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ETF: come funziona la tassazione

Un modello per la dichiarazione dei redditi

La tassazione è un argomento poco apprezzato. Ancora meno quando si parla di ETF, uno strumento di investimento che presenta numerosi vantaggi tra i quali la facile accessibilità. Tuttavia sul fronte fiscale viene penalizzato ancora oggi dalla normativa italiana, nonostante siano già state apportate delle modifiche migliorative. La più importante è quella del 30 giugno 2014 quando è stata eliminata la doppia tassazione. Fino a quel momento la plusvalenza realizzata dall’investitore in ETF veniva tassata sia per quanto concerneva la differenza tra prezzo di vendita e prezzo di acquisto sul mercato, sia per quanto riguardava la differenza tra il valore del Nav (net asset value) all’acquisto e alla vendita. Il Nav o valore dell’attivo rappresenta il valore di una quota del fondo. L’anomalia è stata corretta nel 2014 e oggi la tassazione colpisce la differenza tra il prezzo di acquisto e il prezzo di vendita dell’ETF.

 

Come funziona e a quanto ammonta la tassazione sugli ETF

In Italia l’aliquota di tassazione prevista per le plusvalenze (ossia le differenze positive tra prezzo di vendita e prezzo di acquisto) è del 26%. Fanno eccezione gli ETF su titoli di Stato italiani, di Paesi in white list ed enti sovranazionali per i quali scende al 12,5%. Nel caso in cui l’ETF sia composto solo in parte da asset appartenenti a queste ultime categorie, la tassazione ridotta verrà applicata solo alla relativa parte di portafoglio. Per quanto riguarda le minusvalenze invece, ovviamente la tassazione non è prevista. In Italia, tuttavia, è possibile compensare ai fini fiscali le plusvalenze e le minusvalenze realizzate nei quattro anni precedenti l’anno di pagamento delle imposte. Non per gli ETF però. È questa la macchia sgradevole che la legislazione fiscale italiana ancora lascia su questo strumento di investimento tra i più graditi al risparmiatore.

In pratica cosa accade? Nel caso si realizzi una plusvalenza da un investimento in ETF (da capitale, dividfiscendi o interessi) non si potrà effettuare una compensazione con le eventuali minusvalenze realizzate investendo in altri ETF. Questo perché il legislatore considera redditi da capitale i primi e redditi diversi le seconde. Non solo, la compensazione non potrà essere effettuata nemmeno con le eventuali minusvalenze derivanti da investimenti azionari o ETC, tutte ricadenti nell’ambito dei redditi diversi. L’unica cosa permessa dal legislatore è la compensazione delle minusvalenze realizzate da investimenti in ETF con le plusvalenze realizzate in azioni o ETC. In parole semplici, la tassazione dei proventi da ETF non è evitabile.

 

I regimi di tassazione

È un peccato che uno strumento come gli ETF, tra i più apprezzati dai risparmiatori, invece che venire incentivati dal fisco subiscano questo trattamento penalizzante. Per completare il quadro sulla tassazione degli ETF c’è un altro elemento di cui tenere conto, che riguarda in genere tutte le attività finanziarie. Nel momento in cui si investe in una attività finanziaria bisogna scegliere il regime di tassazione preferito. Le opzioni disponibili sono: regime amministrato, regime dichiarativo e regime gestito.

 

  • Nel regime amministrato il prelievo fiscale avviene al momento del realizzo della plusvalenza o della minusvalenza, quindi alla vendita dell’attività finanziaria. L’investitore non deve preoccuparsi di nulla in quanto sarà l’intermediario finanziario, nel ruolo di sostituto di imposta, a trattenere quanto dovuto al fisco.
  • Nel regime dichiarativo gli adempimenti fiscali sono a carico dell’investitore che dovrà “dichiarare” nella dichiarazione dei redditi plusvalenze e minusvalenze conseguite durante l’anno precedente la dichiarazione. Il regime dichiarato richiede quindi una competenza fiscale che molti investitori non hanno.
  • Nel regime gestito rientra in gioco l’intermediario finanziario a cui viene delegata sia la tassazione delle operazioni effettuate, sia la gestione degli investimenti.

 

E facile comprendere come la scelta più conveniente per un investitore individuale sia quella del regime amministrato. Tuttavia questo è disponibile solo per gli ETF quotati sui mercati europei, i cosiddetti “armonizzati” vigilati dalle autorità europee. Gli altri ETF “non armonizzati” entreranno nella dichiarazione dei redditi, verranno considerati redditi ordinari e peseranno sull’imponibile Irpef.

 

Come evitare il trabocchetto fiscale sugli ETF

Nessun trucco illegale per aggirare il fisco ma per ovviare, almeno in parte, a quella che appare come una dimenticanza del legislatore, il consiglio è di “calciare la palla avanti”, rimandare la tassazione almeno per quanto riguarda interessi e dividendi. Ciò si può fare scegliendo ETF ad accumulazione dei rendimenti che reinvestono automaticamente i proventi. Si eviterà in tal modo di dover pagare ogni anno le tasse sui proventi distribuiti dall’ETF rimandando tutto al momento della vendita finale del prodotto. In tal caso, se si sarà registrata una minusvalenza finale si saranno incassati proventi durante gli anni precedenti e si avrà un credito di imposta compensabile per i successivi quattro anni (ovviamente compensabile con plusvalenze da azioni o ETC ma non da ETF!).

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