Cardiff non ospitava un vertice di questa portata da anni, e oggi la città gallese è diventata il palcoscenico di una scena inedita nella storia costituzionale britannica. I leader di Scozia, Galles e Irlanda del Nord, riuniti sotto lo stesso tetto, hanno firmato una dichiarazione congiunta che rivendica il diritto all’autodeterminazione delle tre nazioni e indica nell’Unione europea l’orizzonte comune.
Un’intesa che nasce da percorsi politici differenti ma che porta la firma di tre partiti oggi primi nei rispettivi parlamenti, pur senza maggioranze assolute alle spalle. Alle spalle dell’intesa pesano secoli di annessioni contestate, e davanti un Westminster che finora ha risposto con un secco rifiuto a ogni richiesta di nuovo referendum.
In questo articolo:
- Il memorandum che sfida Westminster
- Tre partiti, un solo addio al Regno Unito
- Come nacque il Regno Unito
- La Brexit come detonatore
- I Gilt guardano altrove
Il memorandum che sfida Westminster
Attorno a un unico tavolo, tre storie di rivendicazione nazionale hanno trovato per un giorno lo stesso linguaggio. L’accordo porta le firme del primo ministro scozzese John Swinney, del leader di Plaid Cymru e primo ministro gallese Rhun ap Iorwerth e della leader del Sinn Féin Michelle O’Neill, presente anche la presidente del partito Mary Lou McDonald. I tre hanno partecipato come rappresentanti di partito, non a nome dei rispettivi esecutivi regionali.
Il testo definisce il diritto all’autodeterminazione una prerogativa delle tre nazioni e afferma che nessun governo di Westminster ha titolo per ostacolare la democrazia o mettere in discussione il principio secondo cui sarà il popolo a decidere il proprio futuro. Il memorandum riconosce comunque posizioni costituzionali diverse, lasciando a ciascuna nazione la scelta dei tempi e delle modalità del proprio percorso.
I sondaggi più recenti indicano il 47% di consensi all’indipendenza in Scozia, il 36% in Irlanda del Nord e il 32% in Galles, se un referendum si tenesse oggi. Swinney ha definito la giornata di Cardiff un momento cruciale nel percorso costituzionale del Regno Unito, sottolineando come le elezioni di maggio abbiano prodotto per la prima volta tre esecutivi regionali orientati verso l’uscita dal Regno Unito o la riunificazione irlandese.
Tre partiti, un solo addio al Regno Unito
Un’ambizione comune tiene insieme tre partiti che seguono, ciascuno, la propria rotta. L’SNP punta a un nuovo referendum sull’indipendenza scozzese, forte della convinzione di Swinney che le elezioni di maggio abbiano prodotto in tutte e tre le nazioni governi convinti che spetti ai rispettivi popoli decidere il proprio futuro. Plaid Cymru persegue un ampliamento dei poteri del Galles all’interno di una più ampia strategia di sovranità, senza fissare una scadenza per un eventuale referendum: ap Iorwerth ha escluso qualsiasi consultazione prima delle elezioni del Senedd del 2030, pur rivendicando la necessità di avvicinare il potere alle comunità gallesi. Il Sinn Féin promuove la riunificazione dell’isola d’Irlanda, obiettivo che il partito persegue dal 1918, quando ottenne la maggioranza dei seggi e dichiarò unilateralmente l’indipendenza dell’intera isola, dando avvio alla guerra che ne avrebbe determinato la partizione.
Guardando ai numeri elettorali, nessuno dei tre movimenti governa con una maggioranza assoluta. L’SNP ha vinto le elezioni scozzesi del maggio 2026 con 58 seggi su 129, in calo rispetto ai 64 precedenti, restando comunque il primo partito davanti a Labour e Reform UK. Plaid Cymru è diventato per la prima volta il maggior partito del Senedd con 43 seggi su 96, ponendo fine al monopolio laburista in Galles dal 1999 senza tuttavia raggiungere la soglia dei 49 seggi necessaria per governare da solo. Il Sinn Féin resta il primo partito dell’Assemblea nordirlandese dal voto del 2022, con 27 seggi su 90, ed esercita il potere esecutivo in condivisione obbligata con il DUP di Emma Little-Pengelly, secondo il meccanismo di power-sharing previsto dagli accordi del Venerdì Santo.
