Unicredit-Banco BPM: pronto il dossier per la BCE, i prossimi passi

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La Banca centrale europea sarà l’arbitro della partita Unicredit-Banco BPM. Entro domani l’istituto di credito di piazza Gae Aulenti dovrebbe notificare l’offerta pubblica di scambio sulla rivale più piccola lanciata lo scorso mese. La notifica deve essere inviata entro lunedì 16 dicembre, ma è probabile che la pratica venga evasa già questa settimana.

Ad ogni modo, deve arrivare prima del deposito del documento informativo alla Consob. Una volta ricevuta tutta la documentazione, la BCE ha 90 giorni di tempo per dare il via libera o respingere la richiesta. In questo periodo Unicredit potrà rilanciare l’offerta, come si è riservato di fare dopo l’approvazione dei conti annuali a febbraio, ma non potrà avviare l’operazione.

Banco BPM dovrà invece rispettare la passivity rule che impone a una banca target di non eseguire manovre che possano ostacolare l’acquisizione da parte di un’altra banca.

 

Unicredit-Banco BPM: gli ostacoli di Antitrust e Crédit Agricole

Se la BCE avrà la parola definitiva sulla possibile fusione Unicredit-Banco BPM, gli altri ostacoli da superare si prospettano arcigni.

L’Antitrust probabilmente imporrà all’istituto guidato da Andrea Orcel la dismissione di circa 134 sportelli in eccedenza, secondo alcune stime. La combinazione con Banco BPM, infatti, darà alla luce un gigante bancario secondo solo a Intesa Sanpaolo in termini di depositi e impieghi, ma primo in alcune delle aree più ricche del Paese, come alcune zone della Lombardia e del Triveneto. Già si sono fatte avanti banche più piccole interessate ad accaparrarsi le filiali in vendita, tra le quali Banca Popolare di Sondrio, Credem, Iccrea, Banco Desio, Sparkasse, Banca Sella e Banca agricola popolare di Sicilia. Soprattutto, gli sportelli potrebbero fare gola al Crédit Agricole, il vero scoglio che Unicredit deve aggirare per portare a termine l’OPS su Banco BPM.

L’istituto guidato da Philippe Brassac detiene una quota del 9,9% in Piazza Meda, che potrebbe salire al 15,1% con i derivati. Questo gli conferisce maggiore potere contrattuale nella trattativa con Orcel per l’adesione all’OPS. Nel discorso potrebbe inserirsi appunto la cessione delle filiali eventualmente imposta dall’Antitrust.

Il tavolo della trattativa è però più ampio: Montrouge vuole estendere il suo business in Italia, secondo Paese dopo la Francia in cui ha una presenza maggiore, e intende farlo abbracciando diversi segmenti. Vi sono in ballo il credito al consumo di Agos Ducato, l’assicurazione danni Vera Assicurazioni e l’asset management di Amundi.

L’azionariato di Agos Ducato è ripartito tra Crédit Agricole e Banco BPM con una quota rispettivamente del 61% e del 39%. Per quanto concerne Vera Assicurazioni, la suddivisione è rispettivamente del 65% e 35%. In entrambe le situazioni dovranno essere definiti i termini della partecipazione una volta che l’azienda condotta da Giuseppe Castagna finirà tra le braccia di Orcel.

Quanto ad Amundi, il gestore patrimoniale di proprietà di Crédit Agricole, ha una partnership con Unicredit per la distribuzione dei propri fondi attraverso la rete della banca italiana fino al 2027. Sul piatto c’è la possibilità di estendere l’accordo per altri dieci anni. Al momento, un primo approccio tra i due colossi bancari per tramite dei rispettivi manager di fiducia non ha dato esito positivo, con Unicredit che ha rifiutato praticamente tutte le richieste della rivale. Ma entro la fine dell’anno è previsto un vertice tra Orcel e Brassac che si spera sia risolutorio.

 

La politica in fermento

Intanto la questione Unicredit-Banco BPM sta agitando la politica italiana, con il governo Meloni non proprio entusiasta di una combinazione di questa portata. Il pallino di Palazzo Chigi è quello di creare il terzo polo bancario con una fusione tra Banco BPM e Banca MPS. Se però Orcel raggiungesse il suo obiettivo di fagocitare l’istituto milanese, i piani dell’esecutivo andrebbero a monte. Il problema è che all’interno della maggioranza che sostiene il governo stanno emergendo alcuni contrasti. La posizione di Forza Italia è stata molto più accondiscendente di quella della Lega. Il partito guidato da Antonio Tajani ha sostenuto finora che la politica dovrebbe stare fuori dalle questioni di mercato di cui si dovrebbero occupare solo le autorità di vigilanza, mentre il leader della Lega Matteo Salvini teme uno spostamento all’estero del business della banca risultante dalla combinazione e il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti ha sventolato l’arma del golden power.

Ora però anche all’interno di Forza Italia ci sono delle voci riluttanti sulla fusione. Tra queste quella del vicepresidente alla Camera Giorgio Mulè, che si è allineato alla visione leghista. A suo avviso, c’è il rischio che le famiglie e le imprese non ottengano più i finanziamenti che finora hanno ricevuto da Banco BPM.

“Avrà pure una mezza bandiera italiana ma fa in maniera evidente un tipo di strategia che è di tipo finanziario e non di assistenza al territorio”, ha affermato Mulè riferendosi a Unicredit. “Il mercato decide se il prezzo offerto è giusto o sbagliato ma a me interessa che queste due banche garantiscano i mutui, diano prestiti. Se guardo a Banco BPM nell’ultimo anno, i prestiti sono aumentati del 10%, mentre quelli di Unicredit sono diminuiti. L’importante è che ci sia una banca italiana o a maggioranza italiana che dia queste garanzie. Oggi guardo a questo, pur nel rispetto delle prerogative della BCE”.

Immagine di Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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