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Rame: il 50% delle miniere a rischio siccità, ecco cosa significa

Rame: il 50% delle miniere a rischio siccità, ecco cosa significa

La situazione del mercato del rame sta diventando sempre più critica. Un nuovo rapporto realizzato dalla società di consulenza contabile, legale e fiscale PricewaterhouseCoopers LLP (PwC) sostiene che oltre il 50% delle miniere di rame nel mondo sarà esposto al rischio siccità entro il 2050, anche nello scenario ottimistico di basse emissioni. Una percentuale, questa, inferiore rispetto al 74% relativa ad altri due metalli chiave per la transizione energetica come litio e cobalto, ma pur sempre a un livello tale da suonare un campanello d’allarme per quanto riguarda l’approvvigionamento del metallo rosso.

Il cambiamento climatico sta colpendo da tempo le materie prime agricole, mentre sul fronte dei minerali ancora gli effetti non si sono manifestati in tutta la loro potenza. PwC osserva che tre Paesi, esattamente Cile, Perù e Cina, rappresentano oltre la metà della produzione di rame, e in particolare nel Cile si è registrato un calo notevole negli ultimi anni a causa della scarsità d’acqua che ha frenato l’estrazione. “Il cambiamento climatico può avere un effetto sproporzionato”, hanno affermato gli analisti di PwC.

 

Rame: cosa può comportare il problema della siccità

Il rapporto della società di consulenza rincara la dose su una situazione già difficile nel mercato del rame, dove i prezzi hanno superato quota 10.000 dollari. La grande richiesta della materia prima derivante dall’imponente utilizzo a livello industriale e soprattutto nel campo delle nuove energie si scontra con un’offerta insufficiente. Il problema di fondo è che le prospettive non infondono ottimismo, in quanto le grandi aziende operative nel settore stanno investendo poco o nulla per esplorare nuove miniere. I giacimenti sono diventati più difficili e costosi per l’estrazione, mentre questioni ambientali e sociali si fanno sempre più incalzanti al punto da scoraggiare i più importanti player del settore a farsi avanti.

In sostanza, i grandi gruppi preferiscono aumentare la loro produzione acquisendo rivali più piccoli piuttosto che avventurarsi in piani di mining il cui ritorno è molto più incerto. Ne è una dimostrazione l’offerta gigantesca di 38,8 miliardi di dollari lanciata dal più grande gruppo minerario del rame a livello mondiale, BHP Group, per acquisire la società mineraria britannica Anglo American. La proposta è stata respinta, ma il colosso australiano è pronto a un rilancio con un’offerta più allettante. L’espansione in tal senso delle aziende più forti però non incrementa l’offerta complessiva e non risolve quindi il problema dell’approvvigionamento.

Se subentra il fattore siccità come penalizzante per gli investimenti, l’offerta di rame potrebbe essere ancora più bassa rispetto alle previsioni, il che implica uno squilibrio di mercato più accentuato che porta a una crescita ulteriore dei prezzi. Molti si stanno chiedendo a quali quotazioni del rame le aziende sono disposte a investire nell’estrazione e, secondo alcuni analisti come Olivia Markham, co-gestore del BlackRock World Mining Fund, 12.000 dollari potrebbe essere la soglia chiave. Tuttavia, non è escluso che se non si muove qualcosa, magari sul fronte cinese, per incoraggiare le aziende a fare il passo decisivo, sarà difficile vedere nei prossimi anni una vera inversione di rotta.

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Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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