Le regole per la flat tax nel regime forfettario (anche al 5%)
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Le regole per la flat tax nel regime forfettario (anche al 5%)

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Avviare una nuova attività non è semplice. Non tanto per i requisiti da soddisfare o per l’iter burocratico da compiere, quanto per i costi importanti che richiedono lo sviluppo del progetto, l’acquisto o l’affitto di un immobile e la tassazione alla quale è sottoposta l’impresa. Queste spese non devono spaventare gli aspiranti imprenditori perché tra gli strumenti a disposizione per finanziare una start-up c’è la flat tax nel regime forfettario.

Il regime forfettario destinato agli operatori economici di ridotte dimensioni è stato introdotto dalla Legge di Stabilità 2015 ed è in vigore anche nel 2022 con alcune novità. L’aspetto più significativo di questo regime è che consente di avviare un’attività (a determinate condizioni) pagando il 5% di tasse per i primi cinque anni. I requisiti di base per accedervi sono un monte ricavi/compensi non superiore a 65.000 euro e spese non superiori a 20.000 euro lordi per lavoro accessorio, per lavoro dipendente e per compensi erogati ai collaboratori. Ma c’è anche molto altro da sapere: scopriamolo insieme.

 

Avviare un’attività a regime forfettario

Le agevolazioni per avviare un’attività sono numerose. Normalmente le Partite IVA che nell’anno precedente hanno fatturato fino a 65.000 euro accedono al regime forfettario con aliquota al 15% (se si supera questa soglia si perde il diritto di adottare il regime forfettario a partire dall’anno successivo), mentre a chi accede per la prima volta è consentita una aliquota al 5% per i primi cinque anni di attività. Sono eliminati versamenti IRPEF o IRAP, tenuta di libri contabili e fiscali, ritenuta alla fonte a titolo di acconto. Tutto si concentra sulla flat tax, la “tassa piatta”: una tassazione che non si basa sul principio di progressività ma che prevede la stessa aliquota per tutte le fasce, dagli scaglioni più bassi (per esempio da 1.000 a 15.000 euro) a quelli più alti.

Le imprese giovani che ricadono nel regime forfettario determinano il reddito imponibile sulla base del proprio coefficiente di redditività (la percentuale che viene applicata agli incassi a seconda della tipologia di attività: dal 40% per commercio all’ingrosso e al dettaglio all’86% per le attività immobiliari e di costruzioni, l’elenco completo qui) che si applica al totale dei ricavi annui. A questo reddito risultante si applica l’imposta sostitutiva fissa (la flat tax: il 5% per i primi cinque anni) che sostituisce l’IRPEF (di base dal 23% al 43%), l’IRAP, le addizionali comunale e regionale e non prevede la ritenuta alla fonte a titolo di acconto. Con il regime forfettario non c’è nemmeno obbligo di tenuta dei libri contabili e fiscali. L’unica eccezione è per le fatture emesse e ricevute e per i corrispettivi: tutte queste vanno conservate, numerate e certificate.

Al regime forfettario non possono accedere quattro categorie di soggetti:

 

  • chi ha il controllo di una S.r.l. o un’associazione in partecipazione;
  • chi ha partecipazioni in società di persone, associazioni professionali o imprese familiari;
  • chi effettua cessione di fabbricati, terreni edificabili o mezzi di trasporto nuovi;
  • chi emette oltre la metà delle fatture nei confronti del datore di lavoro o di quello avuto nei due anni precedenti.

 

La discussa Manovra 2020 – ovvero la Legge di Bilancio n. 160 del 27 dicembre 2019, il Decreto Legge n. 124 del 27 ottobre 2019 e la legge di conversione n. 157 del 19 dicembre 2019 – ha introdotto altre due limitazioni all’applicazione del regime forfettario. Il divieto di accesso è per chi:

 

  • spende più di 20.000 euro annui per compensi a collaboratori e lavoratori dipendenti, contratti a progetto, utili da partecipazioni agli associati, spese per prestazioni di lavoro;
  • ha la Partita IVA e anche un reddito da lavoro dipendente o assimilato (ad esempio da pensione) superiore a 30.000 euro annui.

