Quello che circolava da mesi come un sospetto diffuso adesso ha trovato conferma nelle parole stesse di chi guida il gruppo. Volkswagen, il più grande costruttore automobilistico europeo, è alle prese con una crisi che i suoi stessi vertici definiscono una “minaccia all’esistenza” dell’azienda. A rivelarlo è un’inchiesta pubblicata dalla rivista economica tedesca Manager Magazin, che ha avuto accesso ai risultati di un sondaggio interno, condotto in forma anonima tra i membri del consiglio di amministrazione e del consiglio di sorveglianza. Il documento, pensato originariamente per misurare la coesione interna del management, ha restituito un quadro ben più allarmante.
In questo articolo:
- Volkswagen, il sondaggio interno: “a rischio sopravvivenza”
- I numeri del primo trimestre hanno confermato i timori
- Volkswagen, tra tagli occupazionali e ristrutturazioni
- Il rischio di bancarotta già nei prezzi
Volkswagen, il sondaggio interno: “a rischio sopravvivenza”
Secondo quanto riportato da Manager Magazin, sei dei nove consiglieri di amministrazione interpellati hanno valutato l’azienda come a rischio di sopravvivenza. Gli altri tre hanno scelto la categoria intermedia, quella che descrive la situazione come “tesa”. La risposta “non critica” non è stata selezionata da nessuno dei partecipanti. Sul fronte delle soluzioni, l’unanimità è stata totale: tutti e nove i consiglieri hanno invocato, in forma anonima, un cambiamento radicale di strategia.
Critiche severe sono state rivolte in particolare all’impostazione del gruppo nei due mercati chiave della Cina e del Nord America, dove Volkswagen sta perdendo terreno in modo accelerato. Il sondaggio, inizialmente creato con lo scopo di valutare la coesione interna del gruppo, si è trasformato in un boomerang: ha fotografato un management profondamente preoccupato e diviso sulla capacità dell’azienda di uscire dalla crisi con l’approccio strategico attuale.
I numeri del primo trimestre hanno confermato i timori
I risultati del primo trimestre 2026, resi noti nelle settimane precedenti, avevano già fornito una base concreta alle preoccupazioni del board. L’utile operativo è sceso del 14,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, attestandosi a 2,5 miliardi di euro, contro stime che si aspettavano una sostanziale stabilità. Il margine operativo è arretrato al 3,3% dal 3,7% del trimestre corrispondente del 2025. I ricavi si sono fermati a 75,7 miliardi di euro, in calo del 2,5%, ben al di sotto del consenso degli analisti che prevedeva 77,6 miliardi.
L’utile netto ha subito la contrazione più marcata, con un calo del 28,4% a circa 1,56 miliardi di euro. A pesare sui conti è stato soprattutto il crollo delle vendite nei mercati extraeuropei. Le consegne complessive sono scese a 2,0 milioni di unità, con un calo del 20% in Cina e del 9% in Nord America, parzialmente compensato da una crescita in Sud America (+3%), Europa occidentale (+1%) ed Europa centrale e orientale (+7%). L’impatto dei dazi statunitensi è stato stimato in circa 4 miliardi di euro su base annua, un peso strutturale che non potrà essere assorbito facilmente.
Dalle percentuali, è possibile evidenziare che sullo sfondo di questa crisi operativa si staglia la pressione crescente della concorrenza cinese. I produttori di veicoli elettrici della Cina non solo stanno erodendo la quota di mercato di Volkswagen sul suolo domestico cinese, ma stanno impattando anche sul valore di rivendita e sulla competitività del gruppo nei mercati emergenti come il Brasile. È una sfida strutturale, non congiunturale, che richiede una risposta strategica di lungo periodo che il management attuale non sembra ancora in grado di articolare con sufficiente chiarezza.
Volkswagen, tra tagli occupazionali e ristrutturazioni
Per contenere la crisi, il gruppo ha avviato un piano di riduzione dei costi che inizia a produrre i primi effetti. I costi generali tagliati sfiorano il miliardo di euro e il flusso di cassa netto della divisione Automotive è tornato positivo a 2 miliardi di euro, contro i -828 milioni dello stesso periodo del 2025. Sul piano occupazionale, è in corso una riduzione complessiva di circa 50.000 posti di lavoro in Germania entro il 2030, mentre la capacità produttiva in Cina è stata ridotta di circa 1,5 milioni di veicoli dal 2023.
