La sanità italiana spende di più, ma cura di meno. È il quadro che emerge dall’audizione del presidente dell’Istat, Francesco Maria Chelli, sul disegno di legge di bilancio 2026, che dedica ampio spazio al tema della salute pubblica. La spesa aumenta, ma parallelamente cresce anche il numero di persone costrette a rinunciare all’assistenza sanitaria, mentre per una quota sempre più ampia di cittadini accedere alle cure significa mettere mano al portafoglio.
In questo articolo:
- Sanità: la spesa aumenta, ma il sistema resta fragile
- Sanità, 5,8 milioni di italiani rinunciano alle cure
- Medici sempre più anziani e infermieri in calo
- Le risorse in manovra e il limite del 6% del Pil
Sanità: la spesa aumenta, ma il sistema resta fragile
Nel 2024 la spesa sanitaria complessiva ha raggiunto 185,1 miliardi di euro, di cui 137,5 miliardi coperti dal settore pubblico (74,3%) e 41,3 miliardi sostenuti direttamente dalle famiglie (22,3%). L’aumento complessivo del 3,3% rispetto all’anno precedente è stato trainato quasi interamente dalla componente pubblica, mentre la spesa privata ha segnato una lieve flessione (-2,5%). Nel medio periodo, però, la tendenza mostra un incremento della spesa intermediata da assicurazioni e fondi volontari (+7,9% medio annuo tra il 2019 e il 2024), segnale di un sistema che si privatizza silenziosamente.
Sanità, 5,8 milioni di italiani rinunciano alle cure
Le difficoltà di accesso alle cure si sono aggravate dopo la pandemia. Secondo l’Istat, nel 2024 il 9,9% degli italiani, ossia circa 5,8 milioni di persone, ha rinunciato a una visita o a un accertamento diagnostico per motivi economici, tempi troppo lunghi o distanza dalle strutture. Solo un anno prima erano 4,5 milioni. La principale causa è rappresentata dalle liste d’attesa, indicate dal 6,8% della popolazione. Le donne risultano le più penalizzate, soprattutto nella fascia 45-64 anni, mentre a livello geografico la quota di rinunce cresce ovunque, dal 6,9% dei residenti nel Nord, al 7,3% nel Centro e al 6,3% nel Mezzogiorno.
Secondo l’indagine Istat, la rinuncia alle cure non ha più un profilo di esclusione marginale, ma è un fenomeno trasversale, che riguarda lavoratori, anziani e famiglie con redditi medi.
Medici sempre più anziani e infermieri in calo
L’altra grande criticità riguarda la struttura del personale sanitario. L’Italia è il Paese europeo con la quota più alta di medici over 55 (44,2%), e oltre uno su cinque supera i 65 anni. I medici di base, fondamentali per la tenuta del sistema, sono in calo: 37.983 nel 2023, il 60% dei quali ha più di 60 anni. Anche sul fronte infermieristico i numeri restano inferiori alla media europea: 405 mila operatori, pari a 6,9 per mille abitanti contro gli 8,3 dell’Ue. Il rapporto infermieri/medici è di 1,3, la metà della media Ocse. Una carenza strutturale che compromette la qualità e la tempestività dell’assistenza.
Le risorse in manovra e il limite del 6% del Pil
Il disegno di legge di Bilancio 2026 destina alla sanità 7,7 miliardi di euro per il triennio 2026-2028. Considerando anche gli stanziamenti già previsti dalle precedenti manovre, il Fondo sanitario nazionale raggiungerà 143,1 miliardi nel 2026, 144,1 miliardi nel 2027 e 145 miliardi nel 2028.
Tuttavia, anche con questi stanziamenti, il rapporto tra spesa sanitaria pubblica e Pil resta fermo su valori inferiori alle medie europee. Per il 2024 la spesa pubblica per la sanità in Italia è stimata al 6,3 % del Pil, contro una media Ocse del 7, %. In proiezione, secondo il quadro del DEF, la quota destinata al fondo scenderà progressivamente fino al 5,93% entro il 2028.
Il messaggio implicito è che l’Italia spende di più, ma cura relativamente meno. Il rischio sempre più concreto è che la sanità pubblica diventi una promessa formale e che la salute si trasformi sempre più in una questione di reddito.









