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Azioni italiane: valutazioni a sconto come nel 1988

Azioni italiane allo sconto più grande dal 1988, sono da comprare?

Le azioni italiane sono negoziate in questo momento a un prezzo storicamente molto conveniente rispetto alle concorrenti confrontabili a livello globale, rispetto alle quali lo sconto ha raggiunto il 50%. Si tratta del maggiore divario dal 1988 e il doppio rispetto alla media degli ultimi 20 anni. Ciò significa che sul mercato italiano ci sono opportunità interessanti. Bisogna però tenere presenti alcuni elementi.

Innanzitutto l’indice FTSE Mib è salito di circa il 20% nel 2023 ma gran parte del rally è stato determinato dalla corsa dei titoli bancari che hanno beneficiato dell’aumento dei tassi d’interesse. Il resto del paniere ha invece risentito di alcuni problemi congeniti dell’Italia come l’invecchiamento della popolazione, una crescita economica debole e un debito pubblico che supera il 140% sul PIL.

Fattori che hanno ripercussioni anche sul mercato obbligazionario, con lo spread tra Btp e Bund decennali che si è allargato oltre i 200 punti base prima di correggere nel corso della settimana passata. Venerdì prossimo l’agenzia di rating Fitch esprimerà il suo giudizio sul debito italiano, in questo momento a BBB con outlook stabile. “Non si può escludere un cambiamento nelle prospettive, data la minore crescita, l’aumento delle spese sui tassi di interesse e il deterioramento della posizione fiscale dell’Italia” hanno dichiarato gli analisti di Barclays in una nota.

 

Azioni italiane: vanno comprate?

Tra gli investitori non c’è accordo sulle prospettive del mercato italiano. Tra i pessimisti c’è Chris Hiorns, responsabile azionario multi-asset ed europeo di EdenTree, preoccupato per le prospettive fiscali che rendono l’Italia vulnerabile. “Preferisco non avere esposizione al mercato azionario italiano” ha dichiarato.

Goldman Sachs consiglia invece di evitare le blue chip dopo la sovraperformance di quest’anno. Secondo le stime della banca d’investimento americana “ogni aumento di 10 punti base degli spread sovrani sottrae circa il 2% alle azioni bancarie italiane e l’1,5% all’indice FTSE Mib”.

C’è però chi vede delle opportunità grazie ai multipli bassi. A giudizio di Giuseppe Sersale, stratega e gestore di portafoglio di Anthilia a Milano “molte società sono scambiate su multipli ridicoli in quanto i titoli italiani più piccoli sono stati colpiti da deflussi dovuti alla fine del programma governativo volto a promuovere gli investimenti in titoli nazionali di piccole dimensioni”. Secondo Sersale “si sta aprendo una finestra di valore sulle small cap che vale la pena cogliere”.

Andrea Scauri, senior portfolio manager di Lemanik punta sulle banche italiane, ritenendole meno vulnerabili rispetto al debito italiano: “Se lo spread si allarga, l’impatto sarà di breve termine” ha dichiarato. Nello specifico, il gestore possiede azioni come Banco BPM e MPS “le cui valutazioni, più convenienti, le rendono più attraenti rispetto alle banche più grandi”. Basandosi sui dati di LSEG Datastream il titolo di Banco BPM è negoziato a 0,55 volte il suo valore contabile e MPS a 0,39 volte. A confronto, Unicredit scambia a 2 volte.

Infine, a parere di Alberto Chiandetti, portfolio manager di Fidelity International, le opportunità si trovano soprattutto nei settori industriali e dei beni di consumo dell’indice FTSE Italia Star. “In molti casi le valutazioni tengono già  conto del rallentamento economico, pur non riflettendo il valore e la crescita che molte di queste società avranno nei prossimi anni”, ha affermato.

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Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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