Quotarsi in Borsa dovrebbe essere un evento di crescita importante per le imprese. Raccolta di capitali (e non di debito) e visibilità sono due delle ragioni per cui una società arriva a suonare la campanella dell’ipo. Eppure, in Italia soprattutto ma anche in altre nazioni europee, la quotazione in Borsa è uno strumento sempre meno utilizzato. Quasi in via di estinzione se si considera che, come ricordato da Guglielmo Manetti, amministratore delegato di Intermonte, l’ultima volta in Piazza Affari la campana è suonata nel 2024.
Il tema è stato oggetto di una ricerca della stessa Intermonte, in collaborazione con il Politecnico di Milano, che ha preso in considerazione 363 società quotatesi in Borsa Italiana tra il 2011 e il 2025, con una capitalizzazione iniziale inferiore al miliardo di euro. “Quotazione in Borsa e creazione di valore: il percorso delle IPO ‘vincenti’ a Piazza Affari”, questo il titolo dello studio, vuole offire, ha dettoManetti, “una risposta concreta a chi si chiede perché valga la pena quotarsi: le 363 pmi analizzate esprimevano già oltre 107.000 addetti e 25 miliardi di ricavi al momento dell’ingresso in Borsa, e le best performer nei cinque anni successivi hanno aumentato significativamente i posti di lavoro e più che raddoppiato i ricavi”.
Le performance delle migliori matricole: ricavi, occupazione e valore
Lo studio prende in esame un campione che riflette in modo fedele la struttura dell’economia italiana. Circa il 65% delle imprese analizzate appartiene infatti ai comparti beni di consumo, industriali e tecnologia, che rappresentano il cuore della manifattura e dell’economia reale del paese.
Al momento della quotazione, le 363 aziende considerate dallo studio esprimevano complessivamente oltre 25 miliardi di euro di ricavi, 3,37 miliardi di margine operativo lordo (ebitda), 1,18 miliardi di utile netto e più di 107 mila addetti. La capitalizzazione aggregata raggiungeva i 32,2 miliardi di euro, mentre il flottante medio post-Ipo si attestava al 36%.
Le imprese appartenenti al miglior 10% del campione per rendimento azionario hanno registrato una crescita cumulata del 173,8% nei cinque anni successivi alla quotazione. Già dopo tre anni il rendimento medio raggiungeva il 133,2%, mentre nel primo anno si attestava al 70,2%. Anche ampliando l’analisi al miglior 25% delle società quotate, emerge una capacità di generare valore significativa e duratura, con rendimenti medi del 49,7% a cinque anni dall’Ipo.
La ricerca ha inoltre evidenziato come il mercato tenda a premiare le aziende in grado di mantenere elevati livelli di crescita e redditività nel tempo. I multipli di valutazione Ev/Ebitda delle società migliori risultano infatti sensibilmente superiori alla media del campione, raggiungendo valori compresi tra 19 e 31 volte. Risultati analoghi emergono osservando il miglior 25% delle società quotate. In questo gruppo i ricavi aggregati sono cresciuti del 102%, mentre ebitda e utile netto hanno registrato un incremento superiore al 200%. Gli occupati sono aumentati di oltre 9.800 unità, segnando una crescita del 71%.
L’effetto sull’economia reale
Ancora più rilevante appare l’impatto sull’economia reale. Le aziende appartenenti alla Top 10% hanno più che raddoppiato i ricavi nei cinque anni successivi alla quotazione, registrando una crescita mediana del 195%. Parallelamente, il margine operativo lordo è aumentato del 156%, mentre l’utile netto è cresciuto del 176%. Gli addetti sono passati da circa 5.000 a oltre 8.200 unità, con un incremento del 66%.
Le quotazioni in Borsa non rappresentano quindi soltanto un meccanismo di raccolta di capitali, ma possono diventare un vero acceleratore di sviluppo per le imprese e per l’intero sistema economico, ha sottolineato Manetti. La quotazione appare come uno strumento in grado di favorire la trasformazione dimensionale delle Pmi italiane, rafforzandone la competitività sui mercati globali.
In un Paese caratterizzato da una forte presenza di imprese familiari e da una tradizionale dipendenza dal credito bancario, i risultati della ricerca suggeriscono che il mercato dei capitali potrebbe svolgere un ruolo molto più rilevante nel sostenere la crescita futura dell’economia italiana. Le migliori esperienze degli ultimi quindici anni mostrano che, quando il progetto industriale è solido, le quotazioni in borsa possono generare benefici duraturi sia per gli investitori sia per il sistema produttivo nel suo complesso.
Il decalogo del successo nelle quotazioni in Borsa
Non tutte le ciambelle riescono con il buco. La quotazione è un momento importante ma complesso. La buona riuscita e la crescita che può generare non dipendono soltanto dall’arrivare all’ipo ma da una serie di scelte strutturali delle imprese che la ricerca ha consentito di individuare. Giancarlo Giudici, professore ordinario del Politecnico di Milano e responsabile scientifico della ricerca, ha evidenziato le “correlazioni robuste” tra determinate scelte di governance e struttura dell’operazione e la capacità di creare valore nel tempo.
Ne è nato un decalogo di fattori che accomuna le quotazioni di maggiore successo prese in considerazione nello studio:
- Evitare management team troppo numerosi
- Favorire la diversificazione anagrafica e di genere nei consigli di amministrazione
- Evitare la presenza di amministratori con ruoli in altre società quotate
- Evitare un underpricing eccessivo nel collocamento iniziale
- Inserire clausole di lock-up con una forte valenza segnaletica
- Fissare un capitale flottante opportunamente dimensionato
- Preparare un piano credibile di acquisizioni per crescere
- Assicurare un nucleo di controllo forte e autorevole tra i soci
- Lavorare per incrementare la copertura degli analisti nel corso del tempo
- Mantenere un vantaggio competitivo
Le Pmi davanti al passaggio generazionale, non guardano alla Borsa
Il decalogo nato dalle osservazioni della ricerca è “un auspicio – come lo ha definito Giudici – per orientare le scelte di chi si avvicina al mercato dei capitali, contribuendo a rendere la quotazione un percorso di crescita sostenibile e non solo un evento finanziario”. Rimane, purtuttavia, sempre e solo un auspicio mentre la realtà mostra uno scarso interesse per la quotazione in Borsa e una scarsa affezione per chi, invece, è già quotato (delysting).
Per invertire un trend in cui le nuove quotazioni appaiono in via di estinzione, Manetti invoca la stabilizzazione degli incentivi – come i Pir – un maggiore coinvolgimento degli investitori istituzionali, un miglioramento della visibilità e della comunicazione delle storie aziendali, la riduzione dei costi di quotazione, in parte già attivata.
Potrebbe non bastare. Il mercato borsistico italiano rimane, infatti, poco attraente e si deve scontrare con le altre Borse dello stesso gruppo a cui appartiene e con calibri come Londra e, soprattutto, Wall Street. Non è un caso che molte società, anche italiane, abbiano scelto il mercato americano per quotarsi, come NewCleo e Bending Spoons, mentre Prada è andata a Hong Kong. Mercati finanziari che offrono maggiore liquidità e visibilità e che rendono più evidente il ritorno per l’investimento in fatica e tempo che impone una quotazione.









