Banca Mps mette a posto l’ultimo tassello e si prepara per l’offerta pubblica di scambio sulla rivale Mediobanca. La Consob e l’autorità Antitrust hanno concesso il via libera all’operazione e ora tutti gli ostacoli regolamentari sono stati rimossi. In particolare, l’authority per la concorrenza si è pronunciata in anticipo rispetto alle attese, ha fatto sapere l’istituto di credito senese. In questo articolo:
- Banca Mps: i termini dell’operazione
- Cosa farà Mediobanca
Banca Mps: i termini dell’operazione
L’Ops di Banca Mps su Mediobanca partirà il 14 luglio, come era nelle aspettative, e si chiuderà l’8 settembre. Quindi gli azionisti di Piazzetta Cuccia avranno 40 giorni di Borsa aperta per aderire all’offerta. Ogni azione Mediobanca portata in adesione darà il diritto a ricevere 2,533 azioni Mps di nuova emissione, prive di valore nominale e con godimento regolare. Il concambio ha avuto un aggiustamento tecnico a maggio di 0,23 azioni rispetto al corrispettivo originario di 2,3 azioni stabilito a gennaio. Il pagamento è previsto per il 15 settembre. Qualora ci dovesse essere una riapertura dei termini, nel rispetto delle condizioni di legge, gli azionisti di Mediobanca avranno la possibilità di aderire dal 16 al 22 settembre.
Tutta l’operazione punta al controllo di Mediobanca, per cui il Consiglio di amministrazione di Rocca Salimbeni ha deliberato un aumento di capitale da 13,1 miliardi di euro. L’operazione rientra nell’ambito del piano di consolidamento del sistema bancario italiano – sostenuto dal governo Meloni – finalizzato alla creazione del terzo polo da affiancare ai due colossi esistenti Intesa Sanpaolo e Unicredit.
Cosa farà Mediobanca?
Negli uffici di Piazzetta Cuccia la tensione è molto alta. Il board dovrà pronunciarsi definitivamente sull’operazione, dopo aver respinto la proposta di Mps definendo la manovra “insensata” e senza apporto di valore nella realtà combinata. Nel frattempo, l’azienda di credito ha previsto nel suo piano industriale 2026-2028 remunerazioni per gli azionisti fino a 4,9 miliardi di euro attraverso dividendi e buyback, nel tentativo di dissuaderli dall’aderire all’Ops. In precedenza Mediobanca ha lanciato un’Opa su Banca Generali come tattica ostruzionistica verso Mps.
La percentuale di adesioni è importante, perché in caso dovesse rimanere sotto il 50%, il gruppo combinato non potrebbe sfruttare le sinergie stimate in 700 milioni di euro, oltre ai 2,9 miliardi di euro di imposte differite. Nella conta si ha la certezza della partecipazione dello zoccolo duro rappresentato dal gruppo Caltagirone e dalla Delfin della famiglia Del Vecchio, detentori rispettivamente del 19,39% e del 5,5% del capitale di Mediobanca. Nei giorni scorsi si è defilata dalla partita Banca Mediolanum, che ha ceduto la quota in Mediobanca del 3,5% attraverso la procedura dell’accelerated bookbuilding. L’istituto guidato da Massimo Doris ha precisato che la sua partecipazione era di natura finanziaria e non strategica.
A determinare la riuscita dell’Ops saranno gli indecisi, tra le cui fila figura il re della ceramica Romano Minozzi, patron di Iris Ceramiche e facente parte del patto di consultazione di Mediobanca. Il miliardario imprenditore ha modificato la sua posizione rispetto al passato, quando giudicava positiva l’Ops di Montepaschi in particolare per i riflessi che avrebbe potuto avere su Assicurazioni Generali, di cui Mediobanca è il principale azionista con una quota del 13%. Dopo la luce verde della Consob, Minozzi invece frena. In un’intervista a Milano Finanza, ha dichiarato che “Mps deve precisare prima le condizioni della propria offerta, cosa che farà a giorni”. Inoltre, “aspetto di capire come sarà l’eventuale progetto di gestione di Mediobanca da parte dell’istituto senese”, ha aggiunto. Un altro incerto tra i grandi azionisti è la Fondazione Enasarco, che ha ceduto il 3,05% in Mps per acquisire un pacchetto del 2,52% in Mediobanca. La fondazione ha detto che aderirà solo in caso di rilancio di Mps che valuti più adeguatamente le azioni Mediobanca. Nella stessa posizione è Edizione della famiglia Benetton, proprietaria del 2,2% della merchant bank milanese. La holding dovrà fare considerazioni a livello industriale sull’accrescimento del valore dell’investimento.









