Wall Street ha chiuso l’ultima ottava a suon di record storici, ma presenta un problema che potrebbe essere difficile da gestire: l’eccessiva concentrazione. Secondo i dati raccolti da Bank of America, i primi 10 titoli dell’indice S&P 500 costituiscono oltre il 35% dell’intero benchmark. Si tratta della ponderazione più concentrata degli ultimi 40 anni. In questo ambito, i Magnifici sette (Alphabet, Amazon, Apple, Meta Platforms, Microsoft, Nvidia e Tesla) hanno rappresentato quest’anno circa la metà dei guadagni dell’indice. JPMorgan Chase osserva che per avere idea di quanto le Big tech possano influenzare la Borsa americana basta osservare quanto accaduto nel primo trimestre 2024: l’S&P 500 ha guadagnato con loro il 7,6%, ma senza queste azioni sarebbe sceso del 5%. La straordinaria forza di queste società è da ascrivere principalmente al boom dell’intelligenza artificiale, con gli investitori che si aspettano maggiori ricavi e utili futuri rispetto a quelli attuali, già molto forti, grazie alla nuova tecnologia.
Wall Street: ecco i rischi dell’elevata concentrazione
Un mercato così concentrato rende difficile la distinzione tra fondi attivi e fondi che si limitano a replicare un indice di Wall Street. I gestori attivi non possono escludere in questo momento le Big tech nelle loro strategie di investimento, a pena di sottoperformare il mercato. “La correlazione tra titoli tecnologici e indici è fonte di ansia”, ha affermato James Thomson, gestore del Global Opportunities Fund azionario di Rathbones Group. “È difficile per i fondi attivi sovraperformare in un mercato concentrato, in cui i rendimenti provengono da un piccolo numero di titoli con un’elevata ponderazione dell’indice”. L’esposizione alle grandi aziende tecnologiche comporta però che una correzione di mercato colpirebbe duro i portafogli azionari. “Stanno salendo sempre più in alto facendo le scale”, dice Thomson. “Ma incontrassero un vuoto d’aria o partisse una normalizzazione, prenderebbero l’ascensore verso il basso”.
Per gli investitori è un bel dilemma. Nel breve termine, il loro portafoglio rischia di sottoperformare se privato dei titoli che stanno rendendo di più. Tuttavia, nel lungo periodo potrebbero avere lo stesso problema. “La natura sempre più concentrata dei mercati azionari sta dando ai fondi attivi meno flessibilità“, ha affermato Joe Wiggins, direttore della ricerca sugli investimenti di St James’s Place. Del resto, “può essere difficile essere contrarian quando settori e temi ristretti guidano il mercato. Che lo stiano facendo deliberatamente, o che si tratti di un pregiudizio comportamentale inconscio, sempre più gestori stanno investendo nei Magnifici sette”, ha aggiunto.
Dan Brocklebank, responsabile UK di Orbis Investment, rileva un problema derivante dalla governance dei fondi. Se gli investitori e il consiglio di amministrazione richiedono una crescita trimestrale e il gestore del fondo viene retribuito in base ai risultati, non inseguire le azioni vincenti e adottare una visione contrarian non è un esercizio facile da eseguire. “Ciò si ripercuote sulla gestione del portafoglio e questa influenza può essere molto potente”, ha affermato l’esperto.
Come uscire da questa situazione che tiene in qualche modo incatenati i gestori dei fondi attivi? Blocklebank ritiene che il meccanismo degli incentivi debba essere rivisto, consentendo ai manager di essere più convinti nelle loro operazioni. “Solo così i gestori attivi possono essere veramente tali”, ha detto. Secondo Chris Mellor, responsabile della gestione dei prodotti azionari Emea ETF di Invesco, bisognerebbe adottare un approccio che dà la stessa percentuale a tutte le partecipazioni all’interno di un portafoglio, al fine di mitigare i rischi derivanti da un’elevata correlazione. In questo modo “si trae vantaggio da una piccola esposizione ai preferiti del mercato, portando a una buona performance a lungo termine”.









