La metamorfosi di Tesla, la creatura di Musk non sa cosa fare da grande

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Con la trimestrale del 22 aprile alle porte, Tesla si presenta agli investitori in una forma irriconoscibile rispetto a un decennio fa: non più (solo) costruttore di auto, ma almeno nelle intenzioni dichiarate, azienda di intelligenza artificiale, robotica e computazione avanzata. Barclays avverte che il titolo si è ormai scollegato dai fondamentali, mentre in tre continenti si moltiplicano le azioni legali di acquirenti che attendono da anni una guida autonoma mai consegnata. A tutto questo si aggiunge la possibile quotazione di SpaceX e il progetto Terafab, che prefigurano una convergenza nell’ecosistema Musk che il mercato prezza con entusiasmo e che gli azionisti guardano con crescente preoccupazione.

 

In questo articolo:

 

  • Tesla, per Barclays il titolo è scollegato dai fondamentali
  • Tesla e la guida autonoma: una promessa lunga quasi un decennio
  • Dall’auto ai chip per lo spazio, l’ecosistema Musk si allarga

 

Tesla, per Barclays il titolo è scollegato dai fondamentali

Quando Tesla ha smesso di produrre i modelli S/X, qualcosa è cambiato anche nel modo in cui Wall Street legge l’azienda. L’analista di Barclays Dan Levy lo chiama “passaggio di testimone simbolico”: la casa di Elon Musk archivia formalmente la sua identità di costruttore tradizionale e indica in robotaxi, Full Self-Driving e robot umanoidi il nuovo “fulcro della crescita”. Levy prende atto della transizione, senza condividerne l’entusiasmo. Il rating sul titolo è “Equal Weight” — neutrale — con un target price di 360 dollari che implica un potenziale ribasso del 10% rispetto alle quotazioni correnti. La motivazione è formulata con una franchezza insolita per un’analisi sell-side: “Le prospettive fondamentali di Tesla sono piuttosto deboli”, con revisioni al ribasso attese sia sui volumi sia sull’utile per azione nella trimestrale del 22 aprile. Il mercato, secondo Levy, ha scelto di ignorarlo: “il titolo Tesla rimarrà svincolato dai fondamentali”.

È una constatazione che dice molto sullo stato attuale del titolo, la cui capitalizzazione supera ancora quella della maggior parte delle case automobilistiche mondiali messe insieme, nonostante la quota di mercato nei veicoli elettrici si sia ridotta. A reggere la valutazione sono le aspettative, non i risultati. E le aspettative, al momento, mostrano qualche crepa. Il lancio dei robotaxi procede a rilento: la flotta attiva si ferma a 30-50 veicoli ad Austin, gran parte dei quali ancora dotati di sistemi di monitoraggio della sicurezza. Su Optimus, Levy parla di un’opportunità ancora tutta da “dimostrare nella pratica”. La narrazione complessiva, scrive, si è fatta “un po’ contorta”, con gli investitori divisi su quale iniziativa guiderà effettivamente il titolo. Il consenso degli analisti si ferma a “hold”: 13 raccomandazioni di acquisto, 10 neutrali, 6 di vendita, con un target medio a 401,13 dollari.

 

Tesla e la guida autonoma: una promessa lunga quasi un decennio

Quella distanza tra promesse e risultati che Barclays misura in punti percentuali, altri la misurano in dollari spesi e anni trascorsi ad aspettare. Tom LoSavio, avvocato in pensione della California, ha comprato la sua Tesla Model S nel 2017 convinto di fare un investimento sul futuro. Oltre 100.000 dollari, di cui 8.000 per l’accesso a vita alle funzionalità di guida autonoma. Elon Musk aveva detto che sarebbe arrivata. Anzi, aveva detto che entro la fine di quell’anno stesso una Tesla avrebbe percorso da sola il tragitto Los Angeles-New York. Nove anni dopo, LoSavio è il querelante principale di una class action che sostiene che Tesla abbia addebitato ai clienti migliaia di dollari per un prodotto che non esisteva e che non esiste tuttora. La sua storia, ricostruita dal Wall Street Journal, non è isolata. Tra il 2020 e il 2021, Tesla ha offerto l’aggiornamento alla terza generazione dell’hardware; nel 2023 ha introdotto la quarta, rendendo la precedente incompatibile con la versione più avanzata del software FSD. Gli analisti di Wall Street stimano in milioni le Tesla in circolazione con questa limitazione.

