L’avvertimento della Commissione europea sul golden power è arrivato, con una lettera che non fa altro che confermare quanto già ipotizzato negli ultimi mesi. Bruxelles ha deciso di avviare una procedura di infrazione nei confronti del governo italiano, che ora ha due mesi per rispondere e affrontare le preoccupazioni sollevate. “La Commissione ha espresso preoccupazione in merito alla cosiddetto ‘Golden Power’, che conferisce al governo italiano ampie prerogative per esaminare, bloccare o imporre condizioni alle transazioni aziendali nel settore bancario”, ha affermato la Commissione Ue in una lettera riportata dalle agenzie di stampa
I dubbi, in sintesi, sono abbastanza chiari. Secondo la Commissione l’uso esteso e discrezionale del golden power da parte del governo italiano rischia di oltrepassare i limiti stabiliti dal diritto Ue e di interferire con competenze che l’Eurozona ha progressivamente centralizzato negli ultimi dieci anni. Un’ipotesi che ovviamente promette di diventare molto più ampia di una semplice disputa tecnica tra Bruxelles e Roma.
In questo articolo:
- L’Ue e il golden power: il caso Unicredit-Banco Bpm
- Cosa contesta Bruxelles
- La difesa del governo italiano
L’Ue e il golden power: il caso Unicredit-Banco Bpm
Per comprendere la portata dell’intervento europeo bisogna tornare a un anno fa: alla decisione da parte di Unicredit di lanciare un’offerta pubblica volontaria su Banco Bpm. Operazione che a luglio, dopo mesi di trattative e di batti e ribatti, è stata definitivamente abbandonata. Il motivo? Proprio l’intervento del governo che avvalendosi del golden power ha praticamente reso impossibile il buon esito della trattativa, secondo quanto dichiarato dalla stessa Unicredit.
L’intervento dell’esecutivo ha riguardato elementi che vanno ben oltre i punti di contatto diretti con la sicurezza nazionale: tra questi, l’obbligo per Unicredit di uscire completamente dalle attività russe, l’imposizione di vincoli patrimoniali e di liquidità, e la richiesta di mantenere investimenti rilevanti in Anima Holding, società di gestione patrimoniale legata storicamente alla galassia di Banco Bpm.
È proprio questa estensione dell’ambito di intervento a spingere molti osservatori a interrogarsi sulla legittimità del decreto, percepito da più parti come uno strumento politico più che prudenziale. Una perplessità condivisa anche dal TAR del Lazio, che in alcune sentenze intermedie aveva già ridimensionato parte delle prerogative esercitate dal governo.
Nel frattempo, il fronte si è allargato. Unicredit ha impugnato il decreto davanti al Consiglio di Stato, sostenendo che l’imposizione di condizioni eccessivamente onerose avrebbe reso di fatto impraticabile l’offerta, alterando la parità competitiva nel mercato e danneggiando gli azionisti. Una battaglia formale che ha contribuito a innescare l’attenzione di Bruxelles sul tema più ampio dell’uso del golden power italiano nel settore bancario.
Cosa contesta Bruxelles
Secondo quanto riportato da Reuters, la Commissione ritiene che l’Italia abbia ecceduto nell’interpretazione della normativa, applicando i poteri speciali in settori e modalità che non rientrano nei confini stabiliti dalla legislazione europea Non è in discussione lo strumento in sé, previsto per consentire agli Stati membri di intervenire in materia di sicurezza nazionale. Ciò che l’Europa contesta è l’uso di questo potere in un contesto che, almeno nella prospettiva comunitaria, non appare equiparabile ai tradizionali ambiti sensibili come difesa, infrastrutture critiche o telecomunicazioni.
Il riferimento normativo principale è l’articolo 21 del Regolamento europeo sulle concentrazioni, che consente ai governi di intervenire solo per “interessi legittimi” purché tali interventi rispettino principi di proporzionalità, necessità e trasparenza. Per Bruxelles, dunque, l’Italia avrebbe imposto condizioni difficilmente giustificabili con la tutela della sicurezza nazionale e che interferiscono direttamente con la libera circolazione dei capitali, uno dei pilastri fondamentali dell’ordinamento comunitario.
Altrettanto importante è il richiamo alla competenza esclusiva della Banca centrale europea sulla vigilanza prudenziale degli istituti significativi dell’Eurozona. Stabilire obblighi patrimoniali, vincoli di liquidità o condizioni operative rientra infatti nelle prerogative della Bce e non dei governi nazionali. Bruxelles difatti teme che l’uso estensivo del golden power possa portare gli Stati membri a sovrapporsi alla vigilanza unica, mettendo in discussione un decennio di integrazione bancaria europea.
La difesa del governo italiano
Dall’altra parte del tavolo, Roma sostiene che le condizioni imposte siano perfettamente coerenti con l’obiettivo di proteggere la stabilità finanziaria e il risparmio degli italiani. In questa direzione, nelle ultime ore sono intervenuti sul caso sia il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, sia il vicepremier Antonio Tajani.
Come riportato dall’Ansa, entrambi hanno utilizzato toni abbastanza rassicuranti. “La commissione solleva obiezioni sulla norma cosiddetta Golden Power, riformata nel 2022 con il governo Draghi”, ha dichiarato Giorgetti. “Sulla base delle valutazioni della sentenza risponderemo ai rilievi che ci vengono mossi nelle sedi competenti. Con spirito costruttivo e collaborativo faremo una proposta normativa che farà chiarezza e supererà le obiezioni. Siamo convinti che permetterà di avere un quadro di competenze condiviso”.
Abbastanza in linea anche le dichiarazioni di Tajani: “Adesso credo che il problema vada risolto e si possa poi alla fine evitare l’avvio della procedura d’infrazione e arrivare a trovare una soluzione positiva lavorando con Bruxelles, con il dialogo, con il confronto, per impedire che ci sia un’altra procedura d’infrazione”, ha aggiunto.









