I titoli di Stato Usa non sono più considerati un bene rifugio dai grandi investitori. Lo confermano le vendite di questa settimana, dopo un’asta deludente dei Treasury che ha spinto il rendimento a 30 anni oltre il 5% e ai massimi di fine 2023. Le tensioni sono continuate ieri dopo l’approvazione alla Camera del disegno di legge dell’amministrazione Trump che, tra le altre cose, estende i tagli fiscali avviati 2017. Anche se con una maggioranza risicata, il pacchetto di interventi è passato e ora dovrà essere valutato dal Senato, prima della firma definitiva del presidente degli Stati Uniti.
Gli investitori sono preoccupati e pensano che l’intervento legislativo porterà un’ulteriore crescita del deficit Usa, mettendo sotto pressione i titoli di Stato nelle prossime aste, in particolare dopo che la scorsa settimana Moody’s ha abbassato il rating del debito americano. Ne risente anche il dollaro – altro asset rifugio in difficoltà – con il mercato che perde fiducia nei confronti degli Stati Uniti.
Titoli di Stato Usa: gli investitori diversificano
“Gli Stati Uniti non sono più l’ultimo e l’unico bene rifugio percepito”, ha detto Vincent Mortier, direttore degli investimenti di Amundi, il più grande gestore patrimoniale europeo. “Il Paese è diventato la patria dell’indisciplina fiscale”.
Bob Michele, direttore degli investimenti e responsabile del reddito fisso globale di JPMorgan Asset Management, consiglia di diversificare dalle attività statunitensi. “La nostra base di clienti sta esaminando le allocazioni ed evidenziando un forte sovrappeso sugli asset in dollari rispetto ai livelli storici. Sono preoccupati per tutto ciò che succede negli Stati Uniti: l’impatto delle tariffe, l’entità del deficit di bilancio e del deficit federale e così via. Perché non sfruttare questa opportunità per diversificare in altri mercati?”.
Il punto è dove. Michele propone di volgere lo sguardo all’Europa. “Storicamente, tutti hanno guardato alla Germania e alla Francia, ma poiché c’è preoccupazione per l’espansione fiscale in corso, ora stiamo osservando quelli che 15 anni fa erano considerati i periferici: Italia e Spagna“, ha affermato.
Sulla stessa linea è Lindsay Rosner, responsabile degli investimenti multisettoriali presso Goldman Sachs AM, che mette in evidenza la permanente debolezza del dollaro. Per questo ha un valore positivo “la diversificazione al di fuori degli Stati Uniti”.
Henry McVey, responsabile macro globale e dell’asset allocation presso la società di private capital Kkr, ha dichiarato che, quando gli Stati Uniti a inizio 2025 “hanno sperimentato la tripletta di un dollaro più debole, azioni in calo e tassi in aumento”, ciò “ha fatto scattare un campanello d’allarme che ha costretto tutti, dai fondi sovrani ai family office, non solo a ridurre il rischio, ma anche a cercare modi per abbassare il sovrappeso sugli asset statunitensi”. Secondo l’esperto “il ruolo tradizionale dei titoli di Stato Usa potrebbe ridursi a causa del deficit fiscale e dell’elevata leva finanziaria”.