L’azienda ha dichiarato di voler completare la versione non supervisionata del software prima di procedere agli aggiornamenti dei veicoli più datati, senza fornire tempistiche vincolanti. Musk aveva anticipato il problema a gennaio 2025, definendo la situazione “dolorosa e difficile” e aggiungendo di essere “quasi contento che non siano stati in molti ad acquistare il pacchetto FSD a vita”, una dichiarazione che i querelanti considerano un’implicita ammissione. Il fronte legale si è nel frattempo allargato. In Australia, uno studio legale ha avviato un’azione collettiva presso il tribunale federale, accusando Tesla di aver commercializzato veicoli “incapaci di supportare la guida completamente autonoma”. Nei Paesi Bassi, un altro acquirente ha lanciato una campagna per aggregare diversi clienti europei: le autorità olandesi hanno approvato il sistema solo sulle auto con l’hardware più recente, lasciando i proprietari di versioni precedenti senza accesso alla funzionalità per cui hanno pagato.

 

Dall’auto ai chip per lo spazio, l’ecosistema Musk si allarga

A rendere il quadro ancora più complesso è quello che si muove fuori dal perimetro formale di Tesla. SpaceX starebbe valutando il deposito del prospetto per l’ipo già questa settimana, puntando a una valutazione di circa 1.750 miliardi di dollari, dopo aver già acquisito xAI in un’operazione da 1.250 miliardi. Tesla non figura nell’operazione, ma i legami sono già scritti nei bilanci: 2 miliardi investiti in xAI, Megapack ceduti alla stessa società per 430 milioni nel 2025, pari al 3,4% del fatturato del segmento Energy, e una rete di rapporti industriali con SpaceX consolidata negli anni. In questo contesto si inserisce Terafab, presentato da Musk come “il prossimo passo verso la creazione di una civiltà galattica”, una joint venture tra Tesla, SpaceX e xAI per la produzione di chip AI nei pressi di Austin, con l’obiettivo dichiarato di raggiungere un terawatt di potenza di calcolo annua, circa cinquanta volte l’attuale capacità globale del settore. Due le tipologie di chip previste: uno per l’edge computing e l’inferenza, l’altro ad alta potenza per le applicazioni spaziali di SpaceX e xAI. I numeri dell’ambizione sono inversamente proporzionali all’esperienza nel settore: Tesla, SpaceX e xAI non hanno mai prodotto semiconduttori.

Sul piano finanziario, le letture degli analisti divergono nettamente. Morgan Stanley ipotizza una rotazione di capitali dai titoli growth maturi verso la nuova storia tecnologica; Dan Ives di Wedbush vede nell’ipo di SpaceX un ampliamento dell’appeal dell’intero ecosistema, con volatilità attesa nel breve. Goldman Sachs e JP Morgan segnalano invece il rischio di concorrenza interna per l’attenzione degli investitori istituzionali. Fonti citate da Reuters riferiscono di preoccupazioni tra gli azionisti Tesla su possibili conflitti di interesse, distrazione del management e pressioni per future operazioni infragruppo. Questioni che, per ora, il mercato ha scelto di non prezzare.

Immagine di Hillary Di Lernia

Hillary Di Lernia

Classe 1994 e laureata in scienze della comunicazione, si è specializzata in sociologia conseguendo successivamente un master in criminologia. Giornalista pubblicista, ha collaborato con diverse testate finanziarie tra cui Bluerating e Milano Finanza, occupandosi di risparmio gestito e approfondimenti sui mercati finanziari. Oggi svolge anche la professione di criminologa e giornalista d’inchiesta, con particolare attenzione alle dinamiche sociali, economiche e criminali.

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