Cop 30: il mondo si riunisce, ma il clima aspetta

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La Cop – Conference of the parties – è arrivata alla 30 esima edizione. Il 10 novembre l’evento avrà inizio a Belém, in Brasile, e terminerà il 21 novembre. Stavolta sarà preceduta dal summit dei leader che si svolgerà tra il 6 e il 7 novembre. Da trent’anni la comunità internazionale si riunisce ogni anno per discutere del clima, con la promessa di trasformare gli impegni in azioni concrete, sebbene l’incontro troppo spesso si concluda solo con dichiarazioni di principio e buone intenzioni. Oggi, però, non c’è più tempo per tergiversare. Gli ultimi dati del 2024 hanno segnato l’anno più caldo mai registrato nella storia del pianeta e questo è un segnale inequivocabile e allarmante. Il fatto è che mentre gli scienziati avvertono di un imminente punto di non ritorno, i governi sembrano distratti, divisi, o peggio ancora, paralizzati da interessi economici e geopolitici. In questo scenario, la Cop 30 rappresenta un banco di prova decisivo: la sfida non è più negoziare, ma agire. In questo articolo:

 

  • Cop30: ciò che è stato fatto finora tra promesse e passi concreti
  • Cop 30: un vertice che rischia di essere ancora inconcludente
  • Il Brasile, l’Amazzonia e il cuore pulsante del pianeta

 

Cop 30: ciò che è stato fatto finora tra promesse e passi concreti

A dieci anni dall’Accordo di Parigi qualcosa si è mosso, anche se con una lentezza incompatibile con la crisi climatica. Nel 2015, le politiche globali erano indirizzate verso un aumento di quasi 4 gradi entro la fine del secolo. Oggi, grazie a un’accelerazione delle energie rinnovabili e a un calo del costo delle tecnologie verdi, la traiettoria si è ridotta a circa 2,4 gradi. È ancora troppo, ma è un segnale che la transizione è possibile. La produzione elettrica da fonti rinnovabili ha superato per la prima volta quella da carbone e gli investimenti nel settore pulito sono raddoppiati rispetto a quelli nelle fonti fossili.

Negli ultimi vertici sul clima, inoltre, sono stati compiuti alcuni passi importanti. A Sharm El-Sheikh, nel 2022, è stato istituito il fondo “Loss and Damage” per compensare i Paesi più colpiti dagli effetti del cambiamento climatico. A Dubai, nel 2023, è entrato in funzione il primo “Global Stocktake“, un bilancio globale che misura i progressi degli Stati rispetto agli obiettivi di Parigi. A Baku, nel 2024, è stato definito un nuovo obiettivo finanziario internazionale per mobilitare 1.300 miliardi di dollari entro il 2035 a favore dei Paesi in via di sviluppo.

Sono tutti risultati significativi, quantunque ancora insufficienti. La verità è che il mondo continua a investire miliardi nei combustibili fossili e a rinviare decisioni che dovrebbero essere immediate. “Andiamo nella direzione giusta, ma troppo lentamente”, ha ricordato il climatologo Luca Bergamaschi. Il problema non è la mancanza di soluzioni, ma la mancanza di volontà politica per applicarle davvero.

 

Cop 30: un vertice che rischia di essere ancora inconcludente

Mai come quest’anno, il clima sembra essere passato in secondo piano. Le guerre, le crisi economiche e la competizione tecnologica tra le potenze mondiali hanno ridotto la questione ambientale a un tema di contorno. Lo dimostra il numero di assenze eccellenti alla Cop 30: con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, gli Stati Uniti si preparano a uscire nuovamente dall’Accordo di Parigi, lasciando un vuoto di leadership che la Cina riempie solo in parte. Pechino investe massicciamente nelle rinnovabili, ma continua a costruire centrali a carbone, mentre l’Unione europea appare divisa e incerta sul proprio Green Deal, stretto tra la pressione delle lobby industriali e il malcontento sociale. Risultato? Un panorama geopolitico fragile, dove i negoziati rischiano di ridursi a esercizi di stile.

Solo 64 Paesi su quasi 200 hanno presentato in tempo i propri contributi nazionali di riduzione delle emissioni, e le stime dell’Onu parlano di un taglio complessivo del 10% entro il 2035, quando servirebbe almeno il 60%. È un abisso. Di fronte a questi numeri, la domanda è inevitabile: serve ancora una Cop, se manca la volontà collettiva di cambiare rotta? Forse sì, ma non più come rituale diplomatico. Serve cioè una Cop capace di fissare regole vincolanti, di misurare la coerenza tra parole e fatti, e di dare spazio anche a chi, fino a oggi, è rimasto ai margini: le comunità indigene e i piccoli Stati insulari che subiscono per primi gli effetti del riscaldamento globale. Se la Cop 30 non saprà uscire dal formalismo, rischia di diventare il simbolo dell’impotenza del mondo di fronte alla propria autodistruzione.

 

Il Brasile, l’Amazzonia e il cuore pulsante del pianeta

Non è un caso che il vertice si svolga quest’anno in Brasile, nel cuore dell’Amazzonia. Qui, nel 1992 nacque la Convenzione sul clima delle Nazioni Unite, mentre oggi si decide una parte del futuro del pianeta. La foresta amazzonica è uno dei principali polmoni della Terra: assorbe miliardi di tonnellate di CO₂ e regola le piogge di tutto il continente sudamericano. Eppure è un ecosistema al limite del collasso. Nel 2024 la deforestazione brasiliana è calata del 32%, ma ogni giorno vengono comunque distrutti più di mille ettari di foresta, sette alberi ogni secondo. La scienza avverte che, superato il 20% di deforestazione cumulativa, la foresta potrebbe innescare un processo irreversibile di trasformazione in savana, con conseguenze climatiche globali. Per questo la Cop 30 a Belém non è una conferenza come le altre, ma rappresenta una sfida morale e simbolica. Il Brasile di Luiz Inácio Lula vuole mostrarsi come paladino del clima, ma è anche un Paese che vive di contraddizioni. Da un lato è un grande produttore di soia, carne e minerali; dall’altro è custode del più grande serbatoio di biodiversità del mondo. Se l’Amazzonia crolla, tutto un intero equilibrio planetario – idrico, climatico, biologico – è a rischio. Tuttavia, se riuscirà a sopravvivere, sarà la prova che il mondo può ancora salvarsi. La foresta ricorda che non tutto è perduto, ma che il tempo per agire sta finendo. Giocoforza, la Cop 30 non può limitarsi a parole: deve essere l’inizio del cambiamento che finora è stato solo promesso.

Immagine di Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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