Franklin Templeton: mercati, dollaro e tecnologia cambiano rotta

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Il 2026 si profila come un anno di svolta per gli investitori internazionali. Secondo le analisi di Franklin Templeton, uno dei principali gestori globali, il contesto macro-finanziario sta entrando in una fase di profonda trasformazione, caratterizzata da un ampliamento dell’universo investibile, da curve dei rendimenti nuovamente inclinate in modo positivo e da un dollaro destinato a perdere parte della sua forza strutturale. In questo scenario, la tecnologia e l’intelligenza artificiale continuano a rappresentare il grande driver di crescita, ma non più l’unico. Come sottolinea Pierluigi Ansuinelli, portfolio manager di Franklin Templeton Investment Solutions, “stiamo entrando in una fase in cui la diversificazione geografica e settoriale torna a essere un elemento centrale della costruzione di portafoglio”.

 

Franklin Templeton: dalla concentrazione sugli Stati Uniti alla riscoperta dei mercati globali

Negli ultimi quindici anni, i mercati finanziari sono stati dominati dall’eccezionalismo americano. La crescita degli utili, la leadership tecnologica e il dinamismo imprenditoriale degli Stati Uniti hanno spinto Wall Street a sovraperformare in modo netto Europa ed economie emergenti. Di conseguenza, chi investiva seguendo gli indici globali si ritrovava automaticamente con un’esposizione agli Stati Uniti compresa tra il 65% e il 70% e con una forte concentrazione sul dollaro.

Secondo Franklin Templeton, questo modello di allocazione sta mostrando segni di affaticamento. “Il tema dominante oggi è l’ampliamento dell’universo delle opportunità”, afferma Ansuinelli. “Dopo anni in cui l’America ha rappresentato quasi l’unica scelta obbligata, vediamo finalmente condizioni più favorevoli per un ribilanciamento verso altre aree geografiche”.

Il punto di partenza sono le valutazioni. Se si osservano i multipli prezzo/utili prospettici a dodici mesi, quasi tutte le principali aree – dall’Europa al Giappone, fino ai mercati emergenti – risultano oggi a sconto rispetto agli Stati Uniti. “Il mercato americano resta di qualità elevatissima” – prosegue – “ma quando oltre due terzi del portafoglio globale sono concentrati in un solo Paese, diventa naturale chiedersi se non sia il momento di ridurre questo rischio”.

Tuttavia il valore, da solo, non basta. La lezione del Giappone degli ultimi decenni – un mercato rimasto a lungo sottovalutato senza riuscire a esprimere una crescita strutturale – dimostra che il prezzo basso deve essere accompagnato da prospettive di miglioramento economico e degli utili. “Serve un mix di valutazioni attraenti e dinamica degli utili in accelerazione” osserva il manager di Franklin Templeton. “ proprio questa combinazione che oggi iniziamo a vedere in alcune aree non americane”. L’Europa, in particolare, sta beneficiando di un cambiamento di approccio sul fronte fiscale, con programmi di investimento più ambiziosi in infrastrutture, difesa ed energia. “Non ci aspettiamo che l’Europa cresca più degli Stati Uniti ma anche una crescita modesta, dopo anni di stagnazione, può avere un impatto significativo sulle valutazioni e sulla fiducia degli investitori”.

 

Il ritorno dei mercati emergenti: dalla narrativa alla realtà

Da oltre un decennio, gli investitori sentono parlare di crescita demografica, classe media in espansione e potenziale industriale. Eppure, le performance sono state deludenti, con rendimenti ampiamente inferiori a quelli dell’azionario statunitense. “Per anni abbiamo avuto una storia convincente, ma mancava la scintilla – riconosce Ansuinelli -. Oggi quella scintilla sembra finalmente esserci”. Secondo il gestore le condizioni macro-finanziarie sono diventate più favorevoli grazie a tre fattori chiave:

 

  • crescita globale più equilibrata
  • dollaro meno forte
  • Federal Reserve meno aggressiva 

 

“Un dollaro che si indebolisce e tassi americani meno restrittivi sono storicamente due ingredienti fondamentali per la performance degli asset emergenti”. C’è poi un tema strutturale di allocazione. In termini di prodotto interno lordo, i mercati emergenti rappresentano ormai una quota significativa dell’economia mondiale, ma nei portafogli globali pesano ancora intorno al 5%, contro un valore teorico vicino all’11%. Questa discrepanza, spiega il gestore “ci dice che, anche in uno scenario neutrale, esiste un potenziale ribilanciamento di flussi molto ampio”.

Franklin Templeton riconosce che i rischi restano presenti: un rafforzamento improvviso del dollaro o una nuova fase di irrigidimento monetario potrebbero interrompere il trend. Tuttavia, guardando agli scenari di base non sembrano esserci al momento catalizzatori tali da invertire nella dinamica descritta. Per questo motivo, la casa di gestione mantiene un orientamento costruttivo sui mercati emergenti, considerandoli una delle principali aree di opportunità nel ciclo in corso.