Come nacque il Regno Unito
L’unione che oggi vacilla nasce da conquiste lontane nel tempo e tutt’altro che pacifiche. Il Galles fu incorporato nel Regno d’Inghilterra sotto Edoardo I e formalizzato molto più tardi con gli Atti di Unione promossi da Enrico VIII, che estesero al Galles le leggi e le istituzioni inglesi.
La Scozia, uscita sovrana dalla Prima Guerra d’Indipendenza scatenata dallo stesso Edoardo I, rinunciò alla propria autonomia solo nel 1707, quando i debiti accumulati nel fallito tentativo di costruire un impero coloniale nelle Americhe e il timore di un’alleanza franco-scozzese nella Guerra di Successione Spagnola spinsero Londra a offrire un sostegno finanziario in cambio dell’Atto di Unione. Lo storico Christopher Whatley, dell’Università di Dundee, ha ricondotto la scelta scozzese anche alla necessità di contare sul supporto di una potenza marittima più forte per accedere ai mercati d’oltremare.
L’Irlanda, dichiarata regno dipendente già nel 1541, entrò a far parte del Regno Unito solo nel 1801: la maggioranza cattolica dell’isola non si riconobbe mai pienamente nella nuova unione, percependo Londra come una capitale straniera estranea alla ricchezza generata dalla Rivoluzione Industriale. Il conflitto che seguì la dichiarazione d’indipendenza del Sinn Féin portò alla partizione del 1921, con il Nord rimasto nel Regno Unito e il Sud divenuto Stato Libero d’Irlanda, poi Repubblica sovrana dal 1937 e membro dell’Unione europea dal 1973.
La Brexit come detonatore
Il referendum del 2016 ha reso visibili le fratture tra le quattro nazioni del Regno Unito. La Scozia votò in modo nettamente maggioritario per restare nell’Unione europea, mentre in Irlanda del Nord il fronte per la permanenza prevalse con il 56% contro il 44% dei favorevoli all’uscita. Da allora il malcontento verso Westminster si è consolidato, alimentato secondo Swinney dalla crescente percezione che il sistema istituzionale britannico non risponda più alle esigenze dei cittadini, un giudizio che lo stesso premier Andy Burnham avrebbe indirettamente condiviso.
L’incontro di Cardiff si inserisce in un dibattito già acceso a Westminster. Durante il Question Time della scorsa settimana Burnham aveva lasciato intendere una possibile apertura a un nuovo voto in presenza di un consenso popolare chiaro, salvo poi scrivere a Swinney per ribadire che una ripetizione del referendum del 2014 resta fuori discussione. Nel fine settimana, il presidente statunitense Donald Trump ha aggiunto un elemento inatteso al dibattito, dichiarando durante una visita in Irlanda di auspicare una riunificazione dell’isola e ipotizzando che possa avvenire a breve: l’uscita ha provocato una rapida smentita da parte del governo britannico e dei membri dell’esecutivo nordirlandese.
I Gilt guardano altrove
Se qualcuno immaginava un contraccolpo sui listini, i dati della settimana raccontano un’altra storia. Il rendimento del decennale britannico ha toccato il 5,39% giovedì scorso, il livello più alto dal 2007, spinto dal rincaro del petrolio oltre i 105 dollari al barile dopo l’occupazione di un porto yemenita da parte degli Houthi allineati con l’Iran e dai dati macroeconomici statunitensi che alimentano le attese di ulteriori rialzi dei tassi.
Secondo gli analisti di mercato, i prezzi energetici rappresentano il detonatore più immediato di questi rialzi, all’interno però di uno spostamento strutturale più ampio nei flussi di capitale globali, con i grandi investitori istituzionali che si allontanano dal debito sovrano statunitense in cerca di rendimento nel credito societario. Il trend riflette pressioni già in atto da settimane, aggravate dal balzo dei rendimenti giapponesi ai massimi dal 1996 e dalla progressiva erosione dello spazio fiscale a disposizione del cancelliere John Healey in vista della prima manovra di bilancio annuale, attesa per il 28 ottobre.
Nemmeno la sterlina sembra aver preso nota della dichiarazione di Cardiff. Il cambio resta fermo intorno a quota 1,35 sul dollaro, nonostante il vantaggio di rendimento rispetto ai Treasury statunitensi che, in teoria, dovrebbe sostenerne il valore.










