Stati Uniti e Cina si parlano, nonostante i numerosi fronti che contrappongono le due nazioni. Il mercato rimane in attesa della ratifica degli accordi recentemente raggiunti, molto importanti sul fronte delle terre rare per gli Usa. L’analisi degli esperti di Vontobel nella newsletter settimanale Weekly Note (Clicca QUI per iscriverti).
La scorsa settimana si sono tenuti a Londra nuovi colloqui tra Usa e Cina, seconda tappa dopo quella di Ginevra di inizio maggio volta ad allentare le tensioni tra i due Paesi. L’ultimo meeting tra i rappresentanti al commercio di Cina e Stati Uniti ha portato a un accordo di massima che dovrebbe evitare l’acuirsi di una guerra commerciale che avrebbe ripercussioni negative sull’intera economia globale. Ora saranno Donald Trump e Xi Jinping a dover ratificare l’accordo ma il mercato ha approvato le basi che sono state gettate.
In una partita a poker che vede i due blocchi contrapposti su diversi fronti, l’amministrazione Usa è riuscita a portare a casa l’apertura di Pechino sulle terre rare e sui magneti. Tra le riserve mondiali conosciute, la Cina detiene 44 dei 90 milioni di tonnellate di terre rare. Per capire il peso di Pechino su questo fronte basti pensare che la seconda nazione al mondo per riserve è il Brasile (21 milioni di tonnellate) e che secondo i dati dell’Usgs, il servizio geologico degli Stati Uniti, l’America ha riserve pari ad appena 1,9 milioni di tonnellate. Con questo accordo gli Usa riuscirebbero ad assicurarsi quella che attualmente appare la risorsa strategica più importante a livello globale, il nuovo petrolio dell’economia digitale.
Oltre ai prodotti hi-tech di uso quotidiano, le terre rare sono fondamentali nell’ambito della difesa, nei convertitori catalitici delle automobili a benzina, nelle lampade a fluorescenza, in ambito medico e in quello dei semiconduttori. In passato Pechino ha già utilizzato le terre rare come arma di pressione, come l’esempio di fine 2010 con il Giappone dimostra. L’accesso alle terre rare darebbe maggior visibilità a diverse filiere produttive Usa, permettendo a Trump di portare avanti quel processo di reindustrializzazione a lui tanto caro.









