Il 2024 è stato l’anno del grande ritorno delle criptovalute. Gli eventi più importanti che hanno scandito i passi avanti sono stati l’halving del bitcoin, l’approvazione degli ETF spot su bitcoin (negli USA ndr) e proprio a inizio settimana quella del primo ETF spot su ethereum, targato BlackRock. Sono ben lontani i tempi in cui Larry Fink, il numero uno del più grande asset manager globale, riteneva le cripto-attività buone solo per riciclare denaro. Ma un altro grande evento si profila nel prossimo futuro: l’implementazione della normativa europea MiCAR – Market in Crypto Asset Regulation – che entrerà in vigore il 30 dicembre 2024.
La nuova regolamentazione” renderà il 2025 un anno di rottura, facilitando l’ingresso delle istituzioni finanziarie tradizionali in questo settore. Ci troviamo all’inizio di una nuova fase che favorirà l’espansione dell’offerta delle banche e la convergenza tra finanza tradizionale e digitale in tutti i principali servizi dei cripto-asset” ha dichiarato Luciano Serra, responsabile per l’Italia di Boerse Stuttgart Digital, che insieme a Valeria Portale, direttrice dell’Osservatorio Blockchain & Web3 del Politecnico di Milano, ha presentato la ricerca “Digital asset e blockchain: le opportunità per il settore finanziario italiano”.
Banche italiane poco cripto, ma l’interesse c’è
Per ora le banche italiane hanno mancato l’appuntamento con i cripto-asset. Ed è stata una mancanza grave che ha lasciato scoperto il fianco a chi questi asset ha iniziato a offrirli. Ancora più grave, ha lasciato gli investitori esposti al rischio di finire nelle mani di operatori poco

raccomandabili (si vedano i casi TerraLuna ed FTX). A discolpa del settore bancario ci sono state la complessità del tema e l’assenza di una regolamentazione chiara. Con la MiCAR questa scusa, addotta dal 46% delle 28 istituzioni finanziarie coinvolte nella ricerca, è destinata a cadere.
La seconda motivazione portata da chi non ha avviato lo sviluppo di progetti che coinvolgono le tecnologie blockchain è la scarsa domanda proveniente dai clienti finali (39%). Anche in questo caso, tuttavia, lo scenario sta cambiando rapidamente. Lo dimostrano le risposte a un’altra domanda dello studio del Politecnico. Tra gli istituti finanziari che hanno scelto di avviare progetti in ambito cripto e blockchain, il 32% dice di averlo fatto per “soddisfare la crescente domanda dei clienti”, oltre che per “sfruttare le efficienze di processo offerte dalla tecnologia” (50%). In altre parole, la normativa c’è, la domanda anche.
Oggi l’11% della popolazione italiana possiede attività cripto. Si tratta di circa 3,5 milioni di individui a cui si aggiungono ulteriori 3,5 milioni che le hanno detenute in passato. Un ulteriore 21% si dichiara intenzionata ad acquistarle in futuro. Nel complesso si tratta di 14 milioni di italiani che hanno avuto, hanno o avranno a che fare con questi strumenti su 39 milioni di persone (la ricerca è stata svolta a dicembre 2023 e ha coinvolto un campione nazionale e rappresentativo della popolazione italiana tra i 18 e i 75 anni con accesso a internet).
I giovani sono i più interessati: il 56% della Generazione Z e il 52% dei Millennials possiede, ha posseduto o ha intenzione di possedere cripto-asset in futuro. L’interesse è forte anche tra chi dispone di redditi elevati. Il 29% di chi dispone di redditi superiori a 60.000 euro ha o ha avuto in passato delle attività cripto, il 49% ha intenzione di acquistarne in futuro. “Qui non ci sono solo i giovani” ha fatto notare Valeria Portale, e soprattutto “il 25% di coloro che sono intenzionati ad acquistarli vorrebbero farlo attraverso il tradizionale canale bancario, magari attraverso l’app della propria banca”. È tutto in questi numeri il potenziale delle cripto-attività per le banche, finora compreso solo in parte.
Offerta scarsa ed educazione finanziaria assente
In risposta a questa domanda crescente le banche finora si sono mosse poco o niente. A livello globale sono 63 su 100 quelle che hanno avviato progetti nell’ambito dell’internet of value, locuzione con cui si identificano le applicazioni incentrate sullo scambio di valore come le criptovalute, le stablecoin, le central bank digital currency (CBDC). In Italia gli istituti finanziari appaiono molto più indietro, come ha evidenziato un sondaggio online svolto da ABI Lab che ha coinvolto 28 banche italiane.
Su 28 solo tre sono attive nella compravendita di attività cripto per i clienti, mentre servizi di pagamento, token di fidelizzazione, emissione di stablecoin e compravendita di cripto per gli istituzionali sono presenti solo in singoli casi. Le banche italiane non sono però completamente ferme. Si attestano tra gli 8 e i 15 gli intermediari che sono interessati a sviluppare servizi che abbiano a che fare con le cripto attività. Lo sviluppo, però, deve essere accelerato per evitare che i clienti interessati si rivolgano ad altri attori che quei servizi già offrono.

Spicca, tra i servizi non offerti, quello di custodia dei cripto-asset, sia per clienti retail che istituzionali. Valeria Portale ha sottolineato questo aspetto: “La custodia è il servizio base di una banca. Dovrebbe essere il loro lavoro. Non bisogna commettere l’errore di considerare questo settore una nicchia”. Ha poi evidenziato l’importanza delle banche anche dal punto di vista dell’educazione finanziaria e della formazione del proprio personale. Gli intermediari bancari, punti di riferimento per le famiglie italiane, sono quelli meglio posizionati per “lavorare sull’educazione degli utenti riguardo a questi strumenti, che sono molto diversi dai prodotti finanziari tradizionali e potenzialmente molto rischiosi. È necessario uno sforzo per educare i consumatori sui potenziali rischi associati, affinché possano agire con consapevolezza”. Anche in questo caso l’atteggiamento di rifiuto che in anni passati è stato mostrato dalle banche verso le attività cripto ha spinto molti utenti a muoversi in autonomia con risultati in alcuni casi disastrosi.
“Oggi l’Unione europea è il più grande mercato regolamentato al mondo per gli asset digitali ha concluso Serra – con un quadro normativo chiaro ed uniforme, in cui gli operatori tradizionali possono lanciare prodotti e servizi su queste nuove asset class. Le banche potrebbero raggiungere nuovi clienti e aumentare i ricavi, tanto più che la nuova fase che si sta aprendo vedrà la maggior parte degli investimenti provenire dai clienti bancari tradizionali che, se non troveranno un’offerta adeguata, si rivolgeranno alla concorrenza. I grandi player americani sono già attivi in questo campo da anni, è il momento che anche le banche italiane entrino in questo settore”.










