La tregua a Gaza ha fatto tirare un sospiro di sollievo, ma il presidente americano Donald Trump si è subito riversato su un’altra ‘battaglia’: quella commerciale con la Cina, che sembra vivere di continui e nuovi stalli, che – come un elastico – allentano e poi avvicinano a sé nuovi timori. Tant’è che dopo l’annuncio di dazi aggiuntivi del 100% da parte del leader a stelle strisce, Pechino ha immediatamente risposto con un secco “Non abbiamo paura di una guerra commerciale”. Un botta e risposta senza mezzi termini che pone nuovamente al vertice della discussione la corsa alla leadership tecnologica mondiale. Una corsa che vede diversi attori: da Nvidia a Bytedance, proprietaria del social TikTok, tanto per citarne alcuni. Una corsa che, secondo alcuni analisti, potrebbe essersi spinta troppo in là a Wall Street, tanto da ipotizzare la presenza di una bolla tech.
In questo articolo
- Wall Street, niente bolla tech: le ragioni di Banca d’Italia
- Il contesto
Wall Street, niente bolla tech: le ragioni di Banca d’Italia
Nonostante gli echi di un’ansia diffusa tra investitori e commentatori, ne è un esempio il pensiero di Ed Yardeni, fondatore e presidente di Yardeni Research, l’ultimo report di Banca d’Italia getta una luce più cauta e misurata sulle dinamiche che stanno attraversando Wall Street. In particolar modo, cerca di rispondere a una domanda ben precisa: Siamo di fronte a una nuova bolla tech simile a quella dei primi anni Duemila? No, secondo Via Nazionale.
Il documento in questione, firmato da Marco Albori, Valerio Nispi Landi e Marco Taboga, adotta una prospettiva rigorosa per valutare la sostenibilità delle valutazioni dei titoli tecnologici statunitensi. Il report introduce un approccio definito “agnostico”, che si propone di stimare il valore fondamentale delle azioni senza affidarsi a ipotesi aprioristiche sulla crescita futura o sui tassi di rendimento, elementi che storicamente hanno spesso distorto la percezione dei mercati. Questo metodo permette di confrontare i prezzi effettivi con un benchmark costruito su dati storici, minimizzando l’influenza di aspettative irrealistiche o di mode speculative.
L’analisi prende le mosse dal presupposto che i mercati azionari non vivano mai isolati: la performance del Nasdaq e dei principali titoli tecnologici è stata osservata alla luce di una serie di variabili macroeconomiche e di condizioni di liquidità. Gli autori sottolineano come, nonostante i guadagni straordinari degli ultimi anni, i multipli di prezzo dei titoli tech non si discostino in maniera drastica dai fondamentali, soprattutto se si considerano gli utili prospettici e l’innovazione reale incorporata nei bilanci delle aziende. “Non vi è evidenza di una sopravvalutazione sistemica tale da giustificare la definizione di bolla” si legge nel report, un’affermazione che invita alla prudenza ma scaccia allo stesso tempo l’allarmismo.
Uno degli aspetti più interessanti del documento riguarda l’uso di strumenti statistici avanzati per valutare il cosiddetto excess valuation. Questo indicatore permette di misurare quanto i prezzi si discostino dal valore “fondamentale” stimato dai modelli. I risultati suggeriscono che, sebbene alcuni segmenti del mercato possano mostrare segnali di euforia temporanea, l’insieme del settore tecnologico americano resta sostanzialmente ancorato a criteri di valutazione razionali. Ciò non significa che i rischi siano assenti: volatilità e correzioni locali possono ancora manifestarsi, ma l’ipotesi di un collasso simile alla bolla delle dot-com appare lontana, almeno secondo le evidenze raccolte.
Il contesto
Un altro punto chiave del report riguarda il contesto macrofinanziario globale. I tassi d’interesse, che nei mesi scorsi hanno registrato oscillazioni significative, sono stati integrati nella valutazione senza assumere scenari estremi. In altre parole, anche se la Federal Reserve dovesse adottare politiche monetarie restrittive, i fondamentali del settore tecnologico resterebbero sostenibili, limitando l’impatto di eventuali shock esterni.
Va poi sottolineata la distinzione tra “grandi” e “piccole” aziende tech. Il report evidenzia come le big tech — aziende mature, con flussi di cassa robusti e diversificazione globale — siano meno vulnerabili a correzioni improvvise rispetto a startup o imprese altamente speculative. Questo spiega in parte perché il mercato generale possa sembrare “tirato” dai prezzi elevati, mentre il rischio reale di una bolla sistemica rimane contenuto. Banca d’Italia osserva come gli investitori istituzionali, più attenti ai fondamentali, abbiano contribuito a stabilizzare il mercato, mitigando l’effetto delle oscillazioni di breve termine tipiche di una fase euforica.
Non è un caso, inoltre, che il report includa un’analisi storica della precedente bolla tech. Le lezioni degli anni Duemila sono chiare: quando il mercato si sgancia dai fondamentali, l’esplosione della bolla è quasi inevitabile. La situazione attuale, sottolineano gli autori, differisce per diversi motivi: maggior trasparenza finanziaria, maggiore diffusione di informazioni e strumenti di risk management più sofisticati. Tutti elementi che contribuiscono a un’architettura di mercato più resiliente e meno soggetta a shock repentini.
Il documento non manca di osservare, tuttavia, che il mercato tech non è esente da rischi speculativi. Alcuni titoli emergenti, soprattutto nelle nicchie più innovative, mostrano valutazioni elevate rispetto ai fondamentali immediati. Queste dinamiche possono generare episodi di volatilità, talvolta intensi, che richiedono attenzione da parte degli investitori retail. Un altro elemento che il report mette in luce è la centralità della liquidità globale. L’iniezione di capitali nei mercati finanziari e l’accesso a finanziamenti a costi relativamente contenuti hanno certamente favorito l’espansione dei prezzi azionari, ma non in maniera disordinata o eccessiva.
I grandi fondi, le banche e gli investitori istituzionali hanno contribuito a creare un equilibrio dinamico tra domanda e offerta, evitando la formazione di bolle incontrollate. In questo senso, la stabilità del sistema finanziario americano appare oggi più robusta di quanto alcuni titoli di stampa economica tendano a sottolineare. Il messaggio che emerge dal documento è quindi duplice: da un lato, gli investitori devono essere consapevoli delle valutazioni elevate e delle potenziali oscillazioni di breve periodo; dall’altro, la visione di una bolla tech globale pronta a esplodere non trova conferma nei dati analitici. “Il mercato tecnologico statunitense mostra segni di vivacità e di innovazione sostenibile, più che di speculazione incontrollata”, si legge in una delle conclusioni del report. Una frase che racchiude un messaggio importante per chi opera sui mercati: prudenza sì, ma panico no.









