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Banche europee: i 4 grandi rischi dopo il crollo di Credit Suisse

Banche europee: 4 grandi rischi che corrono dopo il crollo di Credit Suisse

Il salvataggio di Credit Suisse, orchestrato dalle autorità di regolamentazione svizzera e portato a termine con la fusione con UBS, sarà destinato a lasciare un segno profondo nel sistema delle banche europee. Fino a poco tempo fa, l’istituto svizzero era tra le prime 25 aziende di credito in Europa, ma poi scandali finanziari e mala gestione hanno sgretolato rapidamente il castello di denaro che era stato costruito dentro e intorno alla banca.

La situazione è precipitata quando il principale azionista, la Banca Nazionale Saudita, ha detto che non avrebbe più investito nelle azioni di Credit Suisse. Questo ha generato una corsa al prelievo da parte dei depositanti, in un contesto in cui, negli Stati Uniti, fallivano SVB e Signature Bank.

La combinazione con UBS, necessaria secondo il governo e la Swiss National Bank per evitare il peggio, è parsa alla fine una soluzione di comodo ma la più fattibile, dal momento che le alternative avrebbero richiesto l’ennesima ricapitalizzazione, l’acquisizione da parte di un partner straniero o addirittura la messa in liquidazione del Credit Suisse.

Il sodalizio tra le due maggiori banche svizzere ha ricevuto il plauso da diverse istituzioni: dal Tesoro USA alla Federal Reserve, alla Banca Centrale Europea. Tuttavia, potrebbe avere un costo salato per i contribuenti svizzeri, perché UBS si è mossa dietro una  garanzia da 9 miliardi di franchi sulle perdite da parte del governo, l’assicurazione dal default e l’accesso a una linea di credito da 100 miliardi di franchi presso la Banca centrale svizzera.

 

Banche europee: ecco tutti i rischi che corrono

Rimane da vedere se il pericolo sia davvero scampato, cioè se le banche europee possono stare tranquille oppure grosse turbolenze siano dietro l’angolo. Il vicepresidente della BCE, Luis de Guindos, ha assicurato che il settore è resiliente, dal momento che dispone di un capitale molto più elevato rispetto alla precedente crisi, con solidi livelli di liquidità e un’esposizione piuttosto limitata verso Credit Suisse. L’alto funzionario dell’Eurotower ha sottolineato anche come l’aumento dei tassi d’interesse sia stato molto positivo per il margine d’intermediazione delle banche e che i crediti inesigibili siano passati da oltre 1.000 miliardi di euro a meno di 350 miliardi di euro in otto anni.

Tutto ciò potrebbe non bastare e sono diversi i motivi di preoccupazione. Intanto, anche Credit Suisse aveva coefficienti patrimoniali e di liquidità elevata non più tardi di un anno fa, eppure non è scampata a un crollo verticale della fiducia da parte del mercato. In secondo luogo, gran parte delle banche europee sostiene circa il 9% in termini di costo del capitale e non guadagna abbastanza per coprirlo, il che implica una distruzione di valore per gli azionisti.

In terzo luogo, l’aumento dei tassi d’interesse potrebbe essere un’arma a doppio taglio, come si è visto soprattutto per le banche americane fallite. È vero che tassi più alti accrescono il margine netto d’interesse, ma è altrettanto vero che diminuiscono il valore degli asset in portafoglio, incrementando le perdite potenziali.

Fino a quando i titoli a reddito fisso vengono tenuti fino alla scadenza non ci sono problemi, ma se esigenze di liquidità dovessero costringere le banche a vendere anticipatamente sul mercato, si potrebbe andare incontro a perdite rilevanti. Infine, vi è lo spauracchio di una recessione, generata anche dalle turbolenze bancarie, il che aumenterebbe lo stress per le aree vulnerabili come quelle immobiliari, molto importanti per il business di una banca.

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Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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