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Crack SVB: fuga dei depositi ma interesse per gli asset della banca

Crac SVB: fuga dei depositi ma interesse per gli asset della banca

Il fallimento della Silicon Valley Bank (SVB) ha creato un’increspatura profonda nel mondo bancario. Gli investitori sono in fuga dai depositi delle banche ritenute più fragili, nonostante  le rassicurazioni lanciate dalle autorità di regolamentazione statunitense. Con le decisioni prese domenica scorsa di concerto dal Tesoro USA, dalla Federal Reserve e dalla Federal Deposit Insurance Corp. (FDIC), i depositanti possono accedere ai loro conti nelle banche fallite e ritirare i propri soldi. Mentre gli istituti di credito in difficoltà potranno evitare di vendere asset in portafoglio subendo perdite, grazie alla linea di credito di 25 miliardi di dollari della Fed a condizioni molto vantaggiose e con la garanzia del Tesoro.

Tutto ciò però non è bastato a frenare un’ondata di trasferimenti dei conti verso le grandi banche come JPMorgan, Citigroup e Bank of America. Addirittura questi istituti stanno incoraggiando la clientela a effettuare il passaggio accelerando il normale processo di registrazione. Questa migrazione potrebbe avere degli effetti deleteri se portata all’estremo. Molte piccole banche si troverebbero costrette a ricorrere ai finanziamenti di emergenza non essendo a quel punto più sicure di riuscire a contenere i deflussi. Quanto accaduto a SVB, ma anche all’ultima banca fallita Signature Bank, è esattamente questo, sebbene non causato dall’effetto panico.

 

SVB: i private equity interessati ai prestiti

Un altro effetto collaterale scaturito dal crac di SVB riguarda il fatto che alcune società di private equity hanno espresso interesse verso gli asset della banca fallita. Si tratta di Apollo Global Management, Blackstone, Ares, Carlyle e KKR. Secondo un rapporto di Bloomberg, le aziende starebbero conducendo una due diligence sulle attività di prestito per poi eventualmente formulare un’offerta. Alla fine dello scorso anno la banca disponeva di 73,6 miliardi di prestiti in portafoglio che secondo le società citate non hanno contribuito alla corsa agli sportelli bancari che ha poi determinato il fallimento della SVB. Per questo, in linea di massima, gli asset sono ritenuti molto interessanti.

Molte di queste attività sono obbligazioni a lungo termine che la banca aveva acquistato nel periodo in cui i tassi d’interesse erano a zero e che ha in gran parte dovuto smobilizzare per far fronte al deflusso dei depositi, contabilizzando 1,8 miliardi di perdite. Altri investimenti riguardano prestiti a startup nella fase iniziale e in crescita, oltre a crediti verso imprenditori facoltosi e fondi di capitale di rischio. Nel fine settimana, a due giorni dal crac, la FDIC aveva organizzato un’asta per liquidare gli asset, ma nessun acquirente si era fatto avanti.

AUTORE

Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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