Il taglio dei tassi da parte della Banca centrale europea rischia di colpire il core business delle banche europee, poiché riduce il margine di intermediazione, determinato dalla differenza tra gli interessi incassati su prestiti e mutui concessi e quelli pagati ai depositanti. Tuttavia, gli analisti ritengono che l’impatto negativo sulla redditività sarà compensato dalla crescita dei prestiti e dall’utilizzo di strumenti di copertura.
In questo articolo:
- Banche europee: gli analisti sono fiduciosi
- E le banche italiane?
Banche europee: gli analisti sono fiduciosi
La Bce molto probabilmente ha concluso il ciclo dei tagli dei tassi di interesse e potrebbe addirittura essere indotta ad alzarli già nel corso dell’anno, qualora l’inflazione dovesse tornare a crescere. Questo scenario favorirebbe un aumento del Net Interest Income (NII), fattore chiave dei profitti per gli istituti di credito.
Gli analisti di Ubs sottolineano che il NII è cresciuto di appena 2 miliardi di euro nel 2025 e prevedono un incremento del 3% nel 2026 e di un ulteriore 4,5% nel 2027. Ciò comporterebbe una crescita complessiva da 371 a 399 miliardi di euro. Secondo la banca svizzera, questo risultato sarà il frutto della crescita dei prestiti, dell’impiego di tecniche di copertura strutturale – come gli swap sui tassi di interesse – e del diverso allineamento delle banche ai tassi più elevati. “Circa due terzi del margine di interesse netto europeo è generato da mercati che impiegano più tempo a beneficiare dei tassi più alti – come Francia, Germania e Paesi Bassi – e che continuano a crescere anche quando i tassi ufficiali scendono”, ha dichiarato Jason Napier, responsabile della ricerca sulle banche europee di Ubs.
L’esperto ha spiegato che alcuni Paesi, come Irlanda, Spagna e Portogallo, presentano una struttura dei prestiti fortemente indicizzata ai tassi variabili e reagiscono quindi molto rapidamente alle variazioni del costo del denaro. Altre nazioni, come la Francia, incontrano maggiori difficoltà, poiché il mercato dei mutui è prevalentemente orientato al tasso fisso e i tassi sui depositi sono strettamente legati all’inflazione secondo una normativa governativa.
Ubs prevede comunque una crescita dei prestiti da parte delle banche europee del 4% nei prossimi due anni, rispetto al 3% del 2025. Nel contempo, le rettifiche sui crediti deteriorati dovrebbero rimanere stabili, attestandosi a 54 miliardi di euro nel 2026 e 56 miliardi di euro nel 2027.
Dello stesso parere sono anche gli analisti di Deutsche Bank, secondo cui il NII tornerà a essere il principale motore di crescita dei ricavi già quest’anno, grazie alla stabilizzazione dei margini e alla continua accelerazione della crescita dei prestiti. A questo coro si uniscono gli analisti di Morgan Stanley, che ritengono il ciclo dei tagli dei tassi nell’area euro “concluso o molto vicino alla conclusione” e prevedono che, da qui in avanti, il NII “dovrebbe accelerare, sostenuto da una curva dei rendimenti più ripida e dalla crescita dei volumi”.
E le banche italiane?
Nel contesto europeo, le banche italiane si trovano in una posizione relativamente favorevole per affrontare la fase di transizione dei tassi. Dopo aver beneficiato in modo significativo del rialzo del costo del denaro a partire dal 2022, gli istituti domestici puntano ora su una combinazione di crescita dei volumi, diversificazione dei ricavi e gestione attiva del rischio di tasso per preservare la redditività.
Il sistema bancario italiano presenta una quota rilevante di prestiti indicizzati a tasso variabile, soprattutto nel segmento corporate e delle pmi, elemento che consente una trasmissione relativamente rapida delle variazioni dei tassi ai margini. Allo stesso tempo, molte banche hanno rafforzato le coperture tramite strumenti derivati e hanno beneficiato di una solida base di raccolta retail, storicamente meno sensibile ai movimenti dei tassi rispetto ad altri mercati europei.
Un ulteriore elemento di supporto è rappresentato dalla qualità del credito, che rimane sotto controllo grazie a flussi contenuti di nuovi crediti deteriorati e a coefficienti patrimoniali rafforzati. In questo contesto, gli analisti ritengono che gli istituti italiani siano in grado di assorbire l’impatto dei tagli dei tassi senza un significativo deterioramento dei risultati, mantenendo al contempo una buona capacità di remunerare gli azionisti.









