Warren Buffett: ecco la scommessa da 1 milione di $ che umiliò i gestori dei fondi

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Il 6 maggio 2006, nel corso della riunione annuale degli azionisti della Berkshire Hathaway, Warren Buffett lanciò una sfida. “Sono pronto a scommettere un milione di dollari con chiunque che, nell’arco di dieci anni, un fondo indicizzato S&P 500 sovraperformerà qualsiasi hedge fund. C’è qualcuno che è disposto a raccogliere la scommessa?”, disse di fronte a una sala gremita.

Improvvisamente cadde un silenzio tombale. Nessuno tra i 20 mila presenti proferì verbo. Per interrompere quella situazione imbarazzante, Buffett rilanciò. “Andiamo, non c’è nessuno interessato?”. Ancora silenzio. Quella domanda fu destinata a riecheggiare per altri 16 mesi, quando qualcuno prese coraggio. Si trattava di Ted Seides, con il suo hedge fund Protégé Partners.

 

Warren Buffett: da cosa derivava quella scommessa

Warren Buffett non ne poteva più di Wall Street. Non degli investimenti, che facevano parte della sua vita e che seguiva con lo stesso entusiasmo e la stessa passione di un bambino. Ma della macchina dei gestori di fondi che, a suo avviso, non facevano il bene di chi aveva capitale da investire. Una volta, il re del value investing dichiarò: “Preferirei che i miei soldi venissero gestiti da un branco di scimmie cieche che lanciano freccette verso l’S&P 500 piuttosto che da idioti strapagati”. E in occasione della sfida lanciata, fu ancora più pesante. “Sono disposto a passare dalle parole ai fatti. Mettetevi in gioco o tacete, e piantatela di applicare commissioni così vergognose”, disse.

Già, le commissioni. Prima che il fondatore di Vanguard, Jack Bogle, squarciasse un velo nel mondo della gestione patrimoniale e lanciasse il primo fondo indicizzato sull’S&P 500, i gestori dei fondi applicavano commissioni estremamente onerose per gli investitori.

La regola maggiormente seguita per anni fu la famosa “2-20”, ovvero una tariffa del 2% su ogni operazione e un bonus del 20% sulle performance. Senza considerare le spese di ingresso e di uscita nel fondo. Tra l’altro, all’inizio di ogni anno la situazione veniva azzerata, nel senso che se il fondo chiudeva in perdita alla fine dell’anno precedente, in quello successivo tale perdita non veniva conteggiata nel calcolo del risultato su cui applicare quel 20%.

Buffett sapeva meglio di chiunque altro che la combinazione di tutte queste commissioni costituiva un’enorme zavorra sulla performance finale, il che rendeva poco vantaggioso per chiunque investire nel fondo. In pratica, nessun gestore attivo sarebbe stato capace di battere l’S&P 500 nel lungo periodo. In verità qualche rock star del settore poteva emergere, ma normalmente succede che quando ciò avviene il gestore chiude il fondo e lo riapre solo allorché le prestazioni calano. Solo che a quel punto, non è più una rock star.

 

Warren Buffett: la scelta del suo fondo

Ma quale fondo scelse Warren Buffett da contrapporre a quello eventualmente proposto dal gestore che avesse accettato la sfida? L’investitore miliardario pose quattro condizioni.

In primo luogo, tale fondo doveva replicare fedelmente l’indice S&P 500. La condizione non era così scontata, perché c’era una miriade di fondi che erano congegnati così male da non riprodurre il benchmark come avrebbero dovuto.

In secondo luogo, il fondo non doveva avere commissioni di front-end e back-end, cioè addebitate rispettivamente all’ingresso e all’uscita.

In terzo luogo, la commissione di gestione doveva essere molto bassa, dal momento che non c’era un gestore che si occupava in maniera attiva degli investimenti.

Infine, il fondo doveva consentire il reinvestimento dei dividendi. Quindi, doveva trattarsi di un fondo comune e non di un ETF, il quale non consente in automatico di reinvestire le cedole percepite.

