Startup, ecco come nasce un “unicorno” in pochi giorni nella febbre dell’AI

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La corsa globale a investire nelle startup più ambite dell’intelligenza artificiale sta producendo operazioni di venture capital sempre più articolate, con condizioni economiche differenziate per gli investitori nell’ambito dello stesso processo di raccolta. Un’inchiesta del Wall Street Journal ricostruisce diversi casi in cui la valutazione “headline” comunicata al mercato risulta significativamente più alta del prezzo riconosciuto a un gruppo ristretto di finanziatori, alimentando interrogativi sulla reale valorizzazione di queste società. 

Il fenomeno riguarda in particolare le realtà della Silicon Valley che lavorano su prodotti e servizi AI ad alta intensità tecnologica e che, nell’attuale fase di euforia per il settore, si contendono capitali, visibilità e talenti in modo sempre più aggressivo.

 

In questo articolo:

 

  • La strategia dei nuovi unicorni AI: il caso Serval
  • Quando un round cambia il destino di fondi e dipendenti
  • Dalla Silicon Valley a Wall Street: la corsa all’AI non risparmia nessuno

 

La strategia dei nuovi unicorni AI: il caso Serval

Secondo il quotidiano, il caso Serval è diventato il paradigma di una strategia di raccolta che si sta rapidamente diffondendo tra le startup più contese. A dicembre la startup, che utilizza l’intelligenza artificiale per automatizzare le richieste di assistenza e altre attività operative, ha chiuso un accordo privato con la società di venture capital Sequoia Capital su una valutazione inferiore ai 400 milioni di dollari. Pochi giorni dopo, Serval ha annunciato un nuovo round a una valutazione superiore al miliardo, conquistando lo status di unicorno e celebrando il risultato con un video in stile podcast, curato professionalmente, in cui il partner di Sequoia Anas Biad esalta il modello di business dell’azienda. Secondo i dati PitchBook, a ottobre Serval era valutata circa 220 milioni di dollari e registrava 1 milione di dollari di ricavi ricorrenti annui; dopo i due passaggi ravvicinati di dicembre, alcuni dipendenti hanno venduto azioni sulla base di una valorizzazione di 1,2 miliardi. Il meccanismo alla base di queste operazioni prevede che un investitore leader entri nel capitale a un certo prezzo, per poi aprire in sequenza o in parallelo la porta ad altri investitori a una valutazione più alta. In questo schema, il lead investor registra una plusvalenza implicita immediata, mentre la startup può comunicare al mercato una valutazione più elevata.

Secondo gli operatori interpellati, si tratta di una pratica che negli ultimi mesi è diventata sempre più frequente. La società di software finanziari Carta, che lavora con decine di migliaia di startup, stima che nel solo quarto trimestre dello scorso anno siano state concluse circa 20 operazioni di questo tipo, con una tendenza in crescita nell’ultimo semestre. Investitori come Chris Douvos, fondatore di Ahoy Capital, osservano che queste strutture consentono a fondatori e finanziatori di utilizzare il bilancio della startup per chiudere round di dimensioni rilevanti a valutazioni molto alte, sancire rapidamente un “vincitore” in un determinato segmento e occupare spazio nel mercato. Peter Wendell, fondatore di Sierra Ventures e docente alla Stanford Graduate School of Business, descrive queste operazioni come un modo per mantenere elevata la valutazione percepita, permettendo al contempo all’investitore principale di entrare a prezzo inferiore rispetto agli altri partecipanti. La stessa logica è rintracciabile nel caso di Aaru, startup fondata nel marzo 2024 che ha ottenuto una valutazione headline di 1 miliardo di dollari attraverso un’operazione su più livelli. Secondo persone a conoscenza del dossier, metà degli investitori dell’ultimo round ha comprato quote che implicavano una valorizzazione di circa 450 milioni, mentre l’altra metà ha sottoscritto equity a una valutazione di 1 miliardo.

