretazioni e a nuove offerte. “Goi Energy e Ludoil Energy confermano la solidità dell’accordo raggiunto e l’impegno condiviso a garantire la continuità industriale e occupazionale della Raffineria di Priolo Gargallo, asset di primaria rilevanza per la sicurezza energetica del Paese, nonché il suo successivo sviluppo orientato alla produzione di biocarburanti avanzati, tra cui HVO e Sustainable Aviation Fuel (SAF). Quanto precede costituisce l’unica posizione ufficiale delle due società in merito all’operazione”.
In questo articolo:
- Raffineria Isab: cosa è successo
- La storia della raffineria Isab di Priolo
- Un affare di Stato
Raffineria Isab: cosa è successo
In mattinata Milano Finanza aveva riportato la presentazione di una nuova controfferta per il controllo della raffineria Isab: un asse transatlantico che vede un importante fondo di private equity statunitense unire le forze con un colosso petrolifero indonesiano – che potrebbe essere Pertamina, colosso statale controllato dal fondo sovrano Pt Danantara Asset Management – per strappare Isab dalle mani dell’attuale proprietà cipriota.
Una mossa che, difatti, si sta prefigurando solamente come un atto di disturbo finanziario e non un’offensiva capace di ribaltare la trattativa tra Argus New Energy Fund di Cipro, guidato da Michael Bobrov, e la stessa Ludoil. Il gruppo campano, come confermato nella nota, ha infatti avviato da settimane un percorso di esclusiva per una complessa due diligence, finalizzata all’acquisizione della maggioranza della raffineria. Per Ludoil non si tratta di un interesse speculativo, ma del coronamento di un legame operativo già solidissimo.
Tra le due realtà infatti esiste un contratto di caricazione – ossia di prelievo fisico e gestione dei flussi – e di vendita di prodotti petroliferi che ha visto il gruppo guidato da Donato Ammaturo sostituire progressivamente i vecchi canali distributivi russi. Operazione che sta permettendo al sangue energetico raffinato in Sicilia di continuare a fluire verso le stazioni di servizio e le industrie italiane e che sta trasformando un rapporto di fornitura in un progetto di integrazione verticale che restituirebbe all’Italia la gestione diretta di circa il venti per cento del proprio fabbisogno energetico.
La storia della raffineria Isab di Priolo
Per comprendere come siamo arrivati a questo punto, bisogna ripercorrere la storia di un impianto che è lo specchio dei mutamenti dell’industria energetica mondiale. L’Isab nasce negli anni Settanta dal genio di Ferdinando Garrone e della sua Erg, diventando rapidamente il cuore del polo petrolchimico siracusano. Per decenni è stata la punta di diamante della raffinazione mediterranea, capace di processare milioni di tonnellate di greggio l’anno. Tuttavia, con il progressivo disimpegno delle grandi famiglie industriali italiane dal settore “oil”, l’impianto è passato sotto l’orbita dei russi di Lukoil.
Quella che per anni è parsa un’alleanza commerciale vantaggiosa è diventata, con l’invasione dell’Ucraina nel 2022, una trappola geopolitica senza via d’uscita. Isab, pur trovandosi in territorio italiano, è diventata improvvisamente un paria internazionale: le banche hanno chiuso le linee di credito, le sanzioni hanno reso impossibile l’acquisto di greggio non russo e l’impianto ha rischiato la chiusura totale, con conseguenze incalcolabili per l’occupazione siciliana e per l’approvvigionamento nazionale.
La soluzione di emergenza è arrivata con il passaggio a Goi Energy, veicolo controllato proprio dal fondo cipriota Argus New Energy Fund, guidato da Michael Bobrov. Un passaggio che molti osservatori hanno considerato fin dall’inizio una fase di transizione, una sorta di “parcheggio” finanziario in attesa di un partner industriale di lungo corso. È in questo spazio che si è inserita Ludoil, offrendo una prospettiva di “italianità” industriale in grado di dialogare con il Golden Power di Palazzo Chigi. Tema che ovviamente torna in auge in un contesto come quello attuale, in cui la guerra tra Stati Uniti e Iran ha innescato una nuova crisi energetica.
Una questione di Stato
Sulla base di questi fattori, il dossier Isab non è solamente un affare di bilancio, ma una questione di Stato. La raffineria di Priolo non è solo un impianto, è un bastione che copre circa il venti per cento della capacità di raffinazione nazionale. Donato Ammaturo, in una lettera che assume i contorni di un manifesto della sovranità industriale, ha fotografato la posta in gioco, ricordando come ogni perturbazione nell’approvvigionamento di energia si traduca, nel giro di pochissime settimane, in una crisi della vita quotidiana. Esiste una verità che le crisi energetiche degli ultimi anni hanno reso impossibile ignorare, ed è che in un’economia moderna il carburante non è una variabile separata dall’economia reale, ma è il cuore pulsante del sistema. Ammaturo osserva con realismo che “il prezzo della benzina diventa inevitabilmente il prezzo del latte, dei biscotti, della pasta”, poiché ogni prodotto che si sposta su un camion o che esce da una fabbrica porta con sé il costo dell’energia che lo ha mosso e trasformato. Quando il carburante sale, tutto sale; quando la sua disponibilità è incerta, l’intera tenuta sociale diventa incerta.
La sua critica alle scelte industriali degli ultimi trent’anni è severa: ci siamo consegnati a una vulnerabilità strutturale illudendoci che la transizione energetica potesse ridursi a una rapida elettrificazione alimentata da rinnovabili, ignorando i vincoli fisici di un Paese che consuma ancora 40 milioni di tonnellate all’anno di prodotti raffinati. “Se anche si volesse sostituire quel consumo con elettricità”, avverte Ammaturo, “si richiederebbe una capacità di generazione rinnovabile pari a dieci volte quella oggi installata”. Un’impossibilità tecnica che impone di proteggere la capacità di raffinazione domestica come garanzia di autonomia.
Ammaturo sottolinea come l’Europa sia rimasta schiacciata tra le proprie ambizioni verdi e una realtà geopolitica brutale. Le politiche europee, dal sistema Ets alla tassazione sulle emissioni, hanno spesso penalizzato chi produce in Europa rispetto ai concorrenti americani o asiatici, spostando le emissioni fuori dai confini ma lasciandoci con il conto economico da pagare. In questo contesto, Isab e Saras – l’altro grande pilastro sardo della raffinazione – rappresentano insieme il 60% dei consumi nazionali: “Due complessi industriali rari che oggi si trovano in mani non italiane o in equilibri precari”, ed è proprio qui che si gioca la vera sovranità energetica.
L’Isab di Priolo è dunque molto più di una raffineria in vendita: è il termometro della volontà dell’Italia di restare una potenza industriale. D’altronde, come ricorda la storia recente, cedere asset strategici per inerzia o per convenienza finanziaria di breve periodo equivale a rinunciare volontariamente a un pezzo di indipendenza.