Non tutte le divisioni hanno chiuso in negativo: il Core Brand Group, che comprende Volkswagen, Skoda, SEAT e Cupra, ha migliorato l’utile operativo del 38% a 1,5 miliardi di euro con un margine del 4,4%. Più complessa la situazione di Porsche, il cui utile operativo è sceso da 700 a 500 milioni di euro e il margine è arretrato dall’8,7% al 7%. L’amministratore delegato Oliver Blume ha avviato una drastica riduzione della forza lavoro tedesca, con l’obiettivo di tagliare 19.000 posti entro la fine del 2026. Una mossa che ha suscitato immediate reazioni da parte dei rappresentanti sindacali, soprattutto in relazione al futuro degli stabilimenti più esposti, come quello di Osnabrück, dove la produzione del SUV T-roc Cabrio è in progressiva riduzione. I sindacati hanno posto una “linea rossa” contro la chiusura definitiva dell’impianto, chiedendo alla dirigenza di garantire il futuro produttivo del sito in tempi rapidi.
Il rischio di bancarotta già nei prezzi
I mercati finanziari sembrano aver anticipato le preoccupazioni del management. Secondo i dati elaborati da Forecaster, il trend ribassista del titolo Volkswagen nella prima metà di giugno 2026 è fortemente correlato agli sviluppi operativi e finanziari negativi emersi nel periodo. Il titolo ha perso terreno in modo progressivo. L’1 giugno il titolo apriva a 91,28 euro e chiudeva a 90,56 euro. Il 10 giugno era già sceso a 86,30 euro in chiusura, con una variazione giornaliera negativa dell’1,12%. Ieri – il giorno stesso in cui Manager Magazin ha pubblicato l’inchiesta sul sondaggio interno – il titolo ha registrato la seduta più pesante del periodo, con un calo del 3,48% che ha portato la chiusura a 86,54 euro. Oggi la pressione vendita sta continuando. In meno di tre settimane, il titolo ha bruciato oltre cinque euro per azione, pari a una perdita di circa il 5,4% dal valore di inizio mese.
Ma è il giudizio qualitativo di Forecaster a colpire più dei numeri. La piattaforma segnala in modo esplicito un alto rischio di bancarotta tra i fattori che pesano sul sentiment degli investitori, una valutazione che va ben oltre la consueta lettura di una trimestrale deludente. Secondo l’analisi, il trend ribassista non è riconducibile a un singolo evento, ma alla convergenza di più pressioni negative che si alimentano a vicenda: i tagli occupazionali su vasta scala e le tensioni sindacali che ne derivano, la riduzione della produzione in stabilimenti chiave come quello di Osnabrück, il calo inatteso del 14% dell’utile operativo nel primo trimestre con margini compressi al 3,3%, la pressione degli azionisti di maggioranza che chiedono una revisione radicale del modello di business, e infine la concorrenza dei produttori cinesi di veicoli elettrici, che non si limita più al mercato domestico cinese ma sta intaccando la quota e il valore di rivendita dei prodotti Volkswagen anche in mercati emergenti come il Brasile.
Forecaster evidenzia inoltre come le mosse strategiche in corso – dall’ingresso nel capitale di Rivian alla possibile quotazione di Scout, dalla ricerca di acquirenti per asset non core agli obiettivi di economia circolare – non riescano ancora a compensare, agli occhi del mercato, la portata delle difficoltà strutturali. La guidance confermata per l’intero 2026, con ricavi previsti tra la stabilità e una crescita fino al 3% e un margine operativo atteso tra il 4% e il 5,5%, viene letta dalla piattaforma come una proiezione che non incorpora pienamente i rischi geopolitici e macroeconomici ancora aperti, a partire da un’eventuale escalation delle tensioni internazionali. In questo senso, il giudizio della piattaforma si allinea con quello emerso dal sondaggio interno: la distanza tra la narrativa ufficiale del management e la realtà percepita dai mercati – e dagli stessi consiglieri del gruppo – non è mai stata così ampia.









