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Hedge fund: ecco dove investiranno nella seconda parte del 2023

Una pagina di giornale con l'andamento di alcuni indici di Borsa

Nella prima parte del 2023 gli hedge fund hanno affrontato un mercato caratterizzato da elevata inflazione, strette sui tassi d’interesse da parte delle Banche centrali e forti tensioni geopolitiche. Tuttavia le Borse hanno intrapreso un rally importante, forse al di là delle aspettative che, all’inizio dell’anno, erano fosche, con previsioni di una recessione globale che però ancora non si è manifestata. A guidare il sentiment degli investitori è stata la tecnologia, sulla scia del grande boom dell’intelligenza artificiale. Le Big tech come Nvidia, Tesla, Microsoft, Alphabet, Amazon, Apple e Meta Platforms hanno trainato i listini, determinando però in gran parte la performance degli indici americani. Una concentrazione di performance che può risultare pericolosa in quanto potrebbe essere sufficiente un’inversione di rotta per far naufragare Wall Street, con ovvie conseguenze su altri mercati. Arrivati al giro di boa di metà anno è importante sapere come gli hedge fund abbiano intenzione di posizionarsi per la seconda metà del 2023 in tema di investimenti. Vediamo di seguito la posizione di cinque grandi investitori che hanno condiviso le loro strategie.

UBS O’Connor hedge fund

UBS O’Connor è una piattaforma fondata nel 2000 che ha raggiunto una dimensione di 9,5 miliardi di dollari ed è specializzata nelle obbligazioni convertibili a lunga scadenza. Secondo Casey Talbot, co-chief investment officer di UBS O’Connor Multi-strategy Alpha, con l’aumento dei tassi d’interesse e la correzione delle azioni, i bond convertibili sono scambiati a prezzi in dollari estremamente bassi. Quindi possono offrire agli investitori un buon rendimento nel caso in cui l’emittente dovesse effettuare attività di aggregazione o decidesse di riacquistare il titolo emesso per sfruttare il prezzo più basso del suo debito.

 

Indus Capital Partners

Indus Capital Partners è una società d’investimento nata nel 2000 che gestisce un patrimonio di 3,5 miliardi di dollari. L’azienda è focalizzata sulle azioni giapponesi che beneficiano dell’inflazione business to business – dove un’azienda trasferisce i maggiori costi a un’altra azienda – e dei salari reali. Byron Gill, managing partner e gestore di portafoglio dell’hedge fund, afferma di puntare sui settori industriali e dei materiali ma anche su rivenditori e ristoranti nazionali, beneficiari dei salari reali che in Giappone sono diminuiti per il 13esimo mese consecutivo ad aprile.

 

Maerli Capital hedge fund

Maerli Capital è un hedge fund fondato nel 2022, dalle dimensioni di 328 milioni di dollari, che si concentra soprattutto sull’oro. Anastasia Tarasova, fondatrice dell’azienda, ritiene che il metallo giallo potrebbe crescere fino a 2.000 dollari entro la fine del 2023 dagli attuali 1.910 dollari. La ragione è dettata da un dollaro più debole e dalla volatilità di mercato per le prospettive ancora poco chiare dei tassi d’interesse della Federal Reserve. A suo giudizio, l’oro potrebbe giungere fino a 2.100 dollari se il quadro generale dovesse peggiorare con le conseguenze geopolitiche della guerra Russia-Ucraina. “La domanda di oro come bene protettivo rimane rilevante”, ha detto.

 

Redhedge Asset Management

Redhedge Asset Management è un hedge fund del 2014 che ha 380 milioni di dollari di masse gestite. La società è specializzata in obbligazioni investment grade di lunga scadenza o obbligazioni short ad alto rendimento. Andrea Seminara, fondatore e chief investment officer dell’hedge fund, sostiene che una recessione innescata dalla stretta sui tassi della Banca Centrale Europea potrebbe colpire i bond più rischiosi. Per questo privilegia le posizioni lunghe in obbligazioni investment grade e lo shorting di quelle high yield tramite gli indici crossover iTraxx Europe e iTraxx.

 

Crawford Fund Management

Crawford Fund Management è una società fondata nel 2009 da 1,2 miliardi di dollari di patrimonio gestito. L’hedge fund punta al ribasso sui concorrenti deboli del settore dei veicoli elettrici, che possono riguardare sia operatori storici che start-up. La partita si gioca sui costi di approvvigionamento, a suo avviso. Chi riuscirà a gestire le linee di produzione a basso costo e a ridurre il prezzo delle auto, avrà la meglio sul mercato.

AUTORE

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Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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