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Regime del risparmio gestito: cos’è e come funziona

Regime del risparmio gestito: cos'è e come funziona

Il regime del risparmio gestito è uno dei modelli di tassazione delle rendite finanziarie a cui può ricorrere il contribuente. Come per il risparmio amministrato, e a differenza del regime dichiarativo, tutte le incombenze di natura burocratica sono assolte dall’intermediario che si occupa della gestione di portafoglio. In questo modo, il contribuente è liberato da ogni forma di adempimento nei confronti del Fisco. L’altro aspetto in comune con il regime del risparmio amministrato e che lo distingue dal regime dichiarativo consiste nel fatto che viene scelto per opzione e non è di default. Vediamo quindi più nel dettaglio come funziona tutto il meccanismo con una guida che illustra tutte le caratteristiche del regime del risparmio gestito.

 

Regime del risparmio gestito: definizione e caratteristiche

Il regime del risparmio gestito si basa sulla tassazione applicata al risultato conseguito da una gestione individuale di portafoglio effettuata da parte di intermediari autorizzati come banche, SIM, SGR, fiduciarie, ecc. o da fondi pensione. Il risultato di gestione scaturisce dalla differenza tra l’ammontare dei redditi di capitale e dei redditi diversi maturati e i costi derivanti dalla gestione stessa. In altri termini, può essere considerato come la differenza tra il valore del patrimonio gestito lordo alla fine dell’anno solare e il valore dello stesso all’inizio dell’anno, aumentato dei prelevamenti effettuati durante l’esercizio e diminuito dei conferimenti, dei redditi che comunque sono assoggettati ad imposta sostitutiva, dei redditi esenti e di quelli che concorrono a formare il reddito complessivo del contribuente da portare in dichiarazione dei redditi. Sul risultato netto di gestione va applicata l’imposta sostitutiva del 26%.

Tra i redditi che vanno portati in diminuzione del risultato di gestione in quanto facenti parte dei redditi assoggettati a tassazione ordinaria vi sono:

 

  • gli interessi sui depositi bancari italiani;
  • i dividendi da soggetti diversi dalle persone fisiche come enti non commerciali, società semplici e associazioni di artisti e professionisti;
  • i proventi derivanti da OICR di derivazione estera che sono sottoposti a ritenuta d’acconto;
  • i proventi derivanti dai titoli atipici;
  • i dividendi e le plusvalenze da partecipazioni in società o enti non quotati che si trovano in Stati a regime fiscale privilegiato, a meno che non si dimostri, per interpello all’Agenzia delle Entrate, che non si voglia perseguire l’obiettivo di localizzare i redditi in codesti Stati.

 

I costi che derivano dalla gestione e che vanno dedotti dai redditi prodotti riguardano le spese e le commissioni trattenute dall’intermediario, nonché l’imposta di bollo sulle gestioni, in quanto inerente al risultato di gestione. Mentre la risoluzione dell’Agenzia delle Entrate n.76/2013 ha escluso dalla deducibilità l’imposta di bollo speciale e quella applicata sulle transazioni finanziarie.

La valutazione del patrimonio da prendere in considerazione per la determinazione del risultato di gestione tiene conto del fatto che gli strumenti di portafoglio siano o meno negoziati nei mercati regolamentati. Nel primo caso, vale il regolamento n.244 del 30 settembre 1997 della CONSOB che stabilisce che il prezzo degli strumenti finanziari è quello che scaturisce dall’ultimo giorno di mercato aperto nel periodo a cui la contrattazione si riferisce.

Nel caso in cui gli strumenti non sono negoziati nei mercati regolamentati, invece, è in vigore il decreto del Ministero delle Finanze n.138 del 9 giugno 1998 che prevede che la valutazione vada fatta al valore presunto di mercato che deriva da una considerazione oggettiva dell’intermediario sulla situazione dell’emittente e del mercato. Qualora però gli strumenti negoziati in mercati non regolamentati superano il valore del 10% del portafoglio gestito, la valutazione va fatta al maggiore tra il presunto valore di realizzo stabilito dal decreto ministeriale suddetto e il valore normale sancito dall’art.9 comma 4 del TUIR.

Nella fattispecie in cui la gestione produca una minusvalenza, essa può essere portata in diminuzione del risultato positivo di gestione fino al quarto periodo di imposta successivo a quello in corso, ma non a decurtazione del risultato di altre gestioni. Se il rapporto tra il gestore e il contribuente dovesse estinguersi, la minusvalenza verrebbe documentata dal gestore con il rilascio di un’apposita certificazione che verrebbe utilizzata per portare la perdita in deduzione dei redditi diversi in sede di dichiarazione dei redditi oppure in diminuzione di plusvalenze derivanti da altri rapporti di gestione o amministrazione.

Come per il regime del risparmio amministrato, nel regime del risparmio gestito l’opzione deve essere esercitata da parte del contribuente all’atto della sottoscrizione del contratto oppure, nel caso in cui vi è un rapporto già in essere con l’intermediario, prima dell’inizio del periodo di imposta. Stesso discorso vale per la revoca dell’opzione.

 

Vantaggi e svantaggi

Quando il contribuente sceglie il regime del risparmio gestito deve tener conto di aspetti positivi e negativi del modello fiscale prediletto.

Nel caso dei vantaggi si possono considerare:

 

  • anonimato del contribuente riguardo i redditi di capitale e diversi percepiti anche con riferimento a quelli sottoposti a monitoraggio fiscale, nonché dispensa di qualsiasi obbligo dichiarativo essendo che gli adempimenti sono a cura dell’intermediario;
  • possibilità di compensare i redditi di capitale, che vengono percepiti al lordo, con minusvalenze o perdite subiti nello stesso periodo di imposta;
  • il reddito netto su cui viene calcolata l’aliquota di imposta risulta essere decurtato dalle spese e commissioni di gestione nonché dall’imposta di bollo sui rendimenti ottenuti delle gestioni;
  • le perdite subite su OICR e pronti contro termine possono essere portate in deduzione del risultato di gestione.

 

Gli svantaggi possono essere i seguenti:

 

  • i redditi di capitale contribuiscono insieme ad altri redditi a formare il risultato di gestione e quindi non hanno un’aliquota agevolata;
  • le plusvalenze vengono tassate in base alla maturazione e non all’effettiva percezione, la qual cosa comporta che si potrebbero anticipare al fisco delle imposte non dovute;
  • la compensazione dei redditi di capitale e diversi avviene solo per ogni singolo rapporto con l’intermediario; quindi, vi è la possibilità di detenere per uno stesso intermediario più rapporti aperti nei confronti del Fisco se i contratti in essere tra contribuente e gestore sono diversi.

 

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Redazione

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