Debito emergente: sette motivi per investire adesso - Borsa e Finanza

Debito emergente: sette motivi per investire adesso

Debito emergente: sette motivi per tornare a investirvi

Quando il dollaro USA sale, insieme con l’inflazione, e le Banche centrali riducono la quantità di moneta circolante, non è mai una buona notizia per il debito emergente. Se ne è avuta la conferma anche nel primo semestre del 2022. Da qualche settimana la tempesta sembra essersi calmata e per Mohammed Elmi e Jason DeVito, gestori del team Emerging Market Debt di Federated Hermes, è arrivato il momento di tornare su questa asset class.

 

7 motivi per tornare sul debito emergente

Lo scenario sembra essersi stabilizzato dopo sei mesi di forti tensioni sui mercati emergenti. L’indice Bloomberg EM USD Aggregate Sovereign, per esempio, ha toccato un minimo a inizio mese dopo una discesa di oltre il 20% dall’inizio dell’anno. Anche l’aggregato corporate ha mostrato segnali di resilienza. Nonostante permangano delle incertezze e nuova volatilità non possa essere esclusa, secondo Elmi e DeVito di Federated Hermes ci sono sette motivi che giustificano un ritorno di interesse per il mercato del debito emergente.

 

  • Valutazioni. Non è solo il ribasso accusato dall’asset class debito emergente a renderne attraenti le quotazioni attuali. I due gestori di Federated Hermes ne fanno anche una questione di comparazione con l’asset class azionaria. Osservano infatti che attualmente le valutazioni del debito emergente sono in linea con le valutazioni azionarie. Tuttavia il fatto che tradizionalmente le obbligazioni facciano meglio delle azioni in scenari ribassisti porta alla considerazione che il debito sia stato eccessivamente penalizzato. “Gli investitori in grado di affrontare un rischio maggiore e che credono nella storia di crescita a lungo termine degli emergenti, dovrebbero considerare le attuali valutazioni come un’opportunità” sottolineano.
  •  Sfide globali. Inflazione, rallentamento della crescita, guerra Russia-Ucraina. Una combinazione di fattori ha reso la vita difficile ai mercati finanziari emergenti nella prima metà dell’anno. Ora, tuttavia, tutti questi elementi sono già stati scontati nelle valutazioni. “Non prevediamo ulteriori ricadute economiche significative a seguito della guerra” affermano Elmi e DeVito, che aggiungono, con riferimento all’inflazione: “Riteniamo che la Fed abbia finalmente iniziato a lasciare il segno. Non essendo più un’incognita l’orientamento restrittivo, gli investitori attivi sul reddito fisso possono iniziare a rivalutare le proprie posizioni alla luce della consapevolezza che l’inflazione sarà probabilmente limitata dall’azione della Fed nel medio termine”.
  • Solidità. È forse la motivazione più opinabile tra tutte quelle avanzate dai due gestori di Federated Hermes, i quali osservano che, nonostante l’economia globale rimanga sfidante, dall’avvio della pandemia si sia assistito a un solo default tra i Paesi emergenti in valuta forte, quello dello Sri Lanka. “Ciò suggerisce -affermano – che questi Paesi sono sempre meglio gestiti e in grado di onorare il proprio debito”.
  • Materie prime. La produzione di materie prime è sicuramente un punto di forza per i Paesi emergenti. Lo è diventato ancora di più con la crisi Russia-Ucraina e le difficoltà di approvvigionamento che ne sono seguite, soprattutto per quanto riguarda il petrolio e il gas. Da questo punto di vista, tuttavia, Elmi e DeVito suggeriscono un approccio differenziato: “I produttori di energia si trovano in una posizione particolarmente favorevole per beneficiare, nella seconda metà dell’anno, dei prezzi elevati. Alcuni nomi del Medio Oriente e dell’Africa subsahariana, che in precedenza erano sotto pressione (come Angola, Bahrein, Oman e Gabon), hanno tratto vantaggio dei prezzi più elevati delle materie prime per ridurre la leva finanziaria e le vulnerabilità esterne”.
  • I sostegni del secondo semestre. Nel secondo semestre almeno due dei principali Paesi emergenti affronteranno dei passaggi politici importanti. Il Brasile, con le elezioni, e la Cina, con il 20° Congresso nazionale del Partito comunista cinese. Dopo questi appuntamenti i gestori si attendono una stabilizzazione e un ritorno degli investitori nel corso dell’ultimo trimestre dell’anno.
  • Rating penalizzati. I Paesi emergenti scontano una penalizzazione, dal punto di vista del rating rispetto ai mercati sviluppati. Secondo Elmi e DeVito nella categoria BB/BBB, sia lato sovrano che corporate, sono i mercati emergenti ad avere gli asset migliori. “Gli emittenti in questa fascia dell’asset class tendono a mostrare un ampio free cashflow e i Paesi sono in gran parte ben gestiti e in grado di generare surplus fiscali”, sostengono.
  • Il tema ESG. Parlare di ESG con riferimento ai mercati emergenti è difficile in quanto i bond corporate e sovrani si trovano ancora in una fase iniziale. Tuttavia l’onda lunga di questa trasformazione ha iniziato a lambire anche questi Paesi. Ed è questo il punto che sottolineano i due gestori di Federated Hermes: “Con l’attenuarsi delle sfide globali, ci aspettiamo una rinascita dell’interesse per gli investimenti incentrati ESG in tutta la regione e gli investitori possono trarre vantaggio dall’individuazione tempestiva dei nomi più interessanti”.

 

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