Nel panorama internazionale, la Svizzera è spesso associata a neutralità, stabilità e diplomazia. Quindi si potrebbe pensare a un Paese che rigetti completamente la logica degli armamenti. Ma è proprio così? In realtà, dietro questa parvenza di Paese pacifico si cela un’industria della difesa solida e altamente specializzata.
Ufficialmente Berna mantiene una posizione di neutralità, ma nei fatti la Confederazione è un attore rilevante nella produzione di armamenti e tecnologie militari avanzate. Le sue aziende operano in nicchie ad alto valore aggiunto, contribuendo in modo significativo alle catene di fornitura globali della difesa. Questo significa che il suo modello economico è ben più complesso di quanto appaia, mettendo in luce sfumature che, a prima vista, rischiano di non essere colte.
In questo articolo:
- Svizzera: boom delle esportazioni di armi nel 2025
- Chi sono i principali produttori di armi svizzeri?
- In Svizzera si voterà un referendum sulle armi
- Ma la Svizzera è davvero neutrale?
Svizzera: boom delle esportazioni di armi nel 2025
Forse in pochi immaginavano che la “pacifica” Svizzera producesse materiale bellico, ma ancora meno avrebbero immaginato che lo scorso anno avrebbe registrato un incremento vertiginoso delle esportazioni di armi. Dai dati SECO – la Segreteria di Stato dell’economia elvetica – risulta che nel 2025 le aziende svizzere hanno inviato in oltre 60 Paesi quasi 950 milioni di franchi in armamenti. Una cifra che segna un incremento di circa il 43% rispetto al 2024. Anche se la quota resta contenuta rispetto all’economia nazionale, la crescita del settore è evidente, soprattutto considerando che le esportazioni complessive della Svizzera sono aumentate di poco più del 17%.
Un contributo importante a questo fenomeno è arrivato dalla Commissione della politica di sicurezza del Consiglio nazionale, che ha approvato gli allentamenti sulle esportazioni di armi decisi dal Consiglio degli Stati nel giugno 2025. Fino ad allora, non era possibile vendere materiale militare a Stati coinvolti in un conflitto, sia contro altri Paesi sia in contesti di guerra civile. Con la modifica legislativa, la fornitura di armi è ammessa verso nazioni che hanno un regime di esportazione simile a quello svizzero, quantunque siano coinvolte in un conflitto armato. Tutto ciò a meno che non entrino in gioco questioni di sicurezza o interessi di politica estera della Svizzera.
Tuttavia, quest’anno è arrivato dal Consiglio federale lo stop alle esportazioni di armi verso gli Stati Uniti, che nel 2025 erano stati il secondo importatore con 94,2 milioni di franchi, dietro la Germania, con 386,4 milioni di franchi (dati SECO).
La motivazione è la guerra in Iran, che ha reso la decisione inevitabile sulla base della vecchia legge sul materiale bellico, come ha sottolineato Werner Salzmann, consigliere degli Stati e membro della Commissione della politica di sicurezza della Camera dei Cantoni. Quanto agli altri Paesi coinvolti nel conflitto mediorientale, ovvero Iran e Israele, la vendita di armi svizzere è bandita da tempo.
Chi sono i principali produttori di armi svizzeri?
In Europa si conoscono i giganti degli armamenti, come la tedesca Rheinmetall, l’italiana Leonardo, la francese Thales e la britannica Bae Systems. Di produttori svizzeri, invece, se ne sente parlare meno.
Ma chi sono i player nazionali? RUAG è il gruppo più noto, attivo in aerospazio, munizioni e sistemi militari avanzati. Rheinmetall Air Defence è invece specializzata in sistemi di difesa aerea. Un’altra azienda importante è SIG Sauer, storico produttore di armi leggere, oggi molto attivo a livello internazionale. Da citare anche Mowag, che produce veicoli blindati, mentre Pilatus Aircraft realizza velivoli utilizzati anche per l’addestramento militare. Brügger & Thomet è infine focalizzata su armi leggere e accessori tattici.
In Svizzera si voterà un referendum sulle armi
I cittadini svizzeri si esprimeranno per tornare a essere i “pacifisti per eccellenza” attraverso un referendum sull’allentamento votato dai legislatori lo scorso anno.
Questa settimana i partiti PS, Verdi, Partito Evangelico e alcune ong hanno depositato oltre 75 mila firme raccolte tra la popolazione elvetica per dire stop alle armi. Il comitato ha definito “assurda” quella modifica di legge, in quanto inizialmente era stata pensata per aiutare l’Ucraina contro gli attacchi russi e poi, in fase di revisione, ha esplicitamente vietato la fornitura di armi a Kiev.
L’iniziativa dei promotori del referendum trova la sua ragion d’essere nel fatto che le armi svizzere non debbano finire nelle mani di soggetti che violano in modo grave i diritti umani. Seguendo la logica del profitto e mettendo in secondo piano gli aspetti morali, si “alimentano le guerre nel mondo”,9 ha affermato il consigliere nazionale dei Verdi, Gerhard Andrey.
Ma la Svizzera è davvero neutrale?
Alla luce di quanto accaduto negli ultimi anni, la Svizzera può davvero definirsi un Paese neutrale? La risposta a questa domanda non è netta. Sul piano politico e diplomatico, la neutralità resta un pilastro identitario difficilmente messo in discussione.
Tuttavia, la presenza di un’industria bellica attiva e integrata nei mercati globali racconta una realtà più complessa, in cui principi e interessi economici convivono. È proprio in questo equilibrio, spesso sottile, che si gioca il ruolo della Confederazione nello scenario internazionale. E mentre il dibattito interno si accende, saranno i cittadini a decidere fino a che punto mantenere,o ridefinire, questa linea.