 

La distorsione dell'allocazione verso gli Stati Uniti - Fonte, Clearbridge, Morningstar Category Assets 30 novembre 2025. PIL al 31 dicembre 2025. Indice MSCI ACWI al 31 dicembre 2025
La distorsione dell’allocazione verso gli Stati Uniti – Fonte: Clearbridge, Morningstar Category Assets 30 novembre 2025. Pil al 31 dicembre 2025. Indice Msci ACWI al 31 dicembre 2025.

 

Franklin Templeton, curve dei rendimenti e politiche fiscali: il ritorno della duration

Un altro elemento centrale nell’outlook di Franklin Templeton riguarda l’evoluzione delle curve dei rendimenti. Dopo anni di inversione, che avevano alimentato timori di recessione, le curve stanno tornando a inclinarsi positivamente, con i rendimenti a lungo termine superiori a quelli a breve. Per Ansuinelli “è un segnale importante. Storicamente, curve inclinate sono associate a fasi di crescita economica più solida”.

La dinamica è alimentata da due fattori principali. Da un lato, le Banche centrali cercano di mantenere sotto controllo i tassi a breve per sostenere l’economia; dall’altro, i governi stanno implementando politiche fiscali espansive, aumentando il ricorso al deficit per finanziare investimenti strategici. “Stati Uniti, Europa, Giappone e Cina stanno tutti puntando su una maggiore spesa pubblica – evidenzia il portfolio manager – con l’obiettivo di rendere le economie più competitive e attrarre capitali privati”.

Questo scenario ha implicazioni dirette per gli investitori. Con una curva dei rendimenti più ripida, il mercato obbligazionario torna a offrire opportunità interessanti sulla parte lunga della duration. Inoltre, l’enorme quantità di liquidità accumulata nei portafogli negli ultimi anni – alimentata dall’incertezza geopolitica e macroeconomica – potrebbe gradualmente essere riallocata verso asset a maggiore rendimento. “C’è un problema di rollover sui prodotti monetari – osserva Ansuinelli -. Man mano che i tassi a breve scendono, gli investitori sono incentivati a cercare alternative: obbligazioni corporate, debito emergente e, in molti casi, azioni”. Tuttavia non tutte le curve inclinate sono uguali. Se il rialzo dei rendimenti a lungo termine è guidato da aspettative di crescita, rappresenta un segnale positivo per i mercati azionari; se invece riflette timori sulla sostenibilità fiscale, può diventare un fattore di rischio.

 

Franklin Templeton: dollaro, tecnologia e intelligenza artificiale, i pilastri della strategia 2026

Il terzo grande tema individuato da Franklin Templeton riguarda il dollaro. Dopo anni di forza strutturale, la valuta americana ha iniziato a mostrare segnali di indebolimento, anche in conseguenza della rotazione degli investimenti verso asset non statunitensi. Tuttavia, la casa di gestione invita a evitare interpretazioni estreme. “È molto difficile smontare il ruolo del dollaro come valuta dominante nel breve periodo. Oggi oltre il 50% delle riserve valutarie mondiali è ancora denominato in dollari, la maggior parte del commercio internazionale viene regolata in dollari e una quota significativa delle emissioni obbligazionarie globali resta in valuta americana.
Secondo Franklin Templeton, è più realistico attendersi una graduale normalizzazione, piuttosto che un crollo del biglietto verde. “Un dollaro moderatamente più debole – riprende Ansuinelli – è coerente con un mondo più multipolare e favorisce la diversificazione geografica dei portafogli. In questo contesto, anche il costo della copertura valutaria per gli investitori europei sta diminuendo, rendendo più attraente l’esposizione agli asset statunitensi in versione hedged.

Il filo conduttore resta però la tecnologia. Franklin Templeton ribadisce che gli investimenti in intelligenza artificiale, data center e infrastrutture digitali non rappresentano una moda passeggera, ma una risposta strutturale a sfide profonde: invecchiamento della popolazione, stagnazione della forza lavoro e necessità di aumentare la produttività. “Ogni Paese vuole essere più competitivo e più indipendente, ma con una demografia sfavorevole e un’immigrazione limitata, l’unica leva credibile è l’innovazione tecnologica”.

Negli Stati Uniti, la spesa in conto capitale delle grandi aziende tecnologiche è stimata intorno ai 400 miliardi di dollari nel 2025, con possibili aumenti verso i 700 miliardi nel 2026. “Sono numeri importanti, ma restano gestibili se confrontati con l’impatto della bolla dot-com dei primi anni Duemila. Inoltre, a differenza di quella fase, oggi le aziende leader dispongono di bilanci solidi e di una leva finanziaria contenuta, riducendo il rischio sistemico” conclude il manager di Franklin Templeton.

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