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Dividendi azioni estere: ecco come evitare la doppia tassazione

Dividendi azioni estere: ecco come evitare la doppia tassazione

Quando si acquista un’azione di una società, spesso si incassano redditi periodici che prendono il nome di dividendi. Ciò avviene quando l’emittente del titolo che si possiede decide di remunerare gli azionisti distribuendo una quota sul numero delle azioni. Ad esempio, se si detengono 1.000 azioni ENI e il Consiglio di Amministrazione dell’azienda delibera di distribuire un dividendo annuo di 0,10 euro per azione, ogni anno si riceveranno 10 euro.

Il dividendo è un reddito di capitale, nel senso che dà diritto a una prestazione certa. La certezza non significa che si conosce a priori l’importo che verrà corrisposto, ma vuol dire che lo strumento possiede un diritto implicito. Ciò distingue il reddito da capitale dal reddito diverso come la plusvalenza. Quest’ultima risulta dalla differenza, se positiva, tra il prezzo di vendita (di rimborso) di un titolo e quello di acquisto. Per definizione, la plusvalenza non dà luogo a una prestazione certa in quanto non è un diritto intrinseco ma scaturisce dalle condizioni di mercato.

 

Dividendo: la tassazione in Italia

Sia sulla plusvalenza che sul dividendo in Italia si paga una tassazione del 26%, ma con un’importante differenza. Nell’ambito del calcolo della base imponibile su cui applicare l’imposta, dalla plusvalenza è possibile sottrarre eventuali minusvalenze subite nei quattro anni precedenti per strumenti finanziari dello stesso tipo. Dal dividendo non è possibile decurtare nulla, nemmeno le minusvalenze subite per titoli azionari. La tassazione avviene tramite ritenuta alla fonte applicata dalla società, quindi l’importo che si percepisce dal dividendo sarà netto.

Ad esempio, se si ha diritto a un dividendo di 100 euro per le azioni ENI possedute, come nell’esempio di cui sopra, la somma che viene accreditata sul proprio conto corrente sarà di 74 euro (100 – 26% su 100). La tassa di 26 euro viene versata solitamente dalla banca su cui si è aperto un conto titoli e che fa da intermediario.

Questo perché di norma con l’istituto di credito si è contrattualmente stabilito un regime amministrato, per cui è la banca che versa le tasse sul dividendo al posto del percettore e accredita il netto. Si ha però la possibilità di optare per il regime dichiarativo, grazie a cui si riceve in conto l’importo lordo del dividendo (100 nell’esempio) e poi si ha l’obbligo di denunciare tutto in sede di dichiarazione dei redditi applicando l’imposta del 26%.

 

Dividendi esteri: come funziona la doppia tassazione

Il grande problema dei dividendi che tormenta molti azionisti riguarda la tassazione quando le azioni non sono relative a società italiane ma di diritto straniero. In tal caso si paga l’imposta nel Paese in cui la società risiede. Il punto è che poi sul netto percepito si dovrà versare al fisco italiano anche il 26%. Si ha quindi una doppia tassazione della cedola.

Ad esempio, se si è proprietari di azioni Volkswagen, il dividendo ottenuto è al netto della tassazione del 25% che vige in Germania. Supponendo che il dividendo lordo sia di 100, sui 75 euro netti ricevuti verrà applicata l’imposta del 26% in Italia, quindi 19,5 euro. Alla fine, tra l’erario tedesco e quello italiano saranno trattenuti 44,5 euro su 100 euro (44,5%). Lo stesso vale per una società italiana ma di diritto straniero come ad esempio Stellantis, che ha sede in Olanda. A quel punto, non si pagherà il 26% sul dividendo distribuito da Stellantis, ma il 37,1% considerando il 15% di tassazione stabilita nei Paesi Bassi.

Quindi, prima di scegliere un’azione straniera seguendo la politica dei dividendi della società, bisogna prestare attenzione a quanto ammonta la tassazione delle cedole nel Paese di appartenenza. Sotto questo aspetto, le azioni più convenienti sono quelle di società di diritto australiano e britannico, in quanto in Australia e in Gran Bretagna l’imposta sul dividendo è pari a zero.

 

Dividendi azione estere: evitare la doppia tassazione si può

Subire una doppia tassazione non è giusto ed è possibile evitarla. Tuttavia, il processo non è semplice e spesso non è conveniente. Esistono delle convenzioni internazionali tra i Paesi che stabiliscono la procedura da adottare, che non è affatto snella. La burocrazia è farraginosa perché i dividendi pagati da una società confluiscono attraverso una banca depositaria che fa da collettore dei dividendi. Questa poi distribuisce gli importi in tutto il mondo, senza distinguere tra percettori di ogni Paese. Ciò implica che la tassazione applicata risulta quella dello Stato in cui la società che paga le cedole ha la residenza. Il denaro che arriva nel territorio italiano è il cosiddetto netto frontiera, su cui poi le banche applicano l’aliquota del 26%.

Ad ogni modo, per i dividendi percepiti da un’azienda americana vi è un modus operandi della burocrazia più flessibile. In sostanza, le banche italiane fanno firmare il modulo W-8BEN che accertano la cittadinanza italiana e la possibilità di beneficiare della convenzione Italia-USA sulla tassazione che riduce l’aliquota statunitense dal 30% – che normalmente sarebbe stata applicata a investitori di cittadinanza italiana – al 15%. Quindi, se si percepiscono dividendi di 100 dollari sulle azioni Apple, il fisco americano applicherà un’imposta di 15 dollari. La somma netta di 85 dollari che arriverà nel conto corrente italiano sarà tassata del 26%, ossia per 22,1 dollari. Quindi, grazie a questo meccanismo, alla fine l’imposta complessiva da pagare sui dividendi sarà del 37,1% e non del 48,2% che sarebbe stata pagata con un’aliquota USA del 30%.

Riguardo le convenzioni con altri Paesi, la situazione si complica. In primo luogo bisogna recuperare il modulo specifico di richiesta per evitare la doppia tassazione, il quale potrebbe essere anche in lingua straniera. Una volta compilato, lo si deve far vidimare dall’Agenzia delle Entrate che accerta la propria residenza fiscale e spedirlo all’Amministrazione finanziaria del Paese estero, allegando la documentazione della banca che attesta l’incasso del dividendo. Questa procedura va ripetuta per ogni dividendo percepito, il che significa un dispendio di tempo e di denaro non indifferente.
In conclusione, l’iter risulta davvero conveniente solo quando si percepiscono dividendi di importo elevato ed è più adatto magari a professionisti che gestiscono portafogli azionari di una certa dimensione.

 

La sentenza della Corte di Cassazione sulla doppia tassazione dei dividendi

Il 1° settembre 2022 la Corte di Cassazione ha emesso la sentenza n. 25698 contro la doppia tassazione sui dividendi da azioni estere. La massima autorità giudiziaria stabiliva la possibilità di ottenere un credito d’imposta per le tasse pagate all’estero da portare in detrazione dall’imposta italiana. Tutto ciò qualora con lo Stato estero sia in vigore una convenzione sulle doppie imposizioni che non escluda il diritto al credito d’imposta stesso.

Bisogna precisare che non esiste un quadro specifico della dichiarazione dei redditi per l’indicazione del credito d’imposta e gli intermediari residenti non possono attribuirlo direttamente. Pertanto, l’unica strada per il riconoscimento è quella di richiedere il rimborso tramite un’istanza da presentare direttamente all’Agenzia delle Entrate. La possibilità che ciò avvenga però è molto incerta e si attende una circolare dall’Amministrazione finanziaria che faccia chiarezza.

 

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