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Recessione USA: ecco 4 variabili che diranno quando arriva

Recessione USA: ecco 4 variabili che diranno quando arriva

La recessione USA tarda ad arrivare. Sembra bizzarro che si stia nell’attesa di un evento così negativo, ma in realtà è quello che gran parte degli operatori di mercato e degli esperti di economia e finanza si aspetta negli Stati Uniti. Il fatto è che dopo la sfilza di rialzi dei tassi eseguiti dalla Federal Reserve da marzo dello scorso anno, l’economia a stelle strisce avrebbe già dovuto essere alle corde. Invece, non solo non è stato così, ma sotto certi aspetti l’economia scoppia di salute.

Il mercato del lavoro mostra ancora segni di straordinaria forza, sfornando ogni mese centinaia di migliaia di nuovi occupati. Ma questo non è un elemento del tutto positivo in questo momento, perché è uno dei principali parametri tenuti in considerazione dalla Fed per decidere se chiudere la porta a chiave circa il ciclo di aumento dei tassi. In altri termini, se l’occupazione è ancora elevata, i salari crescono e possono far riaccendere focolai inflazionistici costringendo la Banca centrale americana a stringere nuovamente sulla politica monetaria. Ad ogni modo, il ritardo con cui la recessione USA si sta manifestando potrebbe essere pericoloso, perché poi si accompagnerebbe a una crisi bancaria che strozza il credito a famiglie e imprese rendendo più difficoltosa una ripresa.

 

Recessione USA: ecco cosa considerare

Tecnicamente una recessione si manifesta quando per due trimestri consecutivi il PIL registra crescita negativa. Tuttavia, negli Stati Uniti si ha una recessione vera e propria quando entrano in gioco una serie di elementi di natura macroeconomica valutati dal National Bureau of Economic Research (NBER), che è l’organo preposto a decretare ufficialmente se l’economia sta regredendo o meno. Analisti e investitori quindi dovranno monitorare con attenzione tutte le variabili che possono determinare una flessione economica negli Stati Uniti. Sotto la lente d’ingrandimento ne finiscono quattro, la cui interazione aiuta a descrivere dove si trova l’economia USA e dove potrebbe essere diretta.

La prima variabile riguarda i salari. L’offerta di lavoro è ancora molto alta negli Stati Uniti rispetto alla domanda. Le aziende si lamentano perché non riescono a trovare manodopera e giocoforza sono costrette ad aumentare le buste paga. Parte di questo fenomeno origina dal post-Covid, quando le aziende si erano scatenate in una corsa per aggiungere lavoratori. La crescita dei salari però sta rallentando rispetto al periodo immediato del post-lockdown, con i datori di lavoro più piccoli che non hanno i mezzi finanziari per sostenere una guerra di offerte e i lavoratori che sono diventati più cauti nell’abbandonare i posti occupati.

Una seconda variabile concerne la produttività. Per decenni è stata stagnante negli Stati Uniti, ma lo sviluppo dello smart working e l’automazione avevano migliorato la tendenza dopo la pandemia. Con il ritorno della manodopera in azienda, la produzione oraria è tornata fiacca, registrando nel primo trimestre del 2023 una diminuzione dello 0,8% su base annua. Salari alti e scarsa produttività possono essere una combinazione letale per i profitti delle imprese. Per il momento non vi sono segnali allarmanti in tal senso, dal momento che gli utili societari dell’S&P 500 sono scesi del 3% anno su anno, meglio rispetto a un calo dell’8% atteso dagli analisti. Ma è chiaro che la situazione va osservata con molto scrupolo.

La terza variabile riguarda proprio i profitti delle aziende, alla luce dell’aumento dei costi di materie prime e materiali. Le aziende che hanno potere di determinazione dei prezzi, tipo Coca-Cola e Procter & Gamble, hanno aumentato il prezzo dei loro prodotti e scaricato sul consumatore il valore più alto degli input. Occorre vedere quanto altri produttori sono e saranno in grado di fare altrettanto. Soprattutto sarà importante verificare se il consumatore regge e continua a comprare. Finora l’impatto è stato assorbito bene ma, se qualcosa cominciasse a scricchiolare, la domanda inevitabilmente comincerebbe a contrarsi, ponendo le condizioni per una recessione.

La quarta variabile riguarda l’inflazione. Da un anno e mezzo è nemica di tutti e la Fed ha dovuto usare l’artiglieria pesante per cercare di abbatterla. Ancora la battaglia non è terminata, dal momento che l’indice dei prezzi al consumo è appena sotto il 5%, ben lontano dagli obiettivi di lungo termine della Banca centrale al 2%. L’inflazione elevata erode il potere d’acquisto e finisce per distruggere la domanda. La quantità importante dei risparmi degli americani accumulati durante la pandemia è riuscita a compensare gli effetti nefasti del carovita finora. Tuttavia, se l’inflazione dovesse perdurare a mantenersi elevata, i consumatori potrebbero cominciare a non spendere più come prima facendo contrarre l’economia.

AUTORE

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Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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