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Halving Bitcoin: entrate dei miner giù di 10 miliardi di dollari

Bitcoin: con l'halving le entrate dei miner scenderanno di $ 10 miliardi

Il conto alla rovescia per l’halving di Bitcoin è già iniziato. Intorno al 20 aprile andrà in scena l’evento che si tiene ogni quattro anni e comporta il dimezzamento dell’attività estrattiva di Bitcoin. Questo significa che i minatori come Marathon Digital, CleanSpark e altri potranno guadagnare dalla convalida delle transazioni la metà rispetto a quanto fanno oggi. La ricompensa per risolvere complessi enigmi matematici scenderà da 6,25 Bitcoin attuali a 3,125, comportando una perdita in termini di entrate quantificabile in circa 10 miliardi di dollari l’anno ai prezzi odierni della criptovaluta.

Quello che inizierà tra pochi giorni è il quarto halving da quando la più grande moneta virtuale è stata creata dal misterioso Satoshi Nakamoto. La valuta digitale è stata programmata per raggiungere un’offerta massima di 21 milioni di monete, in modo da evitare l'”inflazionamento”. Per questa ragione, periodicamente, l’estrazione viene dimezzata, riducendo i guadagni per i minatori. Il prezzo più elevato di Bitcoin aiuta a compensare tale riduzione e, dopo gli halving passati, si è verificato un rally delle quotazioni. Un’eventualità che però non si può dare per scontata.

 

Halving Bitcoin: 3 grossi ostacoli per i guadagni dei miner

I minatori di Bitcoin questa volta si troveranno ad affrontare ostacoli più grandi rispetto al passato che potrebbero limitare fortemente i guadagni. Il primo riguarda i costi per attrezzature più potenti. Estrarre Bitcoin è diventato più difficile in confronto a qualche anno fa e oggi le società attive nel settore hanno dovuto investire in super computer con altissime prestazioni in modo da riuscire nell’intento. Secondo quanto riferito dal sito web specializzato btc.com, la difficoltà di mining è aumentata di quasi sei volte rispetto a quattro anni fa. Ciò è avvenuto per effetto di un numero crescente di estrattori e di una ricompensa che rimane fissa.

Il secondo ostacolo si riferisce all’energia. Nel 2020 la gran parte del mining si realizzava in Cina, con costi energetici moderati. Dopo il bando delle attività sulle criptovalute da parte delle autorità di Pechino, ora il centro si è spostato negli Stati Uniti, dove le tariffe per l’energia sono più alte. “Il potere negli Stati Uniti è straordinariamente limitato” ha affermato Adam Sullivan, amministratore delegato di Core Scientific Inc., società di mining con sede ad Austin, in Texas. “In questo momento i miner sono in competizione con alcune delle più grandi aziende tecnologiche del mondo che stanno cercando di trovare spazio per i data center, i quali sono essi stessi ad alto consumo di energia”.

Il terzo ostacolo, agganciato al secondo, è la concorrenza dell’intelligenza artificiale. Con il boom di questa nuova tecnologia, le grandi aziende operative nel settore sono disposte a pagare fino a quattro volte quello che i miner di Bitcoin sborsavano lo scorso anno per l’elettricità. Di conseguenza è molto difficile per questi ultimi ottenere tariffe agevolate dalle utility. Il punto è che le aziende che investono nell’AI (Artificial Intelligence) riescono ad ammortizzare il costo dell’energia con un flusso di entrate costante nel tempo; pertanto sono inclini a pagare di più. A differenza dei miner, i cui introiti restano condizionati dall’andamento fluttuante dei prezzi di Bitcoin. “Le utility considerano le aziende tecnologiche come acquirenti più affidabili dati i loro solidi bilanci” ha affermato Taras Kulyk, amministratore delegato del fornitore di servizi di crypto-mining SunnyDigital. Solitamente, i miner di Bitcoin fanno contratti pluriennali con le utility, bloccando il prezzo dell’energia. Tuttavia, per i contratti che giungono a scadenza, sarà davvero difficile ottenere un rinnovo a basso costo.

 

Cosa succederà in Borsa

I dati di questo mese risultanti da uno studio di JPMorgan Chase rilevano come, dal 2013 a oggi, la capitalizzazione di mercato di 14 miner quotati a Wall Street sia cresciuta fino a 20 miliardi di dollari. Oggi, però, la situazione è molto diversa alla luce dei minori profitti potenziali per le società. Di conseguenza, molti investitori si stanno mettendo in posizione contrarian sulle azioni. Sulla base delle stime di S3 Partners, lo short interest totale – il valore in dollari delle azioni prese in prestito per la vendita allo scoperto – è arrivato a circa 2 miliardi di dollari all’11 aprile, rappresentando quasi il 15% delle azioni in circolazione, ovvero tre volte di più rispetto alla media generale del 4,75%. Tra le società più shortate vi è Marathon Digital con uno short interest di 867,4 milioni di dollari, seguito da CleanSpark con 380,3 milioni di dollari e Riot Platforms con 355,7 milioni di dollari.

AUTORE

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Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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