 

Due giovani imprenditori al lavoro
Il regime forfettario ha parecchi vantaggi per chi vuole lanciare una start-up (foto: charlesdeluvio via Unsplash)

Flat tax: le tasse del regime forfettario

I grossi vantaggi della flat tax per chi avvia un’attività sono l’assenza totale dell’IVA (perfetta specie per chi vende al consumatore finale) e soprattutto la tassazione al 5% sul coefficiente di redditività. Passati i primi cinque anni, l’aliquota sale al 15%. Per calcolare la tassazione del regime forfettario, la start-up deve applicare il 5% sui ricavi (la somma degli importi di tutte le fatture emesse) e moltiplicarlo per il coefficiente di redditività, senza sottrarre alcun costo.

Un esempio: un giovane ufficio stampa e comunicazione al suo primo anno di attività ha conseguito ricavi per 10.000 euro e ha un coefficiente di redditività del 78%. Il suo reddito imponibile lordo è di 7.800 euro (10.000 x 78%). Considerando come spese forfettarie il 22% (ovvero 100% – 78%) e l’imposta sostitutiva al 5%, la tassa da pagare sarà di 390 euro (7.800 euro x 5%). Ovviamente non bisogna dimenticare il calcolo dei contributi previdenziali versati, a seconda del tipo di attività.

 

Come pagare solo il 5% di tasse: i requisiti

Il primo passo per chi intende lanciare una start-up sfruttando i vantaggi del regime forfettario è dichiarare l’inizio attività. Il modello per imprese individuali e lavoratori autonomi è quello AA9/12, messo a disposizione qui dall’Agenzia delle Entrate. I requisiti per pagare il 5% di tasse sono tre e legati al lancio specifico di una nuova azienda:

 

  • nessuna Partita IVA nel triennio precedente all’avvio attività;
  • attività nuova;
  • limite ai ricavi.

 

Quindi chi ha accesso al regime forfettario deve innanzitutto non aver esercitato un’altra attività di impresa, artistica o professionale (anche in forma associativa o familiare) nei tre esercizi precedenti all’apertura della Partita IVA. L’Agenzia delle Entrate specifica che se nel triennio precedente all’apertura della start-up sono state svolte prestazioni occasionali con ritenuta del 20%, è comunque possibile aderire al regime forfettario.

Quanto alla definizione di attività nuova, si intende una Partita IVA che riguardi un’attività nuova di zecca, non legata in alcun modo ad una eventuale attività precedente svolta sotto forma di lavoro autonomo o dipendente. Insomma, ci deve essere una discontinuità netta, totale e dimostrabile: l’attività non deve essere una mera prosecuzione di una vecchia esperienza imprenditoriale. L’unica eccezione riguarda il caso in cui l’attività precedente sia un periodo di apprendistato o pratica obbligatoria ai fini dell’esercizio di arti o professioni.

Il limite ai ricavi fa riferimento all’ammontare di ricavi e compensi realizzati nel periodo d’imposta precedente a quello d’ingresso nel regime forfettario. In questo caso, la soglia massima di fatturato è quella di 65.000 euro per tutti i codici ATECO. Nel caso si percepisca un reddito da lavoro dipendente, la soglia limite si abbassa a 30.000 euro. Il riferimento è al RAL, il reddito annuo lordo inserito sul contratto di lavoro.

Se in start-up sono presenti collaboratori subordinati o parasubordinati, i compensi per ognuno di loro devono essere pari o inferiori a 20.000 euro lordi. Infine non è consentito fatturare (il 50% dei compensi) al proprio datore di lavoro o ad un ex datore di lavoro con il quale il rapporto è terminato da meno di due anni. Va ricordato che l’adesione al regime forfettario decade per opzione (se cioè si sceglie di aderire al regime ordinario) e per legge se si è esclusi dall’agevolazione o uno dei requisiti richiesti decade.

AUTORE

Alessandro Zoppo

Alessandro Zoppo

Ascolta musica e guarda cinema da quando aveva 6 anni. Orgogliosamente sannita ma romano d'adozione, Alessandro scrive per siti web e riviste occupandosi di cultura, economia, finanza, politica e sport. Impegnato anche in festival e rassegne di cinema, Alessandro è tra gli autori di Borsa&Finanza da aprile 2022 dove si occupa prevalentemente di temi legati alla finanza personale, al Fintech e alla tecnologia.

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