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Extraprofitti società energetiche: cosa sono e perché vengono tassati

Extraprofitti società energetiche: cosa sono e perché vengono tassati

Uno dei temi più caldi relativi alla crisi energetica che ha colpito l’Italia e l’Europa riguarda la tassazione degli extraprofitti delle società energetiche. A causa della guerra Russia-Ucraina, i prezzi di gas e petrolio sono aumentati in maniera considerevole, accelerando per la verità un incremento sostanziale già in corso. Questo ha comportato che le famiglie e le imprese hanno visto lievitare a dismisura il costo delle loro bollette energetiche. La preoccupazione generale a questo punto è che molte imprese non riescano a sostenere l’onere e sono costrette a ridimensionare la loro attività e a licenziare il personale. Allo stesso tempo il bilancio familiare viene fortemente impoverito, facendo crescere le difficoltà economiche e abbassare i consumi. In sostanza, tutta l’economia verrebbe danneggiata, accingendosi a una dura recessione. Per questo, a marzo il Governo Draghi ha attuato una misura nell’ambito del Decreto Aiuti, dove è stata stabilita una tassazione degli extraprofitti delle società energetiche. L’obiettivo è quello di trovare le risorse per sostenere economicamente famiglie e imprese.

 

Extraprofitti società energetiche: di cosa si tratta

Ad aver beneficiato della crisi energetica sono state le società operanti nel settore di gas e petrolio, che hanno potuto imporre prezzi più alti dei loro prodotti a scapito dei consumatori. Questo è stato mal tollerato dall’opinione comune e dalle istituzioni, che hanno considerato tale guadagno ulteriore come “ingiusto”. L’intervento del Governo è stato quello di stabilire una tassazione del 25% su tali profitti in eccesso. Ma quali sono questi? L’esecutivo ha preso a riferimento gli incassi ottenuti tra il primo ottobre 2021 e il 30 aprile 2022. Se le società energetiche hanno realizzato un utile extra superiore al 10% del totale o maggiore di 5 milioni di euro, devono pagare un contributo del 25% all’Erario. Questo viene stabilito sul differenziale IVA, ovvero sulla variazione dell’importo imponibile su cui si paga l’imposta sul valore aggiunto da un anno all’altro, e deve essere pagato con un acconto del 40% entro il 30 giugno e un saldo del 60% entro il 30 novembre.

 

Extraprofitti società energetiche: perché la tassazione non ha funzionato

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze aveva stimato che la tassa sugli extraprofitti avrebbe investito circa 10 mila aziende, con un introito quantificabile in 10,5 miliardi di euro. Di tale cifra, la metà sarebbe dovuta arrivare dalle piccole e medie imprese del settore, mentre il resto da colossi come ENI ed Enel. Tuttavia, finora nelle casse del Fisco è arrivato appena 1 miliardo di euro. Cosa è andato storto? Semplicemente gran parte delle aziende si è rifiutata di pagare sollevando ragioni di costituzionalità del provvedimento. Quindi, ha presentato ricorso al TAR del Lazio basando l’istanza su diverse motivazioni.

Innanzitutto, la scelta di tassare gli utili in eccesso sul differenziale IVA si fonderebbe su un principio sbagliato. Infatti, l’argomento portato avanti è che quel numero è influenzato da altre variabili, come l’aumento della quota di mercato da parte di un’azienda. In secondo luogo, l’incremento del profitto non sarebbe solo figlio della crisi energetica, ma anche della rimozione del lockdown, che ha determinato una ripresa dei consumi e quindi dell’aumento dei prezzi a livelli più normali rispetto al periodo Covid-19. In terzo luogo, molte aziende hanno contestato il fatto che la tassazione venga imposta sui profitti realizzati di tutto il business aziendale, che però può comprendere un ventaglio di attività che non riguardano strettamente gas e petrolio.

 

Ora cosa succede?

Le società che hanno fatto ricorso al TAR sono diverse, tra cui spiccano Kuwait Petroleum (Q8), lP e le controllate di ExxonMobil, Esso e Engycalor. Mentre si sono defilate le aziende pubbliche ENI ed Enel, a differenza della municipalizzata di Roma, Acea Energia. Tutti i ricorrenti aspettano la decisione dell’organo giudiziario entro l’8 novembre e sperano in una sentenza favorevole, sulla scorta di quella della Consulta che nel 2015 dichiarò incostituzionale la Robin Tax presentata dal Governo Berlusconi nel 2008. Allora, però, la Corte Costituzionale non ordinò la restituzione di quanto incassato dall’Erario, poiché la cosa avrebbe determinato uno squilibrio del bilancio dello Stato di entità tale da implicare la necessità di una manovra finanziaria aggiuntiva”, si legge nella sentenza.

L’esito adesso tuttavia è incerto. Una possibilità può essere che i giudici effettuino una sospensione della norma, rinviando tutto alla Consulta. Questo significa che il saldo di novembre salta e l’eventuale pagamento verrà eseguito solo quando l’Alta Corte emetterà la sentenza, che verrebbe effettuata con una tempistica di 18 mesi, stando ai precedenti. Un altro scenario è che il TAR accolga il ricorso e tutti quanti paghino quanto dovuto. Ciò è quanto si augura il Governo, che vedrebbe facilitato il lavoro per ristorare famiglie e imprese. C’è anche l’eventualità che il TAR demandi la decisione alla Consulta, ma senza la norma sospensiva. In tal caso il versamento di novembre verrebbe eseguito e, qualora il massimo organo giudiziario dovesse decidere per l’incostituzionalità, le società energetiche ricorrenti otterrebbero il rimborso.

La Corte Costituzionale, comunque, procederà alla verifica del rispetto di due principi fondamentali sanciti dalla Costituzione. Il primo che riguarda l’art.23 in tema di legalità dei tributi, ovvero “nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge”. Il secondo relativo all’art.53, che recita: “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

In questo pasticcio, le forze politiche di Europa Verde e Sinistra Italiana hanno chiesto che la magistratura intervenga, attraverso un esposto per verificare se sussistano le condizioni affinché si configuri il reato di evasione fiscale. Intanto però mancano sempre 9 miliardi che erano attesi dallo Stato. Quest’ultimo conta almeno in parte di recuperarli attraverso il ravvedimento operoso, che comporta minori sanzioni per le aziende che non hanno versato l’acconto di giugno e che decidono di farvi fronte.

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