Le azioni Telecom Italia salgono di oltre il 3% durante la mattinata di contrattazioni alla Borsa di Milano, sull’ipotesi che Poste Italiane sia pronta a salire a oltre il 10% del capitale. Il gruppo guidato da Matteo Del Fante ha siglato nei giorni scorsi un’intesa con Cassa depositi e prestiti per rilevare la quota del 9,81% detenuta da quest’ultima nell’operatore di telecomunicazioni. L’accordo prevede lo scambio con la partecipazione del 3,78% detenuta da Poste in Nexi e un conguaglio in denaro – secondo alcune voci – di 180 milioni di euro.
Ora la società di pacchi e corrispondenza sarebbe pronta a fare un passo ulteriore, pur rimanendo sotto la quota che la obbligherebbe ad avviare un’offerta pubblica di acquisto. L’investimento di Poste arriva dopo che l’anno scorso Tim ha messo in sicurezza la sua struttura finanziaria attraverso la riduzione del debito di oltre 20 miliardi di euro, grazie alla vendita della rete fissa a un consorzio guidato dalla società di investimento statunitense KKR, con la presenza anche del Ministero dell’economia e delle finanze.
Telecom Italia: quali sono gli obiettivi di Poste Italiane?
In molti si iniziano a domandare quali siano le reali mire di Poste Italiane una volta superata la soglia del 10%. Secondo fonti vicine alla vicenda, l’ex-monopolista statale intende svolgere il ruolo di regista in un eventuale consolidamento di Tim con altri operatori. Il governo italiano ha mostrato una certa contrarietà alla separazione delle attività dell’azienda rivolte alla clientela retail e di quelle per le imprese. La possibile aggregazione interesserebbe quindi l’intero business. Il ridimensionamento di Telecom Italia ha suscitato l’interesse per una fusione. L’operatore telefonico francese Iliad e la società di private equity Cvc si sono fatti avanti per intavolare una trattativa con Palazzo Chigi. A ogni modo, i piani di Poste non sono ancora chiari, anche perché il gruppo sta valutando tutte le possibili opzioni. Per tale ragione cresce l’attesa del piano strategico che l’azienda presenterà venerdì 21 febbraio, nel quale il mercato potrebbe captare segnali operativi.
Lo scoglio Vivendi
Qualsiasi mossa di Poste Italiane troverà davanti l’ostacolo Vivendi, primo azionista di Tim con una quota del 23,94%. L’obiettivo della società con sede in viale Europa potrebbe essere quello di posizionarsi per controbilanciare il peso del gruppo francese e aumentare l’influenza sulle scelte di governance. Grazie alla sua partecipazione, Vivendi ha potere di blocco in assemblea straordinaria e quindi ogni operazione che coinvolga il voto allargato rischia di fermarsi sul nascere se non si scende a patti. Vivendi vorrebbe uscire da Tim, ma intende farlo al prezzo più vantaggioso possibile. Tra i due soci ci sono segnali di apertura, sebbene un tavolo delle trattative sembri richiedere una tempistica lunga.
“Le aperture di Poste verso Vivendi potrebbero preludere a una distensione nella governance di Tim, creando le condizioni per iniziative di creazione di valore, tra cui la razionalizzazione della struttura del capitale, e facilitare un dialogo anche con Cvc/Iliad per un ulteriore consolidamento del mercato”, ha affermato Giorgio Tavolini, analista di Intermonte. Il problema è che “Vivendi ci sembra più propensa a preservare lo status quo, sfruttando la sua influenza nella governance come leva negoziale per ottenere un’uscita a premio rispetto alle attuali valutazioni di mercato”, ha aggiunto. A quel punto Poste potrebbe giocare la carta di incrementare la partecipazione nella compagnia guidata da Pietro Labriola, “portandosi al 24% delle azioni ordinarie”, sostiene l’analista di Intermonte. Questo significherebbe un “ulteriore investimento di 630 milioni di euro ai prezzi correnti”.









