I dazi USA che Donald Trump intende attuare una volta insediatosi alla Casa Bianca metteranno sotto pressione la crescita economica degli Stati Uniti nel 2026. A sostenerlo è Seth Carpenter, capo economista globale di Morgan Stanley, a margine del vertice annuale dell’Asia Pacifico della banca americana a Singapore. “I dazi spingono verso l’alto l’inflazione e sono un freno alla crescita per gli Stati Uniti e non solo per i Paesi su cui graveranno”, ha affermato. Le tariffe saranno distribuite nel 2025 nello scenario di base, ha sottolineato l’esperto, e potrebbero “provocare un grande shock negativo per l’economia” qualora venissero approvate tutte in una volta.
Il neo presidente eletto ha intenzione di imporre dazi generalizzati che vanno dal 10% al 20% su tutte le importazioni, con aggravio per le merci cinesi che saranno colpite da aliquote tra il 60% e il 100%. Resterà da vedere se e quanto il leader repubblicano darà seguito alle sue intenzioni, nonché quali saranno le altre misure di politica economica e fiscale che farebbero da tampone agli effetti dei dazi. Di certo, l’impatto potrebbe essere notevole. “Nel 2026 pensiamo che la crescita negli Stati Uniti inizierà a diminuire notevolmente a causa dei dazi e di altre politiche”, ha avvertito Carpenter.
Dazi USA: le altre opinioni
Degli effetti importanti che i dazi USA potrebbero avere sui settori dell’economia statunitense è convinto anche Mark Malek, direttore degli investimenti della società di brokeraggio Siebert. A suo avviso, se le tariffe proposte verranno implementate, una serie di settori tra cui l’automobile, l’elettronica di consumo, i macchinari, l’edilizia e gli spazi commerciali, registrerebbero un’inflazione più elevata. In particolare, “la tariffa del 60% proposta da Trump sulle merci cinesi, insieme all’attuale tariffa del 100% imposta da Biden sui veicoli elettrici di fabbricazione cinese, avrà un impatto significativo sull’industria automobilistica”. Allo stesso modo, “l’imposizione del 10% sulle importazioni di elettronica di consumo aumenterebbe i costi per aziende come Tesla, Microsoft e Apple, che verrebbero probabilmente trasferiti ai consumatori”.
Anche Ben Emons, chief investment officer e fondatore di FedWatch Advisors, teme che i dazi finiscano per frenare la crescita, in particolare se dovessero essere radicali. Per questo, “i mercati potrebbero prezzare tagli dei tassi di interesse lungo l’intero 2025″, ha sottolineato. Questo sarebbe in contrasto con chi sostiene che l’inflazione innescata dall’inasprimento dei dazi comporterebbe tassi alti più a lungo da parte della Federal Reserve.
A differenza dell’economista Carpenter, lo strategist di Morgan Stanley, Michael Wilson, non considera i dazi un problema per gli Stati Uniti, ma ritiene che saranno deleteri solo per le aziende di altre regioni. Anzi, l’impatto sarebbe positivo per Wall Street, in quanto attirerebbe denaro verso le azioni americane.









