La “caccia al rendimento” si è trasformata in una fuga verso la sicurezza. Mentre il resto d’Europa osserva quanto sta accadendo in Medio Oriente, il mercato obbligazionario italiano è tornato a essere l’osservato speciale. Non è solo una questione di decimali, è la rappresentazione plastica di come il nostro debito pubblico sia, per definizione, l’asset più sensibile alle tempeste esogene. In questo scenario di nervi tesi, l’analisi di Gianni Piazzoli, direttore degli investimenti di Vontobel WM Sim, squarcia il velo dell’incertezza, delineando una traiettoria dove il Btp non è solo un titolo di Stato, ma una vera e propria fortezza da difendere contro i colpi di coda del risk-off globale.
in questo articolo:
- L’effetto domino: dall’Iran allo spread
- Il peso degli investitori esteri: un’arma a doppio taglio
- Il verdetto di Moody’s e il percorso di guerra dei rating
- Btp, la sfida del Tesoro: emissioni e costi crescenti
L’effetto domino: dall’Iran allo spread
L’escalation del conflitto in Iran ha agito come un detonatore chimico su un mercato già saturo di aspettative. La reazione è stata violenta e immediata, scatenando un “risk-off a livello globale, con un’uscita diffusa dagli asset più rischiosi ma anche da asset difensivi come l’oro, arrivati allo scoppio della crisi su valutazioni particolarmente tirate. È un movimento tellurico che riflette una dinamica di deleveraging e prese di profitto su posizioni affollate, più che una semplice riallocazione selettiva.
In questo tsunami finanziario, il Btp si è ritrovato in prima linea. Mentre i mercati europei incorporano a ritmo forzato un premio per il rischio energetico, l’Italia paga il conto più salato della sua fragilità strutturale. I numeri citati da Piazzoli sono emblematici della nostra vulnerabilità: dall’inizio delle tensioni, il rendimento del Btp decennale è salito di quasi 70 punti base, contro i circa 50 punti degli omologhi francesi e britannici, mentre lo spread con il Bund si è ampliato di circa 30 punti base. È la conferma che, quando l’energia scotta, l’Italia – dipendente com’è dalle importazioni di gas e petrolio – è la prima a sentire il calore dell’inflazione e della sfiducia dei mercati.
Il peso degli investitori esteri: un’arma a doppio taglio
C’è poi un fattore tecnico, quasi invisibile ai non addetti ai lavori, che rende il Btp un asset estremamente volatile nei momenti di crisi: la composizione della sua “proprietà”. Su un mercato dei titoli di Stato che sfiora i 2.600 miliardi di euro, il 2025 ha segnato un punto di svolta. L’ammontare di governativi italiani detenuti da investitori esteri, prevalentemente istituzionali, è cresciuto di circa cento miliardi di euro. È una cifra enorme, il doppio di quanto hanno aggiunto gli istituzionali italiani. Piazzoli solleva un punto cruciale per la nostra stabilità: “Se da un lato l’Italia può ringraziare per il contributo estero al finanziamento del suo debito, dall’altro è presumibile che, in fasi di avversione al rischio, questa componente possa amplificare i deflussi e la volatilità”. In altre parole, chi oggi ci finanzia è lo stesso che, al primo segnale di tempesta, ha la mano più veloce sul tasto “vendi”.
Il verdetto di Moody’s e il percorso di guerra dei rating
Alla vigilia della pronuncia di Moody’s, l’attesa è carica di un cauto ottimismo, nonostante i fondamentali mostrino qualche crepa. Se a novembre l’agenzia aveva promosso l’Italia a Baa2 prevedendo un debito/Pil al 136,5%, i dati Istat più recenti ci dicono che siamo leggermente sopra, al 137,1%, con un debito lordo che ha superato la soglia psicologica dei 3.095,5 miliardi di euro. Eppure, Piazzoli invita alla calma: “La decisione di Moody’s può essere attesa con serenità: i fondamentali italiani, pur sotto pressione, restano coerenti con un quadro di stabilizzazione del debito nel medio periodo”. Ma il 2026 non concederà tregua. Il calendario dei rating è una sequenza serrata di appuntamenti che terranno il Btp sotto scacco per tutto l’anno:
- Standard & Poor’s (S&P): l’esame si terrà il 30 gennaio, il 15 maggio e il 13 novembre.
- Moody’s: dopo l’attesa di questi giorni, tornerà il 27 marzo e il 25 settembre.
- Fitch Ratings: verificherà la nostra tenuta il 13 marzo e l’11 settembre.
- DBRS Morningstar: chiuderà il cerchio il 17 aprile e il 16 ottobre.
La sfida del Tesoro: emissioni e costi crescenti
Nella seconda parte dell’anno, il Ministero dell’Economia e delle Finanze dovrà affrontare la prova del fuoco: un costo del debito che inizia a mordere. Le previsioni governative sui tassi appaiono oggi “ottimistiche alla luce della volatilità recente”. Un esempio? Sul tratto breve della curva, il Btp biennale viaggia intorno al 2,8%, ben lontano dal 2,0% previsto nel Documento di Programmazione.
Nonostante un avanzo primario atteso attorno all’1% del Pil nel 2026, il Tesoro dovrà gestire un calendario di emissioni pesante in un contesto di rendimenti elevati. La scommessa di via XX Settembre è che la crescita nominale del 2,5% tenga botta, permettendo al Paese di non scivolare in una spirale di sfiducia. In un mondo in risk-off, il Btp non deve solo offrire rendimento, deve offrire certezza.