 

Quando un round cambia il destino di fondi e dipendenti

Avvocati specializzati in finanziamento di startup ricordano che strutture di questo tipo rientrano nel perimetro della piena legalità e possono creare incentivi per i grandi fondi a sostenere nuove imprese in settori altamente competitivi come l’intelligenza artificiale. Alcuni operatori del venture capital, tra cui l’ex ceo di Cisco John Chambers, sottolineano però che non prenderebbero parte a operazioni in cui, nello stesso momento, diversi investitori ottengono condizioni sensibilmente più favorevoli di altri. Le conseguenze non si fermano ai rapporti tra fondi: nelle startup una quota rilevante della remunerazione è spesso rappresentata da stock option, il cui prezzo di esercizio dipende dalle valutazioni riconosciute nei round. Una valutazione headline più alta può tradursi in un aumento dello strike price e in un diverso equilibrio tra rischio e potenziale rendimento per i dipendenti, pur incrementando sulla carta la ricchezza associata alle partecipazioni. Allo stesso tempo, l’eco mediatica che accompagna il superamento della soglia del miliardo e il conseguente status di unicorno può rafforzare il posizionamento competitivo delle aziende nella guerra per i talenti. Come osserva Ernestine Fu, investitrice di Brave Capital che ha lavorato a diverse operazioni di questo tipo su startup early stage, la possibilità di presentare a candidati e clienti una valutazione da un miliardo di dollari rappresenta un asset concreto in termini di visibilità, capacità di attrazione e percezione delle prospettive di crescita.

 

Dalla Silicon Valley a Wall Street: la corsa all’AI non risparmia nessuno

La dinamica delle valutazioni nelle startup AI si inserisce in una corsa più ampia, che coinvolge in modo diretto i grandi fondi di venture capital e le Big tech quotate. Secondo il Financial Times, Sequoia sarebbe pronta a investire 1,5 miliardi di dollari nel prossimo round di Anthropic, parte di una raccolta complessiva da 25 miliardi che porterebbe la società a una valutazione intorno ai 350 miliardi, più del doppio rispetto ai circa 170 miliardi stimati quattro mesi fa. Per il fondo californiano, che gestisce circa 60 miliardi di asset, Anthropic andrebbe ad affiancarsi in portafoglio a xAI di Elon Musk e a OpenAI di Sam Altman: tre realtà tra le più capitalizzate al mondo nell’IA, attive sullo stesso terreno competitivo.

In parallelo, la corsa all’intelligenza artificiale si riflette sui mercati obbligazionari, con emissioni record da parte dei grandi gruppi tecnologici. Alphabet ha collocato nuove obbligazioni su più scadenze, fino a includere un titolo centenario, per finanziare un piano di investimento sull’IA di dimensioni straordinarie. Nel solo quarto trimestre del 2025 le società tech hanno emesso corporate bond per 108,7 miliardi di dollari, il doppio rispetto ai tre mesi precedenti, mentre nei primi quindici giorni del 2026 sono già stati collocati altri 15,5 miliardi, secondo Moody’s Analytics. Meta risulta tra i gruppi che hanno fatto maggiore ricorso al debito per sostenere la costruzione di data center dedicati all’IA nel 2025, mentre Oracle ha emesso obbligazioni per 25,75 miliardi di dollari con l’obiettivo di rafforzare il proprio ruolo nella fornitura di potenza di calcolo. In questo contesto, la disponibilità di capitali di rischio e di debito investment grade diventa un elemento centrale della competizione, affiancando la capacità di innovare sul fronte tecnologico e di scalare rapidamente i modelli di business.

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Hillary Di Lernia

Classe 1994 e laureata in scienze della comunicazione, si è specializzata in sociologia conseguendo successivamente un master in criminologia. Giornalista pubblicista, ha collaborato con diverse testate finanziarie tra cui Bluerating e Milano Finanza, occupandosi di risparmio gestito e approfondimenti sui mercati finanziari. Oggi svolge anche la professione di criminologa e giornalista d’inchiesta, con particolare attenzione alle dinamiche sociali, economiche e criminali.

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