Trump ha imbrigliato l’Ue con l’accordo Nato: spendete e risanate i nostri conti

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Alla fine ce l’ha fatta. Di nuovo. Con le sue solite e discutibili (per utilizzare un eufemismo) modalità, eppure anche questa volta ha vinto. Con l’accordo Nato per l’aumento al 5% del Pil della spesa militare il presidente americano Donald Trump ha confermato di avere un peso specifico non indifferente nei confronti delle altre nazioni, in primis quelle europee, trovatesi ancora una volta imbrigliate in una morsa a tenaglia dalla quale – tanto per cambiare – sono ancora una volta uscite sconfitte e disunite. A nulla è servita la presa di coscienza della Spagna, trattata anche dai suoi stessi partner europei con fastidio. Atteggiamento che trova conferma anche nell’isolamento del primo ministro Pedro Sanchez nella foto ufficiale di gruppo, scattata poco prima che iniziasse il vertice Nato, all’Aja.

D’altronde, lo stesso Sanchez è stato l’unico a essersi sfilato dall’accordo, sostenendo che il 2,1% del Pil fosse già “sufficiente, realistico e, molto importante per la Spagna, oltre che compatibile con il nostro modello sociale e il nostro Stato sociale”. Una posizione che non è affatto piaciuta agli altri membri, in particolar modo a Trump che ha addirittura definito “terribile” la Spagna per quello che ha fatto. Promettendo, dopo il vertice, che quando negozierà un accordo commerciale con Madrid, “la farà pagare il doppio”.

Una minaccia nello stile (se si vuole definirlo così) del tycoon che avrebbe dovuto far scattare la rabbia dell’Unione e di unione, ma che ovviamente – ancora una volta – non ha trovato alcuna risposta dagli altri partner europei. Chissà allora a cosa si riferiva la premier Giorgia Meloni quando ha dichiarato: “L’Italia ha fatto come la Spagna. O la Spagna ha fatto come l’Italia, scegliete voi. Abbiamo firmato lo stesso documento”. D’altronde, è stata solo Madrid a rifiutare di andare oltre quella soglia del 2,1%, scatenando l’ira di Trump.

 

In questo articolo:

 

  • Trump vuole risollevare l’economia Usa con le armi?
  • Intanto continua il capitolo dazi

 

Trump vuole risollevare l’economia Usa con le armi?

Se il balletto dei dazi non ha – almeno per ora – portato i frutti sperati, e l’arretramento del dollaro lo dimostra, Mr Trump (che spera ancora nel Nobel per la pace) con l’aumento della spesa militare ha inevitabilmente trovato un’altra via per migliorare i conti americani. Perché? La risposta è molto semplice e la si ritrova nella classifica mondiale dei Paesi esportatori di armi pesanti realizzata dall’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma.

Nel quadriennio 2020-2024, infatti, gli Usa, con una quota pari al 43% (quasi la metà del totale) e in crescita del 21% rispetto al quadriennio precedente, si sono aggiudicati il titolo di primo paese di esportatore di armi al mondo. E anche se il principale destinatario di armi statunitensi è stata l’Arabia Saudita (12% del totale), per la prima volta in due decenni la quota maggiore è andata all’Europa (35%) anziché al Medio Oriente (33%). Inoltre, non bisogna dimenticare che la spesa militare negli Usa è già aumentata del 5,7% nel 2024, raggiungendo i 997 miliardi di dollari, pari al 66% della spesa totale della Nato e al 37% della spesa militare mondiale nel 2024. Risulta quindi quasi automatico pensare che a beneficiare di questo accordo sarà soprattutto l’America.

Sembrano quindi inutili i paletti previsti da Bruxelles intorno allo strumento Safe (Security Action For Europe), secondo il quale l’Unione raccoglierà 150 miliardi di euro (degli 800 totali previsti dal ReArm Europe), emettendo debito comune così da utilizzarli per sostenere gli investimenti per la difesa dei Paesi Ue. Stiamo parlando, in particolare, della restrizione geografica per accedere a questo strumento: il 65% del denaro speso dovrà infatti andare in un Paese dell’Unione, Norvegia o Ucraina, mentre il 35% rimanente può fluire verso aziende di Paesi terzi che hanno firmato un patto di sicurezza con l’Ue (clausola che al momento esclude Regno Unito e Usa). Ma sarà realmente così visto questo nuovo e imponente accordo Nato? Si vedrà. Si parla comunque di “cifre irrisorie”, considerando che solamente l’Italia con la quota al 5% dovrà investire nella difesa mille miliardi in dieci anni. 

 

Intanto continua il capitolo dazi

Archiviata la spesa militare, adesso l’attenzione torna sui dazi, l’altro grande tema trumpiano che ha scosso i mercati negli ultimi mesi. Ieri, la Casa Bianca in una dichiarazione ha annunciato che il D-day per la scadenza della sospensione dei dazi americani (previsto il 9 luglio) potrebbe “essere prorogato, ma è una decisione che spetta al presidente”. Dichiarazione che apre due ipotesi: la prima che il clima tra Washington e Bruxelles sia più disteso (d’altronde è stato appena firmato un accordo voluto dallo stesso Trump), la seconda che c’è la piena consapevolezza che trovare una quadra entro il 9 luglio sarebbe molto complicato. Peraltro, secondo quanto riportato da diverse agenzie di stampa, la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha già riferito ai leader europei di aver ricevuto una proposta di negoziato dagli Usa. Proposta che darebbe vita, almeno per il momento, a “un accordo provvisorio” tra Usa e Ue.

Anche in questo caso però i leader europei viaggiano in autonomia. E le parole del presidente francese Emmanuel Macron e del cancelliere tedesco Friedrich Merz lo dimostrano. “La verità è che la miglior situazione possibile tra Stati Uniti ed Europa è dazi zero. Se alla fine gli Stati Uniti decidessero di mantenere un dazio del 10% contro la nostra economia, sarà inevitabile una misura di compensazione sui prodotti americani venduti nel mercato europeo”, ha dichiarato il primo. “Se non si raggiunge un accordo sui dazi, l’Unione europea è pronta e in grado di adottare autonomamente misure appropriate”, ha aggiunto Merz. Più cauti gli altri Paesi. Intanto, in un modo o nell’altro, la battaglia sulla spesa militare è stata vinta da Trump. Vedremo chi la spunterà sui dazi. Sta di fatto che il “Whatever it takes” invocato a più riprese dall’ex premier Mario Draghi non è ancora stato ascoltato dall’Unione, ma forse solo da Trump. D’altronde ogni sua azione viaggia in quella direzione: “Costi quel che costi”.

Immagine di Massimiliano Carrà

Massimiliano Carrà

Classe 1994 e laureato in scienze della comunicazione a Palermo (sua città natale), si è specializzato a Milano sostenendo un Master in Radio e New Media Management & Content al Sole 24 Ore. Iscritto dal 2020 all'Ordine dei Giornalisti pubblicisti, dopo le esperienze in Radio 24, Class Editori, Money.it, Forbes Italia e Il Giornale è entrato nel 2025 in Borsa&Finanza, dove si occupa di approfondimenti macro-economici, startup, interviste e imprenditoria. Ama lo sport, la letteratura, il cinema e il mare. Gli piace visitare posti nuovi e scoprire nuove culture.

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