Nel 2008, quando Seides accettò la sfida, erano diversi i fondi che rispecchiavano le caratteristiche indicate da Buffett, ma la scelta cadde sull’S&P 500 Index Fund Admiral Shares di Vanguard.

Fu una sorta di omaggio al fondatore del gestore patrimoniale, Jack Bogle, il primo a rompere lo status quo nel 1976 introducendo i fondi indicizzati low cost. In occasione della morte di Bogle, avvenuta nel 2019, Buffett affermò che “se un giorno dovessero erigere un monumento per onorare la persona che ha fatto più per gli investitori americani, allora questa persona dovrebbe essere senza dubbio Jack Bogle”.

 

Chi era lo sfidante

Ma chi era realmente Ted Seides, l’antagonista di Buffett che ebbe il fegato di farsi avanti in una scommessa così impegnativa, che avrebbe potuto nobilitare tutta la categoria degli hedge fund in caso di vittoria o infliggere un colpo tremendo in uno scenario di sconfitta?

Seides non era un vero gestore finanziario e un trader esperto. La sua più grande qualità era la capacità straordinaria di vendere un prodotto. Sapeva raccogliere capitali come pochi per Protégé Partners, che funzionava come un fondo di fondi. In sostanza, selezionava hedge fund che gestivano il denaro per lui. Quindi, una volta che questo fondo otteneva i soldi dagli investitori, li distribuiva ad altri hedge fund e stava a osservare riscuotendo le commissioni. In breve, Seides era un venditore di prima classe.

Il punto è che con i fondi di fondi, gli investitori si trovavano a pagare il doppio delle commissioni: a chi avevano assegnato i loro soldi e a chi li gestiva realmente. La sfrontatezza di Seides era più che altro figlia del desiderio di dimostrare che quanto affermato da Buffett non sarebbe stato in grado di screditare un intero settore e di conseguenza di togliere il terreno sotto i piedi al suo business molto lucrativo.

 

Come andò a finire?

E qui viene la parte migliore. Chi aveva ragione? Non ci fu proprio storia. Il fondo scelto da Buffett vinse a mani basse, ma non ci fu nemmeno bisogno di aspettare il decimo anno. Già al settimo, Seides alzò bandiera bianca, ammettendo con signorilità la disfatta.

Tuttavia, per riscuotere il premio, dovevano passare gli altri tre anni rimasti. Alla fine, il verdetto fu umiliante per gli hedge fund. L’S&P 500 Index Fund Admiral Shares di Vanguard sovraperformò del 30% addirittura non considerando le esose commissioni del fondo di Seides. Le implicazioni furono enormi, perché da quel momento passò il concetto che i gestori di hedge fund non riescono a battere il mercato nemmeno se non addebitano alcuna commissione.

Ma vediamo quale fu la dinamica della sfida. Il primo anno terminò addirittura in vantaggio per Seides, ma ciò avvenne per un motivo: la partita cominciò nel 2008, anno in cui scoppiò la grande crisi con il fallimento di Lehman Brothers.

Quell’evento eccezionale portò a un crollo del 38,5% dell’S&P 500, ma gli hedge fund mitigarono le perdite utilizzando uno dei loro pochi punti di forza, ovvero l’hedging che attutisce gli effetti dei sell-off. Nel 2008, Seides perse solo il 24%, il che lo mise in vantaggio su Buffett di 14,5 punti percentuali.

La festa però durò davvero molto poco, perché l’intervento della Federal Reserve per risollevare l’economia americana attraverso una gigantesca iniezione di moneta fece fluire denaro a Wall Street.

Negli anni successivi il recupero della Borsa americana fu prorompente e nel 2018, quando si chiuse il match, il fondo di Vanguard aveva realizzato in dieci anni una performance del 125,9%, mentre gli hedge fund di Seides appena del 36%. La differenza di prestazione di quasi 90 punti percentuali fu impietosa. E l’aspetto ancora più imbarazzante è che in quegli anni un buon 60% finì nelle tasche dei gestori sotto forma di commissioni. Quindi, anche eliminando queste, i fondi attivi subirono una sonora batosta.

Immagine di Redazione

Redazione

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