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Borse, i quattro scenari contrarian di Capital Group

Un uomo con un ombrello in un giorno di pioggia

Il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, interverrà stasera – 18:40 italiane – all’Economic Club di Washington. Un discorso che avrebbe dovuto essere di routine potrebbe trasformarsi in uno spartiacque per l’andamento delle Borse. A dare importanza all’intervento sono stati i dati sul mercato del lavoro Usa diffusi venerdì scorso, andati ben oltre le attese di consensus. Quasi il triplo di nuove buste paga nei settori non agricoli rispetto alle previsioni e un tasso di disoccupazione in discesa al 3,4% dal 3,5% di dicembre quando tutti si attendevano un aumento al 3,6%.

L’economia degli Stati Uniti appare ancora forte, forse troppo, e la Federal Reserve potrebbe prolungare la manovra sui tassi di interesse per evitare che l’inflazione, in rallentamento, riprenda vigore. È uno scenario che le Borse eviterebbero volentieri e che era sembrato lontano nelle parole dei Powell seguite all’ultima riunione della Fed. Poi sono arrivati i dati sul mercato del lavoro a scompaginare le attese. Robert Lind, economista di Capital Group, ha inserito la possibilità che la Fed sorprenda i mercati rimanendo più restrittiva più a lungo tra i quattro scenari contrarian che potrebbero turbare l’impostazione positiva assunta dalle Borse da inizio anno:

 

  • tassi elevati più a lungo;
  • inflazione persistente in Europa;
  • crescita cinese poco solida;
  • dollaro resiliente.

 

I quattro scenari contrarian che non piacciono alle Borse

Soft landing e tassi di interesse al 5%. Questo è lo scenario in cui sperano gli investitori. Un’attesa costruita sul rallentamento dell’inflazione negli ultimi mesi che renderebbe la Fed più cauta nel rialzare i tassi ed eviterebbe il rischio di una recessione. Robert Lind ritiene invece che la recessione ci sarà e porterà una contrazione del PIL Usa di circa il 2%, i tassi sui Fed Funds verranno portati oltre il 5% e non ci sarà alcun taglio, a meno che lo scenario economico non si aggravi e i mercati mostrino segnali di cedimento. In tal caso la Fed potrebbe interrompere la manovra sui tassi al 5% ma questo comporterebbe mantenerli a quel livello per un periodo più prolungato. Lind, infatti, prevede che la ripresa Usa sarà più solida di quanto accaduto nelle due ultime recessioni.

Il picco inflattivo in Europa potrebbe essere arrivato in dicembre. La crescita dei prezzi al consumo è stata del 9,2%, in calo dal 10,1% di novembre. Tuttavia i livelli sono ancora elevati e Robert Lind non crede che entro la fine dell’anno si possa scendere al 3% per poi tornare al 2% nel 2024. L’economista di Capital Group ritiene che siano tre i fattori che rendono l’inflazione europea difficile da sconfiggere:

 

  1. i prezzi dell’energia, seppure lontani dai massimi toccati la scorsa estate, rimarranno elevati. Nei prossimi anni l’Europa proseguirà nella diversificazione delle fonti di energia e questo provocherà uno shock negativo sul fronte dell’offerta aumentando i costi per l’intera economia;
  2. i responsabili politici tollereranno un’inflazione più elevata per non trascinare l’economia in una recessione più profonda del previsto;
  3. lavoratori, aziende e sindacati sono al lavoro per incrementare i salari in linea con l’inflazione in un contesto di carenza di manodopera.

La riapertura dell’economia cinese dopo i blocchi per contrastare la pandemia è stato un altro elemento di spinta per le Borse negli ultimi mesi. Tuttavia, mentre il Fondo monetario internazionale pronostica una crescita cinese al 4,4% nel 2023, Capital Group prevede un aumento del PIL limitato al 3%. “La portata della ripresa – commenta Lind – dipenderà dal calo della disoccupazione, che prevediamo lento. I redditi delle famiglie, la crescita dei salari e i prestiti sono stati deboli, mentre la fiducia dei consumatori è ancora scarsa e i dati sulla disoccupazione sono alti”.

“Ci vorrà almeno un anno”, secondo Lind, perché il dollaro perda terreno sui mercati valutari. “È possibile che i rendimenti reali a 10 anni dei Treasury Usa abbiano già raggiunto il picco – prosegue -. In tal caso potrebbe venire a mancare un importante elemento di supporto al dollaro”. La discesa potrebbe essere più pronunciata nei confronti delle valute dei mercati emergenti. Tuttavia l’economista di Capital Group non prevede che lo scenario si realizzi nel breve.

AUTORE

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Alessandro Piu

Giornalista, scrive di economia, finanza e risparmio dal 2004. Laureato in economia, ha lavorato dapprima per il sito Spystocks.com, poi per i portali del gruppo Brown Editore (finanza.com; finanzaonline.com; borse.it e wallstreetitalia.com). È stato caporedattore del mensile Wall Street Italia. Da giugno 2022 è entrato a far parte della redazione di Borsa&Finanza.

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