È il giorno della liberazione. Così è stata definita dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump la data di oggi 2 aprile, nella quale saranno definiti i tanto temuti dazi “reciproci” USA. Questa sera alle 22 ora italiana, dal Rose Garden della Casa Bianca, Trump dettaglierà le tariffe reciproche e ufficializzerà quelle sulle auto del 25% annunciate la scorsa settimana, nonché quelle generalizzate su Canada e Messico. Alcuni sperano che alla fine “The Donald” non sia troppo rigoroso, ma l’esperienza recente non lascia spazio a molte illusioni.
Rispetto al primo mandato, il leader repubblicano ha assunto un approccio più aggressivo nei fatti e non solo nei proclami. Lo ha dimostrato finora con i prelievi fino al 20% sulla Cina in relazione a ogni tipo di merce che entra negli Stati Uniti, ma anche riguardo i dazi del 25% su acciaio e alluminio che hanno colpito tutte le nazioni del mondo. Da lì non è tornato indietro e le speranze di un ripensamento sono ridotte al lumicino.
Cosa è cambiato rispetto alla scorsa amministrazione Trump? Perché il presidente statunitense si è “incattivito” a tal punto? Partendo dal presupposto che è nell’indole dell’uomo d’affari quale egli è, puntare alto per raggiungere un certo obiettivo, sembra che ci sia un intento punitivo nei confronti di alcuni Paesi che commerciano con gli Stati Uniti. Trump ha accusato l’Unione europea, la Cina, il Messico, il Canada, il Giappone, la Corea del Sud, il Vietnam e l’India di pratiche commerciali sleali nei confronti degli USA. Secondo Bloomberg Economics, nel mirino ci sono circa 33.000 miliardi di dollari di commercio globale. Con alcune regioni, tra cui l’Ue, gli USA sono in deficit commerciale. Quindi? Il messaggio di Trump è chiaro: o le aziende straniere spostano la produzione negli Stati Uniti o subiranno dazi; o tali aziende compreranno più beni statunitensi di quanto abbiano fatto sinora o subiranno dazi; o i Paesi rimuoveranno alcune situazioni sgradevoli per gli USA (vedi immigrazione e fentanyl) o subiranno dazi.
Dazi USA: quali aspettative
Su queste premesse la giornata di oggi non si preannuncia idilliaca. E non aiuta la coltre di incertezza su quali prodotti saranno colpiti dai dazi reciproci, alimentando in questo modo l’ansia e la preoccupazione delle aziende e ovviamente dei mercati finanziari. “La mancanza di dettagli finora circa la struttura, le dimensioni e gli obiettivi dei prelievi ha fatto sì che il mondo andasse alla cieca in vista del grande giorno dell’annuncio”, ha detto Rob Subbaraman, capo economista di Nomura Holdings Inc. “Le tariffe reciproche proposte dall’amministrazione Trump significano cose diverse per persone diverse. Sospettiamo che i criteri saranno molto più ampi di così e in effetti più difficili da quantificare”. Secondo gli economisti di Goldman Sachs, la tariffa media degli Stati Uniti su tutti i Paesi aumenterà probabilmente del 15% quest’anno. Questo comporterebbe “un aumento dell’inflazione, un indebolimento della crescita e un incremento del rischio di recessione”, hanno aggiunto.
Paura della stagflazione
Le nazioni finora colpite dai dazi USA non sono rimaste a guardare. La Cina ha reagito con tariffe su un insieme dei beni di importazione americani, sebbene i prelievi siano stati più miti rispetto a quelli degli Stati Uniti e relativi a una quantità di prodotti più limitata. Pechino ancora spera in un accordo con Washington per rimuovere le tariffe generalizzate del 20% e vuole evitare per il momento un’escalation. Anche l’Ue e il Canada hanno messo in atto delle rappresaglie immediate per i dazi USA sui metalli. L’impressione generale è che però la guerra commerciale sia solo all’inizio.
Cosa succederebbe in caso di un inasprimento? La risposta in realtà la stanno dando i mercati finanziari, con il sentiment a Wall Street che si è pesantemente deteriorato rispetto all’inizio dell’anno, quando la Borsa americana era ebbra dell’elezione di Trump. Ora si teme che la guerra dei dazi crei danno all’economia americana al punto da mandarla in recessione. Non solo. L’inflazione è tornata a farsi viva, per cui gli investitori paventano uno scenario ancora peggiore della recessione: la stagflazione. Ci sono parallelismi con quanto accadde negli anni ’70 con i due shock petroliferi, secondo Shang-Jin Wei della Columbia Business School di New York ed ex capo economista della Banca asiatica di sviluppo. “Entrambi sono stati periodi molto spiacevoli nella società statunitense che hanno causato miseria a molte famiglie. Questa volta, rischiamo di ripetere l’esperienza per scelte politiche inutili ed evitabili”, ha detto